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MUM AT WORK 28 Febbraio Feb 2015 1732 28 febbraio 2015

Jobs Act troppo timido, servono più sforzi per le madri

Il decreto sulla conciliazione vita-lavoro è un segnale positivo. Ma non basta. Bisogna mantenere le promesse sulla riforma della Buona scuola.

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Nelle piazze di tutta Italia è partita la mobilitazione degli studenti sotto l'hashtag #10ottstudentiinpiazza.
I ragazzi sono scesi in piazza «per chiedere una scuola, un'università, un Paese diverso, che non è certo quello del Jobs Act o dello Sblocca Italia. La grande bellezza siamo noi» è uno degli slogan più ripetuti negli striscioni esposti nei cortei.

«Un ritocco che esprime una sensibilità maggiore verso i lavoratori non dipendenti, ma che ci lascia del tutto insoddisfatti». Anna Ponzellini di Maternità e Paternità è delusa. Il decreto sulla conciliazione vita-lavoro del Jobs Act è «a costo zero, anche se si immaginava che non ci fossero risorse da spendere».
Tra le disposizioni del decreto attuativo uscito dal Consiglio dei ministri il 20 febbraio in tema di conciliazione innanzitutto si prevede l’estensione del periodo di utilizzo del congedo parentale fino a sei mesi e la possibilità di utilizzarlo anche su base oraria con una forma di part time al 50%.
Poi il congedo di paternità a tutte le categorie di lavoratori - anche gli autonomi - e benefici per le aziende che decidono di utilizzare lo strumento del telelavoro.
PICCOLI SEGNALI POSITIVI. In più il congedo parentale si potrà usare fino ai 12 anni di vita del bambino (e non solo fino agli otto attuali) e si “allunga” anche la parte relativa allo stipendio: si potrà percepire il 30% nel semestre non più per i primi tre, ma per i primi sei anni di vita del figlio.
Il Jobs Act ha diviso, e continua a dividere, e anche sulla conciliazione le opinioni sono diverse. Per Emilio Rayneri, professore di Sociologia all’Univeristà Bicocca di Milano, questo decreto porta «piccoli aggiustamenti molto positivi». «Segnala», commenta il professore, «un’attenzione non usuale della politica italiana per i giovani. Questa è la prima volta che c’è un cambio generazionale nella politica italiana, oltre al dopoguerra».
LA CONCILIAZIONE NON BASTA. Un’inversione di tendenza che ha bisogno di “conciliarsi” con un’altra riforma, dice Rayneri. Per il sociologo un vero cambiamento arriverà solo se «questo decreto si combinerà con quanto annunciato sulla riforma della “Buona scuola”».
Se insomma al decreto sulla conciliazione si abbinerà anche l’apertura del percorso scolastico 0-6 anni, come prevede il progetto di riforma sulla scuola. «Se le risorse verranno destinate davvero, vuol dire che qualcosa può cambiare», precisa il professore. Ma bisogna aspettare il testo definitivo della riforma.
PIÙ DONNE AL LAVORO, PIÙ FIGLI. Conciliazione vuol dire più donne al lavoro. Da noi si è innescato un circolo vizioso che solo una politica attenta alle donne e alle famiglie può spezzare. Facciamo pochi figli: siamo fermi all’1,4 per donna, come ha messo a fuoco l’ultima ricerca Istat, e le mamme sono ai margini del mercato del lavoro. Più welfare e più conciliazione portano più bambini.
«Aumentare l’occupazione femminile e fare più figli sono obiettivi anche economici», spiega Rayneri. «Magari non portano benefici nell’immediato, ma nel lungo periodo sono assolutamente un vantaggio. Significa aumentare le persone in età attiva che lavorano, rispetto alle persone anziane». Per riuscirci però dovremmo fare investimenti nel lungo periodo.
ASPETTANDO LA BUONA SCUOLA. Anche Ponzellini spera nella riforma della “Buona scuola”. «Non c’è ancora una stesura definitiva, ma solo indiscrezioni di stampa, quindi dobbiamo aspettare. Comunque per ora si parla di riduzione delle tariffe dei nidi, che verranno considerati una parte del percorso scolastico. Aspettiamo a fare pollice verso: magari dalla “Buona scuola” avremmo delle buone sorprese».

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