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INTERVISTA 20 Febbraio Feb 2015 0700 20 febbraio 2015

Franz Sedelmayer: «Così ho sconfitto Vladimir Putin»

Parla Sedelmayer, ex amico dello zar e unico al mondo ad averlo battuto in tribunale. «Era un uomo di parola, ora non più. Il suo punto debole? I soldi».

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Fino al 1996 sono stati amici, e se non amici quantomeno intimi conoscenti. C’erano le cene insieme sulla riva della Neva, il fiume che attraversa San Pietroburgo. Le porte degli uffici sempre aperte l’uno per l’altro. Persino i regali di compleanno puntualmente scambiati, ammennicoli elettronici da ex spie mai del tutto uscite dalla parte.
Oggi, Franz Sedelmayer è diventato il nemico. L’unico che finora lo ha battuto in modo plateale, ricorrendo alle vie legali: Vladimir Vladimirovič Putin è stato costretto a versargli 6 milioni di euro, il risarcimento per una vecchia storia di business e di anarchia post-sovietica.
QUANDO PUTIN DISSE: «SONO ORDINI DI MOSCA...». Nel 1996, infatti, le autorità russe espropriarono l’azienda di Sedelmayer: tedesco, 51 anni, commerciava equipaggiamenti speciali per gli apparati di sicurezza. A San Pietroburgo aveva un accordo speciale con le istituzioni locali: i russi gli avevano concesso in uso per 25 anni l’edificio in cui aveva sede l’impresa e i guadagni venivano divisi a metà tra l’azienda e il Comune. Il suo referente era Putin in persona, all’epoca vicesindaco della città, incaricato di attirare capitali stranieri e di promuovere i rapporti internazionali.
Quando Sedelmayer lo chiamò disperato per l’esproprio, Vladimir Vladimirovič rispose con tono amichevole: «Non posso farci niente, sono ordini di Mosca: tu però devi fare causa».
SEDELMAYER: «SONO L'UNICO AD AVERLO BATTUTO». Il futuro zar di Russia certo non poteva immaginarsi come quel consiglio gli si sarebbe ritorto contro, né si aspettava che alla fine sarebbe toccato proprio a lui pagare, dopo sconfitte brucianti costate la testa dei due illustri rappresentati dell’amministrazione del Cremlino.
«Sono l’unica persona al mondo ad avere sconfitto in un tribunale i russi», racconta al telefono Sedelmayer a Lettera43.it, senza mascherare la soddisfazione, dopo che la sua vicenda è finita in prima pagina su New York Times. «E ce l’ho fatta perché non mollo mai: solo così si batte Putin. L’Europa questo non lo ha ancora capito».

Vladimir Putin e, nel riquadro, Franz Sedelmayer. © Getty

DOMANDA. Lei ha un vantaggio: voi due eravate amici, sapeva come prenderlo.
RISPOSTA.
Del Putin che ho conosciuto io non è rimasto nulla, a dire il vero.
D. Qual è il Putin che ha conosciuto lei?
R.
Era un uomo determinato, che andava dritto al punto, ma estremamente corretto. Era diverso da tutti gli altri funzionari di partito che in quegli anni giravano per la Russia.
D. Cosa lo rendeva diverso?
R. Era onesto: non intascava mazzette. Era - credo - l’unico in tutto il Paese. Non mi ha mai chiesto niente per se stesso, e non ho mai sentito nessun imprenditore dire che Putin chiedeva tangenti. Voleva semplicemente il benessere della città.
D. Come poteva un uomo per bene sopravvivere in quell’ambiente?
R.
La sua onestà lo aveva reso famoso e stimato. Il suo capo, per dire, faceva tutto il contrario. In quegli anni il sindaco di Pietroburgo era Anatolij Aleksandrovič Sobčak: tutti sapevano che era corrotto fino al midollo, provava a mettere le mani in ogni torta, come si dice dalle nostre parti. Putin avrebbe potuto adeguarsi, invece no: era quello che lo controllava, almeno fin dove poteva.
D. Per quello diventaste amici?
R. Non so se fossimo amici, ma avevamo certamente un’ottima relazione. Capitava spesso di cenare insieme e potevo arrivare da lui in qualsiasi momento, senza essere annunciato. Se avevo un problema andavo in Comune e il capo del suo staff, Igor Sechin [oggi a capo del gigante petrolifero Rosneft, ndr] mi faceva passare: eravamo in confidenza.
D. Eppure Putin era stato un agente del Kgb, non un bonaccione o uno che si fidava di tutti.
R. Anche con me all’inizio era stato diffidente: la sera del nostro primo incontro me lo ricordo un po’ sospettoso. Timido, parlava poco. Poi si era sciolto e da lì in poi non c’è stata una sola circostanza in cui non sia stato più che cordiale. Ma, certo, quando si parla di Putin bisogna tenere in mente una cosa.
D. Quale?
R. Lui è come uno specchio: si adegua perfettamente all’interlocutore che ha davanti. Ne emula messaggi, lingua, postura. Se vuole raggiungere un obiettivo, farà quello che serve: ovviamente per gli altri è difficile capire cosa c’è realmente sotto.
D. Però lei di Putin si fidava.
R. Era un uomo di parola. Un tipo prevedibile, direi quasi. Se prometteva che avrebbe fatto una cosa, l’avrebbe fatta al 100%.
D. Pensa che sia ancora così?
R. Evidentemente non lo è più: basta sentirlo negare la presenza di soldati russi in Ucraina o dire che Mosca non invierà armi.
D. Cos’è cambiato allora?
R. Il potere corrompe. E il potere assoluto corrompe ancora di più.
D. Non era già potente quando con lei trattava equipaggiamenti speciali per la polizia di Pietroburgo?
R. Non alla stessa maniera. C’è un vecchio Putin e un nuovo Putin: il discrimine è stata la sua prima elezione a presidente, nel 2000. Credo che lì abbia capito che da quel momento in poi poteva veramente fare quello che voleva, senza alcun impiccio. E ha iniziato a comportarsi di conseguenza.
D. Quando è l’ultima volta che gli ha parlato?
R. Nel gennaio 1996, quando lo chiamai per chiedergli cosa succedeva con l’esproprio. Fu onesto: mi disse che non ci poteva far niente, che erano ordini superiori e mi suggerì di far causa.
D. Crede che si sia pentito di quel consiglio?
R. Figuriamoci: lui adesso appartiene a un’altra sfera e non si preoccupa minimamente di me. Ma ovviamente se i suoi funzionari non riescono a vincere, per loro sono guai: infatti uno è stato licenziato e l’altro è finito in galera. Sono l’unico al mondo ad avere ottenuto dei soldi dal Cremlino, vincendo un arbitrato internazionale: per ripagarci dell’esproprio i giudici hanno congelato e poi venduti alcuni palazzi russi.
D. Che smacco.
R. I russi mi hanno controdenunciato avviando 140 procedimenti legali. Finora ho vinto solo io. Hanno dovuto sborsare 800 mila euro solo per rimborsarmi le spese legali, e il denaro è una cosa che in Russia conta parecchio.
D. Pensa che Putin abbia sviluppato lo stesso attaccamento ai soldi che una volta avevano i suoi capi?
R. Non so dirlo, ma certamente oggi non c’è nessuno che lo controlla. In ogni caso, se anche fosse, certamente quei movimenti non sono tracciabili.
D. Nel suo giudicare Putin non c’è un po’ di astio personale?
R.
No, affatto. Io non ho davvero nulla contro di lui. Ma oggi da europeo sono preoccupato nel vedere dove ci sta portando.
D. Dove?
R. Vuole una guerra con la Nato, è evidente. Le sue provocazioni a questo porteranno.
D. La Nato per contro ha provocato Mosca parecchio con l’allargamento a Est.
R.
Questa è propaganda. In realtà nelle discussioni che permisero la fine della Guerra Fredda non si parlò mai di questo, banalmente perché l’Unione Sovietica era tutta intera. Non ci sarebbe stato ragione di parlare della Nato in Lettonia o Lituania: semplicemente perché allora questi Paesi non esistevano.
D. Già, ma poi la Russia ha protestato con veemenza e l’Occidente è andato avanti ugualmente.
R. La Russia sta semplicemente cercando lo scontro, non ci sono giustificazioni: quelle se le possono bere i russi ai quali fanno il lavaggio del cervello, e guardi che mia moglie è russa, so cosa dico.
D. Cosa ci guadagna la Russia nel cercare lo scontro?
R. Non è una guerra finalizzata a conquistare territori, ovviamente, ma a esportare valori.
D. Quali?
R. Putin vuole imprimere il proprio comando, vuole imporre la propria volontà sull’Europa. È sempre stato tremendamente determinato, ora ci ha preso gusto con il potere e non gli basta più. E l’Europa è talmente divisa e incapace di una strategia che gli sta rendendo il gioco molto facile.
D. Cosa dovrebbe fare l’Europa secondo lei?
R. Deve essere dura e colpire Mosca nel solo punto di interesse: i soldi. Deve continuare ad alzare il prezzo con Putin: finché per lui non ci sono sufficienti ragioni per smettere di giocare alla guerra, non smetterà.
D. Insomma, bisogna insistere sulle sanzioni economiche.
R. Di più: bisogna isolare la Russia, totalmente. Tagliarla fuori dai sistemi economici internazionali. La Russia si basa sui soldi e sulla corruzione: sono gli unici elementi che la tengono insieme. Se si taglia la cinghia di trasmissione che porta e muove il denaro nel Paese, qualcosa cambierà.
D. Le sanzioni spesso fanno male alla popolazione più che ai potenti, si sa.
R. Se la Russia fosse tagliata fuori dallo Swift, l’unico sistema di pagamenti internazionali, nessuno potrebbe più muovere un euro fuori dal Paese: gli oligarchi in difficoltà internamente non potrebbero spostare nulla. E se i loro asset all’estero fossero congelati, allora veramente il loro potere crollerebbe.
D. Si è offerto volontario per dare consigli ai politici europei, in quanto unico uomo che ha battuto Putin legalmente?
R. Non ho conoscenze politiche, ma ho amici che si occupano di Russia. Ho amici anche nell’opposizione russa. E so una cosa: Putin oggi dice una cosa e fa l’esatto opposto. Non ci si può più fidare di lui.
D. Suggerisce di abbandonare il tavolo negoziale?
R.
Si può trattare, ma da una posizione di forza: invece l’Europa tratta da una posizione debole. Per affidarsi alla diplomazia, bisogna prima avere messo la Russia in ginocchio sul piano economico. So che funzionerebbe. E mi creda, non c’è nulla di personale in tutto questo.
D. Ne è sicuro?
R. Del Putin che fu conservo un buon ricordo. Ma quell’uomo non esiste più.

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