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LOTTA INTERNA 27 Febbraio Feb 2015 2141 27 febbraio 2015

Pd, Bersani guida la minoranza contro Renzi

Lo strappo di Pier. Le tensioni su Italcum e Jobs Act. Il distacco di Speranza. Ribelli alla carica: «Ci riprendiamo il partito». Ma Pil e spread aiutano Matteo.

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Pier Luigi Bersani e Matteo Renzi.

Dopo una breve tregua per l’elezione di Sergio Mattarella alla presidenza della Repubblica, è ufficialmente ripresa la guerra della minoranza dem al “potente” leader Matteo Renzi.
Una sorta di “goccia cinese” esercitata con azioni scientificamente mirate a logorare il segretario premier e riprendere così il controllo della “ditta”.
«SI INIMICA GLI ITALIANI». Il sistema è semplice, e lo spiega uno degli strateghi della vecchia guardia, conversando in forma strettamente privata con Lettera43.it nelle pause dei lavori parlamentari.
«Molta gente si è accorta di chi è Renzi. Noi vogliamo che continui a lavorare come ha fatto finora. Inimicandosi altri italiani».
E nel frattempo «lo colpiremo sulle parti più impopolari dei suoi provvedimenti, fino a quando non distruggeremo il piedistallo su cui si è piazzato. Così ci riprenderemo il partito».
PIER PARLA AI MODERATI. Rientra in questa tattica anche l’intervista rilasciata da Pier Luigi Bersani ad Avvenire, nella quale rifiuta l’invito del premier alla riunione dei parlamentari dem di venerdì 27 febbraio, dicendo di non essere «un figurante».
Dalle colonne del giornale dei vescovi - scelto non a caso, per arrivare alla pancia più sensibile dell’elettorato moderato - l’ex ministro lancia il guanto di sfida sui temi centrali dell’azione del governo.
Dall’Italicum, che non voterà se resteranno i capilista bloccati, alla riforma del Senato assolutamente da modificare, senza dimenticare le bocciature su Jobs Act e fisco, o la vicenda RaiWay e la gestione del partito che a Bersani non convince per niente.

Fa rumore la presa di posizione di Roberto Speranza

Roberto Speranza.

In quest’ottica fa ancora rumore il duro attacco portato nei giorni scorsi dal capogruppo alla Camera, Roberto Speranza (presente però al Nazareno) al Jobs Act, accusando Palazzo Chigi di aver approvato il provvedimento senza tenere conto delle indicazioni arrivate dal parlamento.
Quell’uscita del presidente dei deputati dem non era passata inosservata agli occhi di Renzi, che - stando ai rumor raccolti da Lettera43.it - non avrebbe gradito la presa di posizione di uno dei pontieri più importanti tra maggioranza e opposizione interna.
DAMIANO PRESENTE. Tra le tante assenze dell’area bersaniana, spicca invece la presenza del presidente della commissione Lavoro della Camera, Cesare Damiano, che ha provato a stemperare gli animi.
«C’erano almeno una quindicina di parlamentari della minoranza, non ero certo l’unico. Per quello che mi riguarda sono tutte decisioni individuali, non siamo tenuti a nessuna obbedienza. Nessuno ci ha dato ordini».
«SIAMO DISOBBEDIENTI». Per svelenire il clima, l’ex ministro del Welfare ha anche abbozzato una battuta decisamente significativa: «Comunque nessuno ci darebbe ordini... Noi siamo disobbedienti di natura».
Segnali che alla maggioranza serviranno per costruire la controffensiva.
Finora, infatti, le cose per Renzi sono andate decisamente bene. Forse oltre ogni aspettativa.

Quando è alle strette, la fortuna assiste Matteo

Il segretario del Pd Matteo Renzi.

Il premier è stato sempre perfettamente consapevole che la battaglia interna non si sarebbe esaurita con le primarie dell’8 dicembre 2013, semmai si sarebbe addirittura inasprita.
CALAMITÀ IN SOCCORSO. E le previsioni del 'golden boy' dem si sono effettivamente verificate, ma fino a oggi è riuscito a parare i colpi un po’ con l’astuzia, un po’ aiutato anche dalla Dea Bendata, perché ogni qualvolta il governo è scivolato su una buccia di banana (vedi, per esempio, la delega fiscale col cosiddetto salva-Silvio o il decreto sulle banche popolari), c’è sempre stato un evento più grande che ha catalizzato l’attenzione dell’opinione pubblica.
FEDELISSIMI, CHE LAVORO. E anche ai tempi delle trattative per la scelta del successore di Giorgio Napolitano per il Quirinale, Renzi ha ricacciato il fantasma di Giuliano Amato nell’armadio, grazie all’intervento di un gruppo di fedelissimi che ha tessuto la tela di cui si è servito Mattarella per salire sul Colle più alto di Roma, definito da tutti come il «capolavoro politico» del segretario nazionale del Partito democratico.
Ora, però, la minoranza del Pd ci riprova. Anche se le ultime notizie sullo spread sotto i 100 punti e le stime positive dell’Istat sulla crescita sembrano confermare la tesi con cui sempre più spesso gli esponenti della maggioranza Dem terminano ogni riflessione sul premier: «Questo ragazzo ha più... fortuna che anima!».

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