MISTERI DI STATO 3 Marzo Mar 2015 0556 03 marzo 2015

Raffaele Cutolo, i segreti del boss

Cutolo è una bomba pronta a esplodere. Dal caso Cirillo fino al sequestro Moro. Sullo sfondo i contatti con la Dc. I ricordi occulti che fanno tremare la politica.

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Ha ribadito che se lui raccontasse i segreti che sa «ballerebbero le scrivanie di mezzo parlamento».
Perché, ha aggiunto, «molti di quelli che in parlamento ci stanno adesso ce li hanno messi quelli che allora venivano a pregarmi».
E ancora, quasi in un grido: «Mi hanno tumulato vivo: sanno che, se parlo, cade lo Stato». Parole di cemento. Anatemi al veleno. Ma quanto c’è di vero, allarmante, pericoloso nelle sue minacce?
E quanto di quel che dice, invece, è frutto di una frustrazione profonda, sedimentata e imbarbarita nei decenni di reclusione e spietato isolamento?
PER ALCUNI NON SA QUEL CHE DICE. Per alcuni, Raffaele Cutolo, 73 anni, licenza elementare, ex vinaio, falegname, autonoleggiatore ed ex boss indiscusso della cosiddetta Nuova camorra organizzata (la banda di malavita che tra gli Anni 70 e 80 spadroneggiava in Campania), è solo «un uomo ormai anziano e psichicamente svanito», con 13 ergastoli da scontare, in carcere a regime di 41 bis dal 27 aprile 1963 (tranne una breve evasione dal manicomio giudiziario di sant’Eframo a Napoli), fiaccato nel fisico, nel morale e nella mente «e non più in grado di ragionare con giudizio e serenità»: per i suoi denigratori, insomma, Cutolo è ridotto a una sorta di larva umana, «uno che spesso non sa neanche più quel che dice».
PER ALTRI È PERFETTAMENTE LUCIDO. Per altri, invece, ‘O professore (come era chiamato dai suoi affiliati, che raggiunsero negli Anni 80 la dimensione di un vero e proprio esercito da 7 mila unità, armato, compatto, pronto alle stragi ma anche a una sorta di welfare ante-litteram che garantiva stipendi e servizi sociali) non è affatto un relitto umano che va delirando, ma «un capo criminale in piena efficienza, che conserva nella mente lucidissima la memoria di molte tra le malefatte che la classe politica di quegli anni avrebbe consumato in tema di business da dopo-terremoto, rapporti inconfessabili con la malavita organizzata, patti irriferibili con le organizzazioni terroristiche dell’epoca, le Brigate rosse più di tutte».

Il metodo Cutolo: nessun pizzino, solo ricordi

Raffaele Cutolo è in carcere a regime di 41 bis dal 27 aprile 1963.

Cutolo, secondo chi lo ha ben conosciuto, non possiede da qualche parte a Ottaviano (il suo paese natale, nel cuore dell’area vesuviana) o altrove archivi segreti né esplosivi elenchi “dei cattivi e dei buoni”. «Ma», fanno notare gli inquirenti, «il fatto di non aver conservato mai carte che scottano non vuol dire che il boss non ricordi eventi, malefatte, nomi e cognomi specie di coloro che gli hanno procurato del male o gli hanno in passato elargito promesse che poi non sono state mantenute».
«Il film della sua vita», ricorda chi lo ha conosciuto, «è come se ce lo avesse stampato nella testa, anzi nella memoria che - nonostante la prigionia - si mantiene viva e in salute».
Al contrario di altri boss, grafomani fino al parossismo, don Raffaele non ha mai esagerato con lettere, pizzini, diari, memoriali o altro. Le parole scritte le ha riservate - con pudore - ai dialoghi con la moglie Immacolata, sposata quando era già in carcere, o con la figlia Denise, avuta grazie all’inseminazione artificiale.
L'INIMICIZIA PER LA PAROLA SCRITTA. Il boss, da uomo di campagna diffidente e introverso, ha sempre nutrito inimicizia istintiva per la parola scritta, tranne quando l’ha utilizzata per scrivere le sue poesie d’amore di cui è orgoglioso (e - dicono - assai geloso). Per il resto, ha sempre evitato il più possibile di mettere nero su bianco, ritenendo la parola scritta «arma che tradisce» e dalla quale - una volta vergata - non è possibile recedere.
Una sola eccezione l’ha fatta per le lettere spedite a una giornalista di Ottaviano, Gemma Tisci, nel corso della prigionia, da cui è scaturito un libro. «Per il resto», raccontano in Paese, «Cutolo tiene tutto a mente e ha sempre consigliato ai suoi, e perfino alla sua amatissima sorella Rosetta, che gli ha tenuto per decenni il controllo degli affiliati e degli affari, di scrivere il meno possibile, compresi gli elenchi (cifrati) dei detenuti amici cui spedire i soldi per l’assistenza alle famiglie».
PER QUESTO È COSÌ PERICOLOSO. Secondo gli inquirenti, è proprio tale connotazione «tutta orale» ma capace di rimandare a prove e inconfutabili riscontri a rendere un «fantasma» come Cutolo particolarmente «pericoloso» per chi ha tramato con lui e ora ha da temere dalle sue eventuali accuse: il boss è in carcere da decenni, ma fuori del carcere (o dentro) non esistono archivi da sequestrare, elenchi in cui spulciare, documenti riservati da far scomparire, carte in cui rubare verità mai rese note. Nulla.
Contrariamente a Francesco Schiavone, il boss pentito dei Casalesi morto il 22 febbraio di cui i magistrati stanno ora sequestrando le carte segrete, non c’è nulla di scritto su quello che il boss Cutolo ha combinato nella sua vita o su quello che gli altri hanno combinato con lui né su ciò che lui sa e può decidere di dire ad alta voce su coloro che lo hanno incrociato nel tempo, malviventi, manager e uomini politici di basso, medio e altissimo livello compresi.

Il caso Cirillo e la mediazione tra Dc e Br

In una foto d'archivio, il ritrovamento del corpo di Aldo Moro in una renault a via Caetani a Roma. Era il 9 maggio 1978.

La vicenda “politica” più rilevante in cui Cutolo ha di sicuro svolto un ruolo illegale ma di primaria importanza (come ha dimostrato il giudice Carlo Alemi) è la cosiddetta trattativa avvenuta nel carcere di Ascoli Piceno nei giorni del sequestro dell’assessore regionale campano all’urbanistica Ciro Cirillo, consumato nel 1981, cioè nel periodo più incandescente del business da dopo-terremoto.
In quel carcere, in visita al detenuto Cutolo - ritenuto in grado di far da mediatore tra lo Stato e le Brigate rosse per l’eventuale liberazione dell’assessore rapito - si recarono numerosi esponenti di spicco della Democrazia cristiana dell’epoca, nonché parecchi personaggi minori che parlavano (e trattavano) con il capo camorra a nome di leader del calibro di ministri come Antonio Gava, Giulio Andreotti, Enzo Scotti e tutto il gotha del Potere politico e partitico dell’epoca.
Con loro, a suggellare i dettagli e le modalità del “patto”, erano presenti esponenti dei Servizi segreti nonché alti gradi delle Forze dell’ordine, rigorosamente non in divisa.
DIETRO LE QUINTE DEL SEQUESTRO MORO. Il nome di Cutolo, però, è comparso anche in relazione a presunte trattative tra lo Stato e le Br che sarebbero avvenute ai tempi del sequestro di Aldo Moro, nel tentativo di giungere alla sua liberazione. Si sta raccontando di vicende, come è noto, che risalgono a più di 30 anni fa: molti, ma non tutti, fra i personaggi dell’epoca non ci sono più. Altri sono ormai scomparsi dalla scena politica nazionale e locale.
Ma è vero - come Cutolo ha ribadito più volte - che rigagnoli di bugie e di sangue, omissioni, ombre e misteri collegano quei giorni di trame, scambi e promesse mancate all’attualità politica che invece preferirebbe ignorarne i contorni: «In parlamento», fa notare più di un osservatore, «oggi siedono molti figliocci, nipoti e nipotini ideologici di quei leader che nel segreto del carcere di Ascoli (e nei giorni del sequestro Moro) patteggiarono con il ras di Ottaviano pur di salvare la vita all’assessore Cirillo e al leader Dc».
'O PROFESSORE È UNA BOMBA PRONTA A ESPLODERE. Che cosa patteggiarono? Quante delle promesse fatte a Cutolo e ad altri malavitosi sono state poi mantenute? Di quante la comunità ne paga, senza saperlo, ancora oggi il prezzo?
A proposito di Cirillo, l’ex assessore è un altro dei protagonisti dell’epoca che finora si è ben guardato - nel corso delle centinaia di interviste concesse - dal raccontare qualcosa dei suoi segreti e della torbida vicenda del sequestro. Cirillo, però, ha di recente fatto sapere di aver consegnato a un notaio un dossier che racconterebbe la sua verità. Per il resto, silenzio, connivenze, distrazioni, misteri. E bocche cucite.
Cutolo, che di scritto non lascia nulla (tantomeno nelle mani di un notaio) ma ricorda e fa capire di avere le prove di tutto, fa paura proprio per la sua estrema, spaventosa volatilità. ’O professore è come una bomba, che può esplodere quando vuole, ed è senza disinnesco. Oppure, può restare lì: immota, inerte, silente, in apparenza innocua. Ma fino a quando, chi può saperlo?

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