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SCONTRO 26 Febbraio Feb 2015 1900 26 febbraio 2015

Pd, strappo di Bersani: rifiuta incontro con Renzi

L'ex segretario: «Non sono un figurante». E attacca su Italicum e Jobs Act. Il premier: «Stupito».

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L'ex segretario del Pd, Pier Luigi Bersani.

Pier Luigi Bersani spalanca lo strappo intenro al Pd con Matteo Renzi sulle riforme, diserta l'incontro coi parlamentari dem al Nazareno voluto dal premier, stronca il Jobs Act e lancia un secco avvertimento al premier su Italicum e riforma costituzionale: «Il combinato disposto» tra i due testi «rompe l'equilibrio democratico. Se la riforma della Costituzione va avanti così io non accetterò mai di votare la legge elettorale».
BERSANI: «NON SONO UN FIGURANTE». «All'incontro non andrò. Non ci penso proprio. Perché io m'inchino alle esigenze della comunicazione, ma che gli organismi dirigenti debbano diventare figuranti di un film non ci sto», ha attaccato Bersani, ricevendo il plauso di Pippo Civati.
Parole di fuoco pronunciate in una lunga intervista su Avvenire, in edicola venerdì 27 febbraio. Tra gli argomenti affrontati, anche la riforma delle banche popolari, il caso Rai-Mediaset e le liberalizzazioni.
RENZI: «NON PIÙ VECCHI CAMINETTI». «Nessuno ha la verità in tasca e nessuno vuole ricominciare con i caminetti ristretti vecchia maniera: noi siamo per il confronto, sempre. Aperto e inclusivo, senza che nessuno si senta escluso», ha replicato Renzi dicendosi «stupito» di chi, nella minoranza Pd, «gioca la carta della polemica interna».
E ancora: «Il nostro è un Partito democratico, nel nome ma anche nelle scelte e nel metodo. Tutte le principali decisioni di questi 15 mesi sono state discusse e votate negli organismi di partito: dal Jobs Act fino alle riforme costituzionali, dalla legge elettorale alle misure sulla Legge di stabilità».

La minoranza dem pronta a disertare il Nazareno

Gianni Cuperlo.

Con Bersani al vertice del Nazareno mancheranno tanti altri esponenti della minoranza Pd, che soprattutto dopo la vicenda Jobs act hanno dichiarato di sentirsi «presi in giro» dal segretario.
«Nessun ordine di scuderia», hanno assicurato comunque i bersaniani. Ma di fatto tanti parlamentari di area riformista e di sinistra dem, oltre ai civatiani, non parteciperanno.
Ci sarà il capogruppo Roberto Speranza e ci saranno altri esponenti della minoranza come Francesco Boccia. Ma tanti altri hanno spiegato di non aver gradito modi e tempi del confronto: «Non si possono invitare il mercoledì oltre 400 parlamentari per il venerdì in una sala che contiene 200 persone, a discutere in 4 ore di temi di gran rilievo», ha osservato Nico Stumpo. «Non mi sembra una formula utile e seria», ha detto Alfredo D'Attorre.
JOBS ACT VERO PUNTO DI ROTTURA. I bersaniani hanno invitato il governo anche a mettere finalmente a punto le regole delle primarie, dopo il caos in Campania. Ma il punto di rottura con Renzi è stato il Jobs act.
Quella legge, secondo Bersani, «mette il lavoratore in un rapporto di forze pre-Anni 70» e si pone perciò «fuori dall'ordinamento costituzionale». Il fatto che il governo non abbia accolto le modifiche proposte «all'unanimità» dal Pd nei pareri sui decreti attuativi del Jobs act, fa apparire ora una «ridicola presa in giro», secondo Stefano Fassina, il gesto del segretario di convocare quegli stessi parlamentari a discutere di fisco.
E se Civati se l'è cavata con una battuta («Domani ho judo»), Gianni Cuperlo ha spiegato che non andrà perché prima serve «un chiarimento sul rapporto tra governo e parlamento», con una convocazione dei gruppi parlamentari per discuterne, «magari non in streaming».
E con riferimento all'opa Mediaset sulla Rai Cuperlo ha scherzato: «Domani non c'è lo streaming? Forse hanno venduto i ripetitori».

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