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POLITICA 4 Marzo Mar 2015 1841 04 marzo 2015

Il Faro di Tosi: la Fondazione e i suoi misteri

Veneto, il gruppo pro sindaco si stacca dalla Lega . Al centro della contesa la Fondazione di Flavio. Sconosciuta alle prefetture. Con iscritti e donatori ignoti. 

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Flavio Tosi.

L’ultimatum del segretario della Lega Matteo Salvini non lascia scampo. E dal 9 marzo, come scrive il verbale del Consiglio federale, l’adesione alla Fondazione che fa capo a Flavio Tosi, Ricostruiamo il Paese (Rip), sarà incompatibile con la qualifica di socio ordinario militante del Carroccio.
Una presa di posizione netta che ha spaccato il partito in Veneto, dove i consiglieri vicini al sindaco di Verona sono fuoriusciti, fondando un gruppo autonomo.
E mentre gli animi si scaldano, la Fondazione risponde per le rime all'attacco di Salvini. «Andiamo avanti con le nostre attività, il Consiglio federale ha preso un abbaglio, noi non siamo un partito», dichiara a Lettera43.it il coordinatore nazionale Fabio Venturi. «Se questa è la regola i leghisti sceglieranno se avere una tessera o l’altra, ma non è un problema di Tosi».
FONDAZIONE NATA NEL 2013. Venturi si dice sorpreso dalle polemiche «ma non preoccupato, perché tutti i passaggi sono avvenuti alla luce del sole, abbiamo iniziato a lavorare da un anno e mezzo e abbiamo sempre mantenuto la stessa linea: questa imposizione appare piuttosto un pretesto».
Ma cos’è, precisamente, Ricostruiamo il Paese? La Fondazione, nota anche con il nome di Faro, o Fari, che poi sono i suoi distaccamenti provinciali, è un progetto politico presentato il 6 ottobre 2013 a Mantova e nato ufficialmente per sostenere Tosi in eventuali primarie del centrodestra.
COSTRUITA COME LA LIGA VENETA. Il programma spazia dal controllo dell’immigrazione al federalismo, dalla riduzione della spesa pubblica al premierato forte, passando per la riforma di istruzione, welfare, giustizia e carceri. Sono 57 i Fari “accesi” lungo tutto il Paese, da Bolzano a Lecce, da Trieste a Cuneo, da Olbia-Tempio a Roma. E il 58esimo apre il 6 marzo a Palermo.
È una rete che abbraccia tutta l’Italia, una macchina che dà parecchio fastidio, soprattutto tra chi teme che sia un vero e proprio partito parallelo.
«La Fondazione è strutturata proprio come la Lega degli esordi, la Liga Veneta», si vocifera tra gli alti ranghi leghisti, «con ognuna delle sedi distaccate che prende la forma di una piccola sezione di partito. Questo la rende pericolosa».
MISTERO SUI NOMI DEGLI ISCRITTI. Chi ne faccia davvero parte è un particolare avvolto nel mistero, basta fare un clic sul sito web. Di nomi ce n’è solo uno, quello di Tosi, socio unico fondatore, con tanto di curriculum dettagliato.
I finanziatori sono top secret. Si parla di imprenditori, artigiani, singoli cittadini: «Non ho contato quanti sono i soci», ammette Venturi, «per riservatezza non possiamo dire chi sono».
Sul portale non c’è nemmeno un contatto, solo un form da compilare e indirizzi email senza risposta. C'è un documento programmatico, un tasto per sottoscrivere una donazione, la sezione per iscriversi. Poi un calendario con le attività.
Tra queste ci sono cinque appuntamenti in programma a marzo, tra Vicenza, Roma, Verona, Cremona e Caltanissetta, per parlare di buona politica, sicurezza, famiglia.

Raccolti in due anni oltre 70 mila euro

La tessera per iscriversi costa 10 euro, e finora Ricostruiamo il Paese ha raccolto 70-80 mila euro: la donazione più alta è stata di 10 mila euro, sborsata da un imprenditore, la più bassa di 5 euro.
Il coordinatore spiega che dopo le voci su presunti legami con la ‘ndrangheta la Fondazione ha presentato il conto corrente alla procura di Verona per mettersi al riparo da ogni accusa. «Non escludo che lo rifaremo anche quest’anno, finora non siamo stati contattati dai magistrati il che per noi vuol dire che siamo a posto».
La Fondazione, prosegue, non è registrata in nessuna prefettura perché non è ancora stato raggiunto il capitale sociale di 100 mila euro. E probabilmente non lo sarà mai: «Tenere bloccati 100 mila euro è un problema, non navighiamo nell’oro».
MACCAGNANI È IL PRESIDENTE. L’unica conseguenza «è che nel caso di fondazione non riconosciuta la responsabilità è in capo al presidente, ovvero Cristiano Maccagnani». Accanto a lui, consigliere leghista del Comune di Verona, c’è un Consiglio di amministrazione formato dal commercialista Andrea Dante e dall'avvocato Daniele Reversi.
A livello provinciale i coordinamenti hanno tutti un loro presidente, nominato dall’alto, a Verona, e rimosso se non si dimostra all’altezza. «L’obbligo è che il presidente non abbia nessuna tessera di partito», dice Venturi. E con Maccagnani come la mettiamo? «È stato scelto perché è un tecnico, un commercialista di cui ci fidiamo», replica il coordinatore. I leghisti tesserati, dice Venturi, sono qualche decina in tutta Italia.
SALVINI SAPEVA DEL PROGETTO. Il coordinatore ricorda che, al momento dell’accensione del Faro a Pordenone, c’era anche Roberto Maroni, cui fu regalata anche una tessera. Quanto a Salvini, aggiunge, era a conoscenza del progetto fin dalla sua nascita.
E se sul sito e nelle dichiarazioni ufficiali i dettagli su Rip scarseggiano, a livello locale i membri delle segreterie leghiste sembrano saperne ancora meno. L’aria si è fatta pesante, una nube di «non so», di silenzi.
E tra gli iscritti del Carroccio più di qualcuno non vede l’ora che arrivi lunedì, solo per sapere finalmente i nomi dei tosiani, per costringerli a mostrare le carte.
LO SCONTRO CON REPORT. La Fondazione è finita anche nel mirino della trasmissione di Milena Gabanelli, Report, che lo scorso 7 aprile vi ha dedicato una puntata. Nella memoria è rimasta la storia del presunto video hard con cui Tosi sarebbe stato ricattato, ma nel servizio di Sigfrido Ranucci si parlava anche dei Fari, degli appuntamenti calabresi, della vicinanza con alcune importanti famiglie nel campo dell’imprenditoria dalle origini dubbie, di cene in cui si sarebbe parlato di smaltimento dei rifiuti e di costruzioni edilizie.
Una vera e propria bomba deflagrata su Verona e finita nelle Aule di giustizia, con una querela di Tosi a Ranucci e una denuncia nella direzione opposta per calunnia e ingiuria.
L’ultimo atto risale a febbraio: il pm scaligero Elisabetta Labate ha chiesto al gip l’archiviazione per entrambi, assolvendo di fatto Report.

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