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ANALISI 26 Febbraio Feb 2015 1547 26 febbraio 2015

Chi ha sottovalutato l'Isis ora si faccia perdonare

Ne ha sottostimato ferocia e forza propagandistica. Adesso la comunità internazionale è chiamata a dare una risposta unitaria. Sotto ogni punto di vista.

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Jihadisti dell'Isis.

Il Califfato colpisce ancora, facendo anche razzia di cristiani nel Nord-Est della Siria e smentendo una volta di più le voci ottimistiche di quanti tentano di accreditare la tesi che per Abū Bakr al-Baghdādī la sorte sarebbe ormai segnata; che si starebbe recuperando il ritardo accumulato nell'organizzare la controffensiva all'impressionante espansione territoriale del suo gruppo di tagliagole (come si continua a definirlo) tra Siria ed Iraq all’inzio del 2014.
È vero che dall’auto-proclamazione del Califfato (fine giugno) in avanti la controffensiva avrebbe fatto progressi significativi: a partire dai primi attacchi autorizzati da Barack Obama agli aiuti anche militari assicurati ai curdi iracheni (anche dall'Italia) alla formazione, a settembre, della grande coalizione internazionale a guida americana con l’adesione di decine di Stati, dal Canada all’Australia, dai Paesi europei a quelli arabi.
I LIMITI DELLA COALIZIONE. Sulla carta uno schieramento da far tremare le vene ai polsi di Al-Baghdādī se non fosse stato per il rifiuto dei coalizzati a porre truppe sul terreno, per le dosi - secondo qualche analista - 'quasi omeopatiche' degli attacchi aerei e per le condizioni miserrime dell'esercito iracheno, vitale solo nella componente peshmerga e nel sostegno delle speciali forze militari iraniane.
Del resto era risaputo che senza un'appropriata saldatura militare tra cielo e terra si sarebbero potuti ottenere risultati solo parziali, di contenimento, ma non certo di debilitazione e distruzione come annunciato da Obama; che in Siria il bersaglio Isis andasse sostanzialmente oscurando quello del rovesciamento di Assad; e che la Turchia, membro della Nato, si preparasse a una linea di condotta di singolare autonomia marcata poi da una discutibile ambiguità nei riguardi dei foreign fighter e dello stesso Isis.
LA FEROCIA DELL'ISIS FA PRESA. Malgrado questi limiti, chiari fin dall'inizio delle operazioni, pochi osservatori sarebbero stati disposti a credere che l’Isis, lungi dall’essere intimidito, avrebbe bellamente resistito e anzi risposto con spavalda efferatezza alla macchina da guerra della coalizione internazionale e delle forze militari impegnate sul terreno: dai curdi siriani e iracheni agli iraniani, dall'opposizione moderata di Damasco ai nuclei riconducibili ad Al-Qaeda.
Ancor meno a ipotizzare che le sue pratiche di ferocia, condite da una messaggistica delirante ma emblematicamente ancorata a una certa dottrina islamica e abilmente diffusa sui social media, sarebbero risultate tanto efficaci: in termini di attrazione di combattenti stranieri, dal Medio Oriente come dall’Occidente, e di adesione alla sua bandiera da parte di nuclei della galassia islamista, dal Sinai alla Somalia, dalla Nigeria all’Egitto, dalla Tunisia al Sahel.

Per neutralizzare il Califfato non bastano missili e armamenti di terra

Il presidente dell'Egitto, Abdel-Fattah al Sisi.

Ai più accorti non era sfuggito certo che il velenoso brodo di coltura siriano e iracheno dell’Isis, cucinato in buona misura dall’Occidente e dal sotterraneo scontro settario sciita-sunnita e inter-islamico, avrebbe avuto bisogno di ben altro che di missili e armamenti di terra per essere neutralizzato; così come era leggibile la capacità dell’Isis di incunearsi negli spazi molli della frustrazione e del risentimento sunnita sia in Iraq sia in Siria, e in quelli creati dalla sua propaganda terrorizzante.
Così come non era sfuggito (e non sfugge) che la pur diffusa esecrazione della condotta criminale dell’Isis non si stava traducendo in una proporzionale reazione popolare di massa da parte dello stesso mondo islamico, anche in casa occidentale. Segno questo di un coacervo di sentimenti misti, forse non sufficientemente valutati.
Su questo sfondo si colloca anche la temibile inseminazione del vessillo Isis in terra libica. Anch’esso colto in ritardo e favorito dall’incredibile magma conflittuale creatosi con l’insensato abbattimento di Gheddafi.
AL SISI ED ERDOGAN NON AIUTANO. Magma la cui perniciosità ha trovato il più velenoso alimento nello scontro tra i due principali agglomerati libici – quello di Tobruk (riconosciuto internazionalmente) e quello di Tripoli – fortemente inquinato dall’interventismo militare diretto dall’Egitto di Al Sisi e dai suoi sodali del Golfo (prima contro la Fratellanza musulmana e solo in queste ultime settimane contro l’Isis) e in misura minore dalla Turchia.
Scontro destinato a disastrose conseguenze fintantochè sostenuto dal rispettivo convincimento di poter prevalere militarmente e nella conseguente indisponibilità a una qualche soluzione cerniera da cui partire per sventare l'incombente minaccia dell’Isis locale. E per forzare loro la mano bene ha fatto Renzi a escludere al momento (assieme a Parigi, Londra e Washington) qualsivoglia opzione diversa da quella politica portata avanti dal Rappresentante Onu.
PROSPETTIVE INCERTE. Ma il perimetro della necessaria convergenza regionale e internazionale è ancora incerto mentre si profila in tutta la sua inquietante rischiosità l'incrocio tra discutibili prese di posizione governative e populistiche esternazioni islamofobe e xenofobe di una parte della politica europea (e italiana) e le risposte dell’Isis. Anche nella subdola e inqietante minaccia che si annida nell'umbratile e diffusissima boscaglia dei cosiddetti lupi solitari. Anche a casa nostra.
Le prospettive dell’offensiva anti-Isis restano dunque incerte anche perchè schiacciate, come detto, dalla crepa sunnita-sciita da un lato e intra-sunnita dall'altro, su cui manovrano le agende dei principali attori internazionali che non mancano di opacità. E perchè resta ancora claudicante la risposta cultural-religioso-ideologica del mondo islamico - che pure rigetta il messaggio di glorioso quanto terrificante riscatto purificatore di cui l’Isis si sta facendo vessillifero.
LE CONDANNE DI IMAM E GRAN MUFTI. Confortano per contro le forti condanne religiose che il Califfato deve incassare proprio in questi giorni dall’Università al-Azhar del Cairo, per bocca dell’Imam Sheikh Ahmed al-Tayeb, e dalla Mecca, ad opera del gran Mufti saudita Abdulaziz Al Al-Sheikh. Condanne tanto più pregnanti ed efficaci perché appuntate a togliere legittimità dottrinale ai proclami dell'Isis e dirette a una platea di centinaia di religiosi islamici chiamati alla Mecca proprio per identificare e porre in atto una radicale strategia di contrasto all'Isis.
Dovremmo, noi occidentali, cercare di saldarla con quella laica e politicamente corretta che - a partire da Obama - stiamo portando avanti, innervandola con gli strumenti assolutamente prioritari, nell’immediato, dell’intelligence e della forza militare.

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