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COLLASSO 1 Marzo Mar 2015 1210 01 marzo 2015

Venezuela, il flop socio-economico del debole Maduro

Casse vuote. Cibo e farmaci scarsi. Prezzo del petrolio crollato. La rivoluzione chavista è già finita. Il presidente dà la colpa all'America e usa la repressione.

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Il presidente Nicolas Maduro ha ripreso a gridare allo «spettro americano».
Nel 2014, le proteste esplose in Venezuela provocarono 43 morti accertati e centinaia tra feriti e arrestati.
L’economia arrancava, la metà del popolo chiedeva più sicurezza e maggior benessere e l’erede di Hugo Chavez - eletto nel 2013 con il 50,8% dei voti - si rivelava un leader debole, non carismatico, probabilmente anche meno capace del Caudillo idealista e guerriero portato via dal cancro.
MANGANELLATE SULLA GENTE. Dopo un anno di governo, la gente protestava per la criminalità in strada e per la mancanza di generi di primo consumo.
E, come nei cortei in Egitto, anche i giornalisti stranieri al fianco dei manifestanti provavano il peso della repressione: manganellate, lacrimogeni, anche pallottole sparate al petto.
RIMASTO SOLO, COME KIRCHNER. Un anno ancora dopo, con Stati Uniti e Russia tornati arci-nemici e il prezzo del petrolio in drastico calo, la crisi economica e sociale è dilagata in Venezuela.
Orfano della guerra agli Usa di Cuba, Maduro è rimasto solo, come la “presidenta” argentina Christina Kirchner. Nel mirino di «servizi segreti infedeli» e «golpisti». Ma, prima di tutto, vittime dei loro errori.

Penuria di cibo e farmaci: le casse vuote statali

Il presidente venezuelano Nicolas Maduro.

Ostinarsi a punire chi è con le spalle al muro equivale a sparare, da dittatori, sulla Croce rossa.
Chavez incarnava il sogno, la promessa di un’economia alternativa per cui lottare e faticare. Maduro, suo ministro degli Esteri e suo vice, è il riflesso d’apparato di un tramonto prematuro.
«Sono sempre stata una chavista. Ma l’altro giorno ho usato la maglietta con l’immagine di Chavez per pulire il pavimento. È morto, ci ha lasciati e da allora tutto va di male in peggio», ha raccontato al New York Times Mary, venezuelana in fila per ore per il mais e l’olio calmierati dal governo.
CODE LUNGHE ANCHE DI NOTTE. Disoccupati, madri, lavoratori sottopagati: una volta a settimana sono in migliaia, sorvegliati dai militari, a prendere la loro razione. In alcune città del Venezuela le code per i beni di prima necessità si allungano anche di notte.
L’inflazione è schizzata al 68%. E la maggioranza dei venezuelani ha azzerato i consumi di carne, pesce e degli altri alimenti più costosi.
Il prezzo del petrolio in caduta libera - in pochi mesi, il Brent si è dimezzato dai 110 ai 60 dollari - è stato il colpo di grazia, per un’economia nazionale sull’orlo del crac e dipendente dal petrolio, circa il 96% dell’export.
STANZE OPERATORIE CHIUSE. Il crollo delle entrate statali per acquistare beni dall’estero, nelle casse pubbliche a corto di riserve come le argentine, ha generato la penuria di farmaci e beni essenziali.
All’ospedale universitario di Caracas, senza forniture mediche sono state chiuse delle stanze operatorie. I pazienti in attesa d’intervento sono centinaia. Altrettanti non riescono a trovare in distribuzione le medicine per curarsi, a meno di non rivolgersi a privati o al mercato nero.
I chavisti ne saranno contenti, ma nel 2015 anche i McDonald’s sono rimasti a secco di scorte di patatine nei magazzini.

A rischio benzina e sussidi: la rivoluzione collassa

Una manifestazione contro il Maduro in Venezuela.

Per il 2015 si calcolano maggiori contraccolpi dal petrolio in Venezuela che in Iran e Russia, con un’economia in contrazione di un altro 7%.
Altra merce di largo consumo, come latte e detergenti, potrebbero diventare rari e preziosi.
Di questo passo, il governo Maduro dovrà ridurre anche i sussidi al ceto medio e povero. E alzare il costo della benzina alle pompe, gonfiando l’ondata di proteste. Un corto circuito.
«COLPA DEGLI USA». Per il presidente chavista la colpa è solo di una «cospirazione economica».
Degli Usa naturalmente che, nonostante il boom del fracking, ribattono di non aver mai smesso di acquistare petrolio da Caracas, suo quarto fornitore di olio nero.
E di non avere interessi a boicottare la rivoluzione bolivariana lanciata da Chavez, in Venezuela e negli Stati socialisti dell’America latina.
CUBA SI ALLONTANA. Ma è vero? Negli ultimi mesi, a fronte di un remake di Guerra fredda con la Russia, gli Stati Uniti hanno aperto a Cuba e all’Iran, con l’ottica, anche commerciale, di indebolire l’asse anti-capitalista.
L’embargo verso Teheran potrebbe cadere, gli yankees virano su Cuba.
Nell’Argentina reduce dal crac, una sollevazione si è alzata contro Kirchner, traballante per le accuse di malgoverno e corruzione, ora nel mirino per l’inchiesta sulla morte sospetta del procuratore che indagava contro di lei.
Ai 400 mila scesi in piazza la “presidenta” vicina di Chavez e dei Castro ha dato dei «golpisti». Pure Kirchner si è dice vittima di un «complotto dei servizi segreti». Mentre a Caracas, Maduro ha varato una norma che permette l’uso delle armi in manifestazioni anche pacifiche.
REPRESSIONE CHAVISTA. Il prezzo del petrolio incide, ma dal 2013 i venezuelani criticano le «politiche fallimentari del governo», anacronistiche in un’economia globale dominata dal dollaro, dove anche Cina e Bolivia hanno accettato il compromesso del capitalismo di Stato.
L’amico di Chavez e suo vecchio consigliere economico, Jorge Giordani ha criticato il nuovo presidente per la curruzione e la burocrazia asfittica dell’apparato: «Compagni, dobbiamo riconoscere la crisi, compagni».
Ma Maduro, pare molto suscettibile alle critiche, promette mano dura: 33 tra i 50 sindaci dell’opposizione sono indagati o sotto processo per le proteste del 2014.
Il primo cittadino di Caracas Antonio Ledezma, grande collettore di voti anti-chavisti, è stato arrestato con per «tentato golpe». Quo vadis, revolución?

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