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INTERVISTA 22 Febbraio Feb 2015 1100 22 febbraio 2015

Libero scambio Usa-Ue, le ragioni degli anti-Ttip

Potere alle multinazionali. Europa succube dell'America. Investitori penalizzati. Efler del movimento ''Stop Ttip'': «Questi accordi sono un ricatto».

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da Bruxelles

Il Ttip, The Trojan treaty, ovvero il trattato di Troia.
Lo chiamano così le associazioni contrarie alla sua realizzazione.
E lo rappresentano come un cavallo di Troia che le grandi multinazionali vogliono far entrare in Europa come se fosse un'opportunità.
LIBERO SCAMBIO DELLA DISCORDIA. Da fuori sembra proprio un bel regalo: il Ttip (Transatlantic trade and investment partnership) è infatti l'accordo di libero scambio sul commercio e gli investimenti, che dovrebbe permettere all'Unione europea e agli Stati Uniti di rafforzare le proprie economie portando all'Ue una crescita di 120 miliardi di euro e agli Usa di 90 miliardi.
Un trattato però con ancora troppe incognite, tanto che proprio nella settimana dell'ottavo round dei negoziati appena conclusa a Bruxelles, davanti alla Commissione europea i movimenti e le associazioni anti-Ttip hanno manifestato mostrando un enorme cavallo di Troia.
L'UNICO PAESE CONTRARIO? LA GRECIA. Ma, ironia della sorte, tra i 28 Stati membri l'unico a non volere l'accordo commerciale «è la Grecia», dice a Lettera43.it Michael Efler del movimento Stop Ttip, che riunisce 320 organizzazioni provenienti da 24 Paesi.
Efler è il rappresentante dell'Eci, iniziativa dei cittadini europei, che ha raccolto oltre 1 milione di firme per dire no al Ttip e al Ceta (l'accordo commerciale tra Ue e Canada).
Una richiesta che però non è stata presa in considerazione né riconosciuta dalla Commissione.

Al centro Michael Efler del movimento Stop Ttip.

DOMANDA. Perché vi hanno ignorato?
RISPOSTA.
Hanno detto che non è possibile proporre di bloccare qualcosa, ma solo proporre nuove leggi. Invece noi abbiamo chiesto di fermare la ratifica di Ceta e ritirare il mandato per il Ttip.
D. Quindi per ora il milione di firme raccolto non è servito a nulla?
R.
Sì, ma non ci arrendiamo. A novembre abbiamo citato la Commissione davanti alla Corte di giustizia europea in Lussemburgo, ma ci vorrà tempo prima di avere un giudizio. Speriamo entro il 2015.
D. Intanto il Ttip va avanti. Ha incontrato il commissario per il Commercio Cecilia Malmström: cosa vi ha detto?
R.
Che la decisione di bocciare la nostra iniziativa era sbagliata, ma legale. L'ha presa il precedente esecutivo europeo e lei ora non può fare nulla.
D. Anche perché come ha scritto lei stessa in un tweet dopo il vostro incontro: «Non siete d'accordo su nulla».
R.
Sì, abbiamo opinioni opposte. Noi rifiutiamo il Ttip e il Ceta perché sono il peggio che può capitare ai cittadini.
D. Che cosa non vi piace?
R.
Prima di tutto l'Isds (Investor-state dispute settlement, un meccanismo di risoluzione delle controversie tra investitore e Stato, ndr), perché così le aziende possono citare gli Stati in un arbitrato privato, spesso gestito senza alcuna trasparenza. La Germania per esempio è stata citata dal gigante energetico svedese Vattenfall per 5 miliardi di dollari di risarcimento perché il nostro parlamento ha votato per abbandonare gradualmente l'energia nucleare.
D. Chi sostiene il Ttip ricorda che gli Stati membri hanno già siglato 1.400 accordi commerciali e in metà di questi sono state proprio le aziende europee a usare l'Isds, per esempio la spagnola Repsol in Argentina. Perchè ora che lo vogliono gli Stati Uniti c'è questa opposizione?
R.
C'è una ragione storica per cui l'Isds era usato dai Paesi industrializzati che stringevano accordi commerciali con Paesi in via di sviluppo privi di norme di legge capaci di difendere i diritti degli investitori. Per esempio in Asia, Africa o Centro America le istituzioni legali sono molto deboli e spesso dipendenti da governi corrotti, quindi è normale che Italia o Germania lo usino se fanno un accordo con l'Argentina o il Ghana.
D. Gli Usa quindi non ne hanno bisogno?
R. No, solo il 10% degli accordi commerciali per gli investimenti tra Stati Uniti ed Europa sono coperti da Isds e sono tutti con i Paesi dell'Est, non dell'Ovest. Non c'è un singolo accordo commerciale tra Francia o Germania e Usa e Canada che comprenda l'Isds.
D. Perché?
R.
In questi Paesi le strutture e gli strumenti legali funzionano. Le corti pubbliche possono garantire la protezione degli investimenti internazionali. Non c'è bisogno di corti speciali, che mettono a rischio ogni principio di legalità. Di solito questi sono processi dove non c'è trasparenza e non prendono in considerazione la legislazione nazionale, le leggi ambientali, tutto. È una sorte di espropriazione in favore degli investitori.
D. Per questo gli Stati Uniti vogliono l'Isds?
R.
Sì, vogliono dare alle loro aziende lo strumento per attaccare le barriere che ci sono agli investimenti, e che potrebbero riguardare qualunque cosa, dal divieto del fracking a quello sulla carne agli ormoni o sui polli clonati. E purtroppo l'effetto più grave di questa misura non sarà facile da riconoscere e contrastare.
D. E qual è?
R.
Il ricatto alla democrazia, alla libertà, alla politica. Il più grande problema è che gli Stati sarebbero perennemente sotto minaccia. Ogni volta che lavorano a una legge, le aziende americane potrebbero metterli in guardia e dire: se adotti questa legge io ti cito in giudizio davanti a un arbitro, perderai e ti chiederò tantissimi soldi di risarcimento. E questo sta già succedendo in molti Paesi.
D. Per esempio?
R.
In Nuova Zelanda stanno mettendo gli avvisi sui pacchetti delle sigarette per dire che fumare fa male alla salute e stanno discutendo al parlamento una legge per porre altri divieti. Ma in Australia, il governo, che ha già fatto queste leggi, è stato citato dalla Philip Morris perché dice di aver violato il trattato sugli investimenti. E ora la Nuova Zelanda ha paura che le accada lo stesso, così non farà nulla: non applica una legge per paura di essere attaccata dalle grandi compagnie.
D. Quali settori dell'economia europea sarebbero messi più sotto attacco con il Ttip?
R.
Prima di tutto quello agricolo, perché l'agricoltura americana è molto più grande di quella europa, ha aziende enormi super industrializzate, fattorie con migliaia di animali che sono capaci di produrre carni e prodotti molto più economici. E se il Ttip elimina o mette sotto attacco i nostri regolamenti, gli agricoltori europei non saranno più competitivi.
D. È il libero mercato, bellezza...
R.
Così bello che con il Nafta (l’accordo per il libero scambio stipulato tra Usa, Canada e Messico nel 1992, ndr) più di un milione di agricoltori messicani sono andati in bancarotta per colpa della grande concorrenza delle multinazionali americane.
D. Con il Ttip dovrebbero guadagnarci anche le piccole e medie imprese, dicono.
R.
Se le Pmi europee possono avere qualche chance grazie alla possibilità di poter esportare in maniera più semplice alcuni prodotti tipici e particolari, per la maggior parte dei casi sarà comunque una sconfitta. Saranno danneggiati.
D. Ma ci sarà qualche aspetto positivo di questo accordo?
R.
Potrebbe esserci un miglioramento nella semplificazione delle procedure che eviterebbe per esempio il doppio test, il doppio controllo dei prodotti, ma anche questo potrebbe essere pericoloso, perché l'obiettivo del Ttip è eliminare le barriere anche quando si parla di servizi pubblici, cultura, istruzione, salute. In Gran Bretagna per esempio il servizio sanitario nazionale non reggerebbe la concorrenza del sistema privatizzato americano.
D. Visto che ci sono così tanti aspetti negativi, quanti Paesi europei si oppongono al Ttip?
R.
Purtroppo solo la Grecia. Gli altri sono tutti più o meno a favore: i governi però, non i cittadini, c'è una grande differenza. La Germania per esempio è a favore, fa obiezioni solo sull'Isds, dice che non è necessario, ma non ha mai detto che non voterà l'accordo. Angela Merkel è una grande sostenitrice.
D. E i cittadini invece?
R.
Il tipico problema delle democrazie rappresentative è che i governi fanno più o meno quello che vogliono. Soprattutto quando si tratta di accordi commerciali. Non chiedono ai cittadini se sono a favore o no, non li informano.
D. Per questo siete nati come movimento?
R.
Sì, in Germania abbiamo raccolto oltre 800 mila firme contro il Ttip, anche in Gran Bretagna e in Austria c'è molta resistenza da parte dei cittadini. Un po' meno in Italia, nonostante la partecipazione delle Ong e dei sindacati.
D. C'è la possibilità che il governo ascolti l'opinione pubblica?
R.
Sì, ma il problema è che il Ttip non è mai stato un tema durante le elezioni nazionali. Forse alle Europee, ma poco. E non c'è nemmeno un referendum che chieda ai cittadini se lo vogliono o no.
D. Sarà però il parlamento europeo a votare il Ttip.
R.
Sì, ma vota solo alla fine sì o no. Non può cambiare niente e questo non è certo democratico. Ecco perché stiamo cercando di trovare una maggioranza di parlamentari che sia contraria. Ma è dura, perché c'è un grande supporto tra i conservatori e i liberali. Anche i socialisti rigettano l'Isds, ma sono a favore del Ttip.
D. L'Isds è il tema che fa più paura?
R.
No, c'è il regulatory cooperation, la cooperazione normativa, che è davvero la cosa più pericolosa del Ttip. Ogni nuova legislazione americana o europea che riguarda o interessa il Ttip deve essere mandata all'altra parte prima di essere approvata. Il governo americano e i suoi stakeholders non hanno certo diritto di veto, ma possono dire la loro. Questa è la vera perdità di sovranità che porterà il Ttip. Non è accettabile che persone che non sono state votate dagli europei possano influenzare il nostro processo legislativo.
D. Sarebbe solo un'opinione però.
R.
Sì, ma è comunque un pericolo perché già ora solo la Commissione può scrivere una legge, il parlamento può emendare e respingere ma non proporre, quindi il potere è tutto in mano all'esecutivo che può ascoltare il governo americano e i suoi stakeholders prima ancora di ascoltare il parlamento votato dai cittadini.
D. Se così fosse, contro il Ttip ci sarebbe una grande opposizione però.
R.
Non è facile. Nel Ttip non scriveranno per esempio che si possano commerciare carni clonate, ma useranno questo sistema di regulatory cooperation per abbassare gli standard e modificarli. Già ora durante i negoziati per il Ceta molte direttive di qualità che aumentano gli standard nel settore dei trasporti sono state abbandonate perché il Canada ha detto: «Se andate avanti in questa direzione noi non facciamo l'accordo». E così il processo legislativo si è fermato.
D. Nessuna insurrezione cittadina però?
R.
Il problema è la trasparenza. Questi accordi si fanno a porte chiuse, in lingue diverse. Si tratta di cose difficili da capire, scoprire e spiegare. Ma l'opinione pubblica sta iniziando a interessarsi. La scorsa settimana tutti i giornali tedeschi hanno parlato per la prima volta del regulatory cooperation: si sta finalmente accendendo un faro su questo aspetto.
D. Riuscirete a bloccarlo?
R.
Sono molto ottimista, non credo che questo accordo vedrà mai la luce perché ci sono troppi conflitti tra le due parti, soprattuto sull'Isds. Ora si sta finalmente iniziando a parlare delle tematiche più controverse, l'opinione pubblica si sta interessando al tema.
D. Però molti sostengono che porterà benefici all'Ue.
R.
Non è verò. Questo Ttip non aiuterà a uscire dalla crisi. Anche la Commissione ha detto che i risultati positivi sono molto pochi e non si vedranno prima di 12 anni. Parliamo dello 0,5% del Pil, che non serve certo a uscire dalla crisi.

Twitter: @antodem

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