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TERRORISMO 21 Febbraio Feb 2015 0645 21 febbraio 2015

Guerra all'Isis, gli Usa ripartono dai sunniti

Collaborazione coi turchi. Addestramento dei ribelli siriani. E piano d'azione per l'Iraq. Washington riscopre la Primavera araba per opporsi agli jihadisti.

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Dalle nebbie dell'inazione al rilancio della strategia sunnita.
Sulla Primavera araba, gli Stati Uniti hanno atteso per anni, passando talvolta - come per l’Egitto - da uno schieramento all'altro. In Siria e in Iraq, gli americani hanno infine deciso di non riabilitare i vecchi regimi, depurando e armando i controversi ribelli.
GLI USA COI RIBELLI SIRIANI. La coabitazione con Bashar al Assad in Siria c’è, ma è forzata e non si sa fin quando.
Archiviando dubbi e recriminazioni - il vicepresidente americano Joe Biden aveva accusato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan di finanziare l’Isis - Washington e Ankara hanno siglato un’intesa triennale, per addestrare insieme, da marzo, gli insorti siriani in guerra sia contro i jihadisti del Califfato sia contro il regime di Damasco.
Accordi analoghi sono stati negoziati con Giordania e Arabia Saudita.
ACCORDO TRA TURCHIA E USA. Con l’allarme globale del terrorismo, i turchi hanno iniziato a collaborare, bloccando il flusso di combattenti stranieri nell’Isis e in al Qaeda, per mesi lasciato passare attraverso le frontiere porose meridionali.
Circa 1.200 miliziani dell’opposizione siriana sono stati identificati dal Pentagono come «moderati». Si stima di estendere il training a 5 mila ribelli l’anno, per tre anni, in campi in Qatar, Arabia Saudita e anche Turchia.

Iraq, offensiva di primavera anti-Isis su Mosul

Barack Obama.

Parallelamente su Mosul si concentrano le forze per lanciare, in primavera, una maxi offensiva di riconquista dell'Iraq.
La seconda maggiore metropoli irachena è nelle mani degli jihadisti dal giugno 2014, data che ha segnato la nascita dello Stato islamico di Iraq e Siria (Isis).
Contro i circa 2 mila miliziani dell’Isis, si stima sia necessario un contingente di almeno 20 mila uomini. Al più tardi entro maggio, gli Usa hanno promesso di addestrare e poi spedire i soldati iracheni in un’operazione in grande stile, condotta con il sostegno decisivo delle tre brigate di peshmerga curdi, in campo da quasi un anno.
WASHINGTON IN CAMPO. Per l’offensiva, gli Stati Uniti non escludono il ritorno di boots on the ground, ossia di loro truppe a terra in Iraq, in aggiunta ai raid aerei e alle 3 mila unità speciali già stanziate nel Paese.
Ma il «futuro dell’Iraq è nelle mani degli iracheni», non si stanca di ripetere il presidente americano Barack Obama. E Mosul può essere riconquistata solo per mano di chi, fuggendo o tradendo, la consegnò nelle mani degli jihadisti.
La sfida è ricostituire, a un anno di distanza, l’esercito iracheno che, di fronte al Califfato, si sciolse come neve al sole, regalando ai miliziani neri una città di oltre 2 milioni di abitanti e arsenali carichi di armi americane di ultima generazione.
IL FLOP DEGLI IRACHENI. In molti fuggirono impauriti e impreparati: nonostante anni di addestramento Usa, l’esercito si rivelò inadatto. Ufficiali furono pagati per disertare o addirittura passare come comandanti e luogotenenti dello Stato islamico.
A Baghdad, inoltre, la corruzione aveva fatto gonfiare il numero fittizio di soldati: alla fine del 2014, 50 mila militari, dai controlli del nuovo premier Haydar al Abadi, sono risultati inesistenti. Assegni di minimo 500 euro venivano versati (per amicizie, bustarelle, clientelismo) a nomi falsi, soldati non più in servizio o addirittura morti.
Il giro di scatole cinesi faceva capo a ufficiali e capi di brigata prezzolati, passati anche nelle file dell’Isis, che negli anni hanno drenato allo Stato oltre 300 milioni di euro l’anno, lasciando poi i soldati semplici in balia degli jihadisti.

Obama con i moderati sunniti: «L'Islam non è l'Isis»

Bambini in fuga per le strade di Aleppo, Siria.

Soltanto così può spiegarsi la disfatta di Mosul e la conseguente spinta propulsiva dell’Isis di allargarsi dalla Siria all’Africa, sino all’Asia e all’Europa.
Ex comandanti dell’intelligence e generali del regime di Saddam Hussein guidano, da dietro le quinte, i governatorati del Califfato di Raqqa e nell’al Anbar, in Iraq. E neanche la diserzione di massa dell’esercito iracheno sarebbe stata possibile senza la progressiva emarginazione dei sunniti (circa il 40% della popolazione), in 10 anni di governo sempre più accentrato dell’ex premier Nouri al Maliki.
LA DERIVA JIHADISTA. Costretto alle dimissioni, il leader sciita era l’Assad di Siria. Ma in pochi, prima della nascita del Califfato, osavano affermarlo. Ancora alle elezioni del 30 aprile 2014, la coalizione di al Maliki aveva vinto con la benedizione degli Usa, dell’Europa e del governo amico di Teheran.
Lo scacco matto degli jihadisti ha portato alla luce la deriva terroristica irachena, proliferata nel serbatoio di frustrazione dei sunniti.
Con l’offensiva di Mosul, gli Usa ripartono proprio dalla strategia del generale David Petraeus, che nei suoi incarichi in Iraq favorì l’integrazione del costituendo esercito e della popolazione con le tribù sunnite, allontanandole dai richiami di al Qaeda e riducendo le violenze settarie del post Saddam.
GUERRA AL CALIFFATO. La cosiddetta strategia (vincente) di 'controinsurrezione' andò avanti per un paio di anni, tra il 2007 e il 2009. Poi il campo d'azione di Petraeus fu allargato all’Afghanistan e al Pakistan, prima della sua fallimentare investitura a capo della Cia.
L’Iraq sarebbe stato troppo presto abbandonato al suo destino. Proprio come i ribelli siriani sunniti, insorti nel 2011 contro Assad e presto caduti nella spirale jihadista.
Ora gli Stati Uniti ripartono dal fronte sunnita, che forma l’90% dei musulmani nel mondo: «L’islam non è l’Isis», ha dichiarato Obama, lanciando la nuova guerra al terrorismo.
I sunniti non sono l’Isis. E la Primavera araba non è del tutto perduta.

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