PERSONAGGIO 2 Marzo Mar 2015 0700 02 marzo 2015

Guido Ghisolfi, un manager alla corte di Renzi

Politico. Imprenditore. Uomo di sistema. Ha finanziato Chiamparino e il premier. Fattura 3 miliardi, ma è l'anti-Farinetti. Profilo di Ghisolfi, fedelissimo di Matteo.

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Guido Ghisolfi con Matteo Renzi.

A Torino dicono che sì, certo, c'è il rapporto con Chiamparino, «sempre molto stretto, ma Renzi parla soprattutto con due persone, Sergio e Guido».
Sergio è Sergio Marchionne, amore ritrovato del premier fiorentino. E Guido chi è?
IL PERFETTO RENZIANO. Un po' politico, un po' banchiere, soprattutto imprenditore, invisibile alle cronache, Guido Ghisolfi è il perfetto esemplare della nuova antropologia renziana, la sinistra dei grandi capitali: manager di un gruppo internazionale col pallino dell'innovazione, politico legato al territorio. Uomo di sistema.
Con la multinazionale di famiglia, la Mossi&Ghisolfi, azienda fondata nel Dopoguerra e oggi all'avanguardia nella produzione di biocarburanti, esporta tecnologia in tutto il mondo, dal Brasile alla Cina.
ALLERGICO ALLA TIVÙ. Con la tessera del Partito democratico finanzia leader e campagne elettorali, per il governo regionale come per quello nazionale.
Renziano “della prima ora” come l'altro imprenditore simbolo della rottamazione, il fondatore di Eataly Oscar Farinetti, sul piano della visibilità Ghisolfi è però l'anti-Farinetti: schivo, allergico alle interviste e ai talk show. Pochi interventi, per lo più a incontri di partito.

Ci mette i soldi e le idee liberali

Sergio Chiamparino.

Un understatement che non ridimensiona però il contributo dato all'ascesa politica di Matteo Renzi.
Sul palco della Leopolda fin dalle prime edizioni, Ghisolfi ha portato le sue idee liberali - salari legati alla produttività, flessibilità nel mercato del lavoro, burocrazia intelligente, più investimenti in ricerca e università - e un bel po' di denari: 120 mila euro versati nel 2013 insieme con la moglie Ivana Tanzi per sostenere Matteo alle primarie, il secondo finanziamento dopo quello di Davide Serra.
NEL 2014 SOLO LA TESSERA. Nel 2014 non ha sborsato nulla - «Ora è diventato premier e segretario del Pd. E un segretario del Pd ha i suoi canali di finanziamento», ha spiegato durante la trasmissione Un giorno da Pecora -, ma al progetto crede ancora: «Io finanzio il Pd, nel senso che ho la tessera del partito».
E sceglie bene i suoi investimenti.
HA APPOGGIATO CHIAMPARINO. Nel 2014 si è dato da fare per la campagna elettorale di Sergio Chiamparino (15 mila euro lui, 30 mila papà Vittorio), l'ex sindaco di Torino che «con i poteri forti è meglio una pizza che un calcio in culo», abilmente passato dalla politica alle banche e di nuovo alla politica, eletto governatore del Piemonte anche grazie alla sapiente composizione, ben rappresentata in giunta, delle due famiglie politiche più forti della regione: gli eredi della sinistra socialista di Alessandria e la lobby democristiana del cuneese.
«RENZI MODERNO E AGNOSTICO». Nelle sue poche dichiarazioni ai giornali, Ghisolfi ha spiegato di essere rimasto colpito da Renzi per il suo «approccio moderno e agnostico» e perché «è stato uno dei pochi politici che mi ha chiesto “Cosa fai?” invece che spiegarmi cosa pensava lui. È stato lui a telefonarmi e a chiedermi la mia opinione».

Un gruppo internazionale che fattura 3 miliardi di dollari

Il logo del gruppo Mossi&Ghisolfi.

Il perché lo si capisce percorrendo il tratto di terra in cui l'appennino ligure incrocia il basso Piemonte, non lontano dal confine con la Lombardia, cuore della provincia e dell'industria alessandrina.
Nel 2013 Matteo Renzi volle tenere uno dei discorsi conclusivi della campagna per le primarie a Rivalta Scrivia, provincia di Tortona, nel parco scientifico e tecnologico che, disse, «rappresenta un'eccellenza» della ricerca italiana sulle economie verdi.
UNA FAMIGLIA DI EMIGRANTI. La storia comincia da lontano, nel 1953, quando Vittorio Ghisolfi, figlio di italiani emigrati in Brasile, fondò con il suocero Domenico Mossi la Mossi&Ghisolfi di Tortona.
Negli Anni 70, l'azienda era già il primo produttore italiano di imballaggi in plastica. Oggi è una multinazionale (controllata dalla finanziaria M&G) con un fatturato di oltre 3 miliardi di dollari, 2.100 collaboratori in tutto il mondo, impianti in Brasile, Messico, Stati Uniti, Cina, India.
FA MATERIALI PER IMBALLAGGI. Fa il Pet, il polietilene per imballaggi e da qualche anno ha anche il primato di aver brevettato una tecnologia (Proesa) per i biocarburanti di seconda generazione - quelli che non mangiano colture destinate all'alimentazione - che è stata esportata persino in Brasile, tra i più grandi produttori al mondo di etanolo.
200 MILIONI NEL BIOETANOLO. Il tutto progettato nei laboratori di Rivalta e nell'impianto di Crescentino attivato nel 2013, dove i Ghisolfi hanno investito molti milioni di euro.
«Abbiamo assunto 250 giovani ricercatori, uno alla settimana dal 2007 a oggi. Abbiamo investito 200 milioni di euro e ci siamo dati l’obiettivo di cominciare a produrre entro 5 anni», raccontava nel 2013 il vice presidente del Gruppo.

Quel progetto per il Sulcis contestato dagli ambientalisti

I lavoratori del Sulcis durante una manifestazione.

Ora vorrebbe espandersi con nuove bioraffinerie: in Sardegna, nella zona nel Sulcis, e in Sicilia.
L'impianto di Portovesme dovrebbe essere finanziato in buon parte con prestiti prestiti pubblici attraverso un contratto di sviluppo con Invitalia, in parte con capitali privati della M&G e di altri investitori.
CI SONO LE BARRICATE. Gli ambientalisti però sono già sulle barricate: il Sulcis deve puntare sull'agricoltura e sulla biodiversità, dicono.
Esponenti della politica locale come Sabrina Sabiu del Partito dei Sardi, e politici di centrodestra, come Mauro Pili (Unidos) si sono uniti al coro.
INTERROGAZIONE PARLAMENTARE. Pili ha anche presentato una interrogazione parlamentare al riguardo, parlando di un progetto «che rade al suolo il Sulcis agricolo, un business fatto di contributi e incentivi pubblici, sfruttamento per 15 anni dei terreni e poi deserto», sottolineando i rapporti di amicizia tra Renzi e Ghisolfi e i finanziamenti elargiti da quest'ultimo al capo del governo quando non era a Palazzo Chigi.
In campo è scesa anche la scrittrice Michela Murgia: «Sbagliato, non è certo questo il futuro».
MA PIGLIARU È BEN PREDISPOSTO. In realtà, il governatore Francesco Pigliaru sembra ben predisposto verso il progetto, intenzionato a non farsi sfuggire un'occasione industriale che potrebbe non avere alternative. Salvatore Cherchi, coordinatore del piano Sulcis, ha parlato di grande «opportunità» per l'area. Si vedrà.

Da Palenzona ai Gavio, il potere intorno a Tortona

Enrico Morando e Matteo Renzi.

Intanto ad Alessandria Ghisolfi continua a coltivare le sue radici, non solo imprenditoriali.
C'è l'amicizia con Fabrizio Palenzona, dominus di Unicredit, banchiere di origini politiche (è stato sindaco di Tortona, membro della giunta provinciale di Alessandria) che siede in svariati consigli di amministrazione, da quello degli aeroporti di Roma a quello di Mediobanca e della cassa di risparmio di Alessandria, e ultimamente è molto attivo nelle faccende che riguardano il Corriere della Sera.
AMICIZIE 'AUTOSTRADALI'. E c'è il rapporto di lunga data con l'altra famiglia di industriali tortonesi, i Gavio, signori delle autostrade, al centro di molte polemiche negli ultimi mesi per via dello Sblocca Italia, un provvedimento che secondo il presidente dell'Autorità anti-corruzione, Raffaele Cantone, andrebbe riscritto proprio nella parte che riguarda le concessioni autostradali.
I FRATELLI IMPRENDITORI. Dei tre figli di Vittorio l'unico che fa politica è Guido.
La sorella Anna si è specializzata in finger food e ha messo in piedi una società di catering.
Marco - laurea in Economica alla Bocconi, master alla Columbia, un po' di anni alla Hewlett Packerd di Ginevra prima di tornare al business di famiglia - vive a Milano ed è la mente finanziaria del gruppo, di cui è amministratore delegato e maggior azionista.
CONTRO I POLITICI DI PROFESSIONE. Guido, che si definisce un «liberale» e mal sopporta «i professionisti della politica», racconta un berlusconiano, ha imboccato la via del Pd ai tempi di Veltroni, sulla scia di un altro alessandrino noto, il “migliorista” Enrico Morando, oggi vice ministro dell'Economia nel governo Renzi.
Protorenziani, post-veltroniani, per un breve periodo franceschiniani.

Già nel 2011 insisteva con la flexsecurity

Una filiale di Intesa.

Nel 2010 Ghisolfi si era anche comprato il Novese, settimanale un tempo del Pci, per dare una mano a rottamare il Pd locale e appoggiare l'ascesa di facce nuove, e amiche, nel partito.
Al Lingotto nel 2011, raccontano gli ex modem torinesi, già incalzava i “compagni” sulla flexsecurity, tracciando il percorso per un rilancio degli investimenti stranieri in Italia.
L'anno dopo entrava nel consiglio di amministrazione della fondazione veltroniana Democratica, con Renato Soru, Maria Paola Merloni, Michele Salvati.
L'INGRESSO A INTESA. Politica e potere. Negli stessi anni, Ghisolfi ha fatto il suo ingresso anche nel tempio della finanza piemontese, Intesa San Paolo.
Nel 2011 fu cooptato nel consiglio di sorveglianza della banca in sostituzione di Elsa Fornero, chiamata al governo da Mario Monti.
NELLA LISTA CHIAMPARINO. La governance dell'istituto prevede che, nel caso venga a mancare un componente del consiglio, il sostituto debba essere «il primo non eletto della lista a cui apparteneva il componente venuto a mancare», spiegava il Sole 24 Ore.
Da quale lista proveniva Ghisolfi? Da quella di Sergio Chiamparino, allora capo della Compagnia di San Paolo, presentata insieme con la Fondazione Cariplo. Presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa era, allora come oggi, Giovanni Bazoli.

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