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INCROCI 26 Febbraio Feb 2015 1114 26 febbraio 2015

Israele, perché l'avanzata dell'Isis aiuta Netanyahu

Il Califfato non preoccupa Tel Aviv. Anzi: i terroristi sunniti servono in chiave anti sciita. Cioè contro l’arci nemico Iran. L'unico rischio: l'intervento degli Usa.

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Il premier israeliano Benjamin Netanyahu.

Prima Colin Powell, poi Benjamin Netanyahu: di fronte alla platea delle Nazioni Unite, raccontare bugie sulle armi di distruzioni di massa sembra essere una tentazione irresistibile.
Lo fece nel 2003 l’allora segretario di Stato americano, per convincere il mondo della legittimità di una guerra contro l’Iraq; lo ha fatto - stando alle rivelazioni dell’intelligence in mano al quotidiano The Guardian e all’emittente Al Jazeera - il primo ministro israeliano nel 2012, esagerando le reali possibilità dell’Iran di arricchire uranio e, dunque, di fabbricare una bomba atomica.
A GAMBA TESA SU TEHERAN. L’obiettivo di re Bibi, il più longevo e controverso politico israeliano, era chiarissimo: entrare a gamba tesa nei negoziati sul nucleare in corso da anni tra Teheran e Washington, faticosissimo tentativo di normalizzare i rapporti tra i due Paesi (nonché quelli tra l’Iran e l’Europa) dopo 35 anni di agonia seguita all’ascesa degli Ayatollah.
Ma non c’è da aspettarsi che Netanyahu chieda scusa, anche se la stampa di mezzo mondo ha sconfessato la sua versione, e per di più usando dispacci del Mossad, il potentissimo servizio segreto di Tel Aviv.
ISIS? LE PRIORITÀ SONO ALTRE. Il premier, in cerca di rielezione il 17 marzo 2015, è infatti già ripartito alla carica: il 3 di marzo, nel contestato discorso davanti al Congresso americano, è pronto a ripetere lo show.
Perché, mentre il mondo assiste annichilito alle barbarie dell’Isis, i tagliagola giocano coi social network annunciando il califfato in Libia e l’Occidente valuta nuove guerre, Israele sembra avere un’agenda e priorità tutte diverse.

Tra Califfato e Israele un patto di non belligeranza

Miliziani dell'Isis.

Non ci sono i terroristi del Daesh (lo Stato Islamico, o Is) in cima alle preoccupazioni di Bibi, bensì i governanti di Teheran.
Non è la guerra delle milizie sunnite a far paura, ma i tentativi del regime iraniano di scrollarsi di dosso il ruolo di pariah internazionale.
«UN ERRORE INTERVENIRE». A fine ottobre, anzi, un ufficiale dell’esercito israeliano si è spinto a dire che «l’Occidente sta facendo un errore a intervenire contro l’Isis».
E si capisce perché: almeno fino a un certo punto, l’ascesa degli estremisti può far comodo a Netanyahu.
Non è un caso se di Al Baghdadi e soci ha sempre parlato poco e con meno angoscia di quanto la posizione geografica di Gerusalemme lascerebbe supporre.
NESSUNA INTERFERNZA RECIPROCA. Tra i terroristi islamici sunniti e il primo ministro - certo non noto per il proprio pacifismo - finora c’è stato qualcosa di simile a un patto di non belligeranza.
Il Califfo non è entrato nelle questioni palestinesi e non ha mosso un dito per “aiutare” i combattenti di Gaza.
Tel Aviv, per contro, non si è mai espressa a favore degli attacchi aerei contro le postazioni del Daesh, né ha condiviso la (comprensibile) isteria mediatica nei confronti dei pericoli del Califfato.
SCIITI E SUNNITI COMBATTANO PURE. Va da sé che tutto cambierebbe in caso di una qualsiasi minaccia concreta al proprio territorio, ma per il momento la partita che gioca Israele è un’altra: usare i terroristi sunniti in chiave anti sciita, e cioè contro l’arci nemico Iran.
O quantomeno lasciare che sciiti e sunniti si combattano nella più purulenta battaglia mediorientale, fino a indebolirsi entrambi.

Il pericolo vero per Tel Aviv sono gli attacchi di Hezbollah

Hassan Nasrallah, segretario generale di Hezbollah.

Il pericolo vero con cui si confronta Israele, infatti, sono gli attacchi di Hezbollah, la milizia sciita libanese, braccio armato dell’Iran e legata a doppio filo anche al presidente siriano Bashar al Assad.
Dopo la guerra del 2006, l’ultimo episodio gravissimo è di fine gennaio, quando i guerriglieri sciiti hanno attaccato un convoglio israeliano uccidendo due uomini.
UN MODELLO PER HAMAS. Hezbollah, inoltre, è considerata un modello da Hamas - la fazione palestinese che governa Gaza, e non riconosce lo Stato di Davide - a cui forse passa anche armi e soldi; e se non arrivano dagli Hezbollah, di certo, i finanziamenti ad Hamas nel passato sono giunti direttamente da Teheran.
Liberarsi della minaccia dei miliziani libanesi è un compito al quale Israele ha dedicato molte risorse, ma ora gli jihadisti possono dare una mano: i sunniti (cioè l’Isis) considerano gli sciiti infedeli e ritengono che debbano essere eliminati, persino prima dei non musulmani.
Come dire che il Daesh è dunque in guerra anche contro Assad, Hezbollah e Teheran: la stessa battaglia che combatte Israele.
DAMASCO SI È INDEBOLITA. Non solo. Da quando la crisi in Siria si è avvitata nella spirale del terrorismo e della lotta tra fazioni terroriste, Damasco - con cui formalmente Tel Aviv è in guerra dal 1967, con un contenzioso aperto riguardo le Alture del Golan - si è indebolita ed è meno minacciosa per gli israeliani.

L'ostilità alla nazione palestinese è un tratto comune

New York: Hassan Rohani all'Onu (26 settembre 2014).

Infine, per capire lo strano allineamento (ovviamente soltanto tattico e comunque parziale) tra Israele e gli jihadisti, bisogna ricordare che Al Baghdadi non vuole uno Stato palestinese, convinto che gli Stati nazionali arabi debbano scomparire a favore del Califfato: e l’ostilità alla nazione palestinese è un altro tratto conclamato del falco Benjamin Netanyahu.
NUOVO ASSE USA-IRAN. In questo strano gioco di incastri, tuttavia, un rischio per Tel Aviv c’è.
Pur di arginare l’Isis, infatti, gli americani si sono rivelati pronti a cooperare (almeno sottobanco) con Teheran, fingendo di dimenticare quando l’ex presidente Mahmud Ahmadinejad auspicava la distruzione di Israele e negava l’Olocausto.
Anche in Iran le cose sono cambiate da allora. Il nuovo presidente, Hassan Rohani, è più moderato.
E, con il placet dell’Ayatollah, è pronto infine a ultimare i negoziati sul nucleare pur di mettere fine alle sanzioni che strozzano il Paese: la deadline per la prima firma è il 30 marzo prossimo.
SGARBO DI BIBI A OBAMA. Per questo Netanyahu si appresta a tornare a Washington, su invito dei Repubblicani e in palese sgarbo al presidente Barack Obama (che infatti non ha intenzione di riceverlo): come già nel 2012, deve assolutamente convincere il Congresso della pericolosità di un accordo.
Apparentemente, Bibi si fida meno della volontà dell’Iran di rispettare i patti sull’arricchimento dell’uranio (o della capacità occidentale di stipulare patti giusti) che della pericolosità dei tagliagola del Daesh. E c’è da chiedersi se entrambe le cose non significhino qualcosa.

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