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BASSA MAREA 3 Marzo Mar 2015 1603 03 marzo 2015

Salvini, l'ultimo facilista: dietro i proclami, il nulla

Via euro, via immigrati e tutto si sistema, dice il leader leghista. Ma nelle sue parole non c'è nazionalismo. Solo vuoto campanilismo.

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“Populismo” e “populista” sono termini da tempo frequenti in Italia e l’uso e l’abuso ne rendono ambiguo il significato. Nell’accezione comune per molti vogliono dire un ragionare più con la pancia che con la testa, o per comodità ed efficacia di tipo appunto populista, o perché la testa viene lasciata in riserva.
Un anno e mezzo fa il simbolo del populismo italiano era Beppe Grillo, per molti. Oggi lo è di più il leader della Lega, Matteo Salvini, poiché la sua rinata formazione, superati si direbbe i gravi problemi di credibilità creati dai guai finanziari e morali della gestione Bossi, acquista secondo i sondaggi crescenti consensi.
C’è poi un significato in parte positivo del termine populista, significato valido più nella tradizione americana che in quella europea, che viene da noi del tutto dimenticato, e ha a che fare con la dignità dell’uomo comune nei confronti di chi governa. Ma questo è un altro discorso.
DUE CAVALLI DI BATTAGLIA. Salvini è abile, va alla giugulare, semplice, chiaro, non lavora di fino e ha due cavalli di battaglia. Primo, l’antieuropeismo, che poi è una versione padana del nazionalismo o meglio localismo, versione che Matteo cerca di estendere ora a tutto il Paese opportunamente modificata a Sud da un ritorno dell’orgoglio meridionalista (operazione ardita per una Lega nata antimeridionalista). Secondo, l’antiimmigrazione.
La parola d’ordine è «se ne stiano a casa loro». Arduo da dire perché parte notevole di chi arriva una casa non ce l’ha più, se mai l’ha avuta. Ma lo slogan è comunque di successo, aiutato da una politica ingenua o troppo ideologizzata di chi, sul fronte opposto, vorrebbe fare dell’Italia una terra sempre e comunque “aperta” e senza limiti, nell’idea che il meticciato sia il nostro futuro. È probabile, ma deve comunque avvenire in modo ordinato.
IL SUCCESSO DI SALVINI STA NELLA SEMPLICITÀ. La chiave del successo, decretato per ora dai sondaggi in attesa del primo vero riscontro, sta nella semplicità delle analisi e delle ricette, riproposte sabato 28 febbraio a una Piazza del Popolo piena solo a metà.
Chissà se Salvini è al corrente di essere così perfettamente inserito in una lunga, non gloriosa ma lunga, tradizione politica che un antico e fine analista delle cose italiane, da un’angolatura di lungimiranza meridionale nel suo caso, Giustino Fortunato, battezzava più di un secolo fa «facilista».

Da Crispi a Turati: la lunga tradizione dei facilisti italiani

Matteo Salvini, segretario della Lega Nord, durante la manifestazione contro il Governo Renzi, in Piazza del Popolo a Roma.

Poche mosse giuste e i problemi sono risolti. E in fretta. Questa la logica del facilismo. Francesco Crispi fu facilista perché voleva una grande Italia con tante colonie e alla pari delle altre grandi nazioni europee ma dimenticava che, allora, gli altri avevano i soldi e noi no.
Il fascismo in genere fu facilista e Benito Mussolini fu “facilistissimo”, prometteva tutto sotto lo stendardo fascista e mussoliniano.
Prima, fra le molte altre cose facili, una ricostruzione della Roma augustea in cinque anni osservava inorridito Fortunato; poi, si può aggiungere, ma questa Fortunato non la vide perché moriva nel 1932, una rapida vittoria militare a fianco dei tedeschi che già, si diceva “facilisticamente” a Roma, avevano vinto.
«RIFACCIAMO IL PAESE IN 5 ANNI». Anche il leader socialista Filippo Turati, «cui non altri forse vuol tanto bene quanto gliene voglio io» scriveva Fortunato, veniva sfiorato dal facilismo, perché alla fine degli Anni 10 aveva giudicato possibile rifare l’Italia in, diceva anche lui, cinque anni.
Persino il “serio” Pci ai tempi suoi, si può aggiungere, era facilista a oltranza. Non certo per la fede nella formula rigeneratrice del leninismo, proprietà pubblica dei mezzi di produzione più dittatura del proletariato, ampiamente condivisa nel mondo, ma per certe visioni facili, facilissime, che gli facevano confrontare nel dopoguerra Italia e Russia e dire che a Mosca e dintorni bastava un decimo delle ore-lavoro necessarie da noi per acquistare una motocicletta, dimenticando di dire che là non c’erano motociclette da acquistare.
ALTRO CHE LE PEN, NON C'È NAZIONALISMO. Al cuore del facilismo salviniano c’è l’Europa di Bruxelles, e c’è l’euro. Scrolliamoceli di dosso e tutto sarà molto più semplice e felice.
Non c’è una dichiarata visione nazionalista, come nel caso del Front National di Marine Le Pen, perché in Italia non c’è mai stato un fenomeno radicale come quello francese, plurisecolare. Solo alcune imitazioni.
C’è piuttosto una visione campanilistica. Che si racchiude in poche formule, ripetute e ben presenti a Roma sabato scorso: Bruxelles che «vuole e controllare e amministrare l’economia italiana», Matteo Renzi che è il suo «servo sciocco». E «no euro».
DIETRO LA FORMULA, IL VUOTO. Inutile ricordare che dietro le formula salviniane c’è il vuoto. L’uscita dall’euro peggiorerebbe enormemente la gestione del debito pubblico, il primo problema nazionale italiano. Drogherebbe certo l’export, che peraltro va già bene. Rilancerebbe la voglia di spendere degli italiani? Forse, nel tentativo di disfarsi di una liretta ogni giorno più leggera. Certamente travolgerebbe in un attimo la deflazione a colpi di inflazione galoppante. E via di seguito.
Non lo sa Salvini che i più massacrati dall’inflazione sono quei ceti medi i cui voti così attivamente corteggia? Ma è inutile fare appello alla testa quando l’obiettivo è la pancia.
L’Italia farà da sé, insomma, per riprendere un antico programma costantemente rinnovato nella penisola dai tempi di Carlo Alberto, il primo a pronunciare (forse) la fatidica frase, e identificato con Mussolini. Ma non è il caso di scomodare fascismo e antifascismo. Matteo Salvini è altra cosa. Basta il facilismo.

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