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INTERVISTA 5 Marzo Mar 2015 0605 05 marzo 2015

Claudio Scajola: «Sono finiti i tempi di Forza Silvio»

«Il signor Toti» daltonico. Fitto sbaglia modi. Forza Italia da rifare. Scajola a L43: «Deluso dagli amici, di lavoro faccio l'imputato. Non diamo la destra a Salvini».

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Con Claudio Scajola gli orari non sono mai stati un optional: «Mi richiami tra cinque minuti, ma di orologio».
Nulla è cambiato neppure ora che, come dice lui, fa «di mestiere l’imputato».
Un «imputato» che però resta politico a tutto tondo e sulla crisi di Forza Italia avverte: «Non sono più i tempi per Forza Silvio».
Non chiede il passo indietro del Cav, ma «uno in avanti» per trovare «un pifferaio magico» che ridia vita al centrodestra.
«RENZI? SINISTRA POPULISTA». Per un’alternativa alla «sinistra populista di Renzi». Il primo coordinatore azzurro, che nella sede di Via Dell’Umiltà controllava meticolosamente anche gli orari dei fax in entrata e in uscita, l’uomo che nei fatti smentì la sinistra, dimostrando che Forza Italia non era un partito di plastica, radicandola su tutto il territorio nazionale, l’artefice del cappotto azzurro alle regionali del 2000, che fece dimettere Massimo D’Alema da Palazzo Chigi, risponde a Lettera43.it esattamente dopo «i cinque minuti di orologio».
È a Villa Ninina, nella sua Imperia. Esordisce con un classico: «Mi sto dedicando agli ulivi e agli asparagi, solo che da un po’ ha preso a piovere».

Claudio Scajola. © Imagoeconomica


DOMANDA. Onorevole Scajola, sta dicendo che con tutto quello che le è capitato, compresi i due mesi di reclusione a Regina Coeli, potrebbe dare lezioni di yoga per tenere a posto i nervi?
RISPOSTA. Ma guardi, non ci vuole solo un buon sistema nervoso che credo di avere. Ci vuole anche la consapevolezza di essersi sempre comportato correttamente. E questo sicuramente mi ha aiutato e mi aiuta a sopportare questa difficile fase che va avanti da cinque anni (scandisce quel «cinque», ndr).
D. Sembra un’odissea giudiziaria senza fine: ci sono stati proscioglimenti, archiviazioni, compreso quello su un procedimento relativo a un’anfora romana. Ora però lei è tornato nell’occhio del ciclone sulla vicenda di Marco Biagi. Come se lo spiega?
R. Una cosa ha trascinato l’altra, quasi nella considerazione che intanto poiché questo è già colpito, scarichiamogli tutto quello che passa. Ho visto un titolo de Il Garantista che dice: visto che viene accusato di tutto ormai, accusiamolo anche di strage e pedofilia.
D. Lei sa che Sansonetti è l’ex condirettore de l’Unità, il giornale del Pci?
R. Sì, vedo che ormai si comincia a cogliere anche da parte di chi prima era incredulo che ci siano delle esagerazioni. Quella di Biagi è una vicenda che mi addolora. Io mi sono dimesso da ministro dell’Interno. È una cosa che mi ha colpito. Mi sono assunto con le mie dimissioni una responsabilità politica che non era mia.
D. E di chi era?
R. Ci sono state oggettivamente delle sottovalutazioni. Ma è troppo facile dirlo dopo, è farlo prima che è molto più complicato. E prima nessuno di questi soloni che oggi parlano, nessuno, a cominciare da Roberto Maroni (all’epoca ministro del Welfare dove lavorava l’economista ucciso dalle Br, ndr) che ho letto dichiara di avermi avvertito e parlato di Biagi. Ho i testimoni: mai, mai mi ha parlato di Biagi.
D. Ma Maroni si dice sicurissimo del contrario. Che successe?
R. Io feci l’unica cosa che si poteva fare: un’inchiesta severa e un decreto legge che fu approvato all’unanimità dal parlamento, in tempi celerissimi, per modificare il sistema di protezione delle persone, perché Bologna non si parlava con Roma, Roma non si parlava con i Servizi segreti, Bologna non si parlava con il dipartimento di Pubblica sicurezza.
D. Addirittura?
R. Sì, in sostanza un pasticcio che metteva il sistema a grande vulnerabilità. Ecco perché feci quella riforma che tuttora è in vigore.
D. Ce la spieghi.
R. C’è uno scambio di informazioni che ormai rende più difficile quello che purtroppo è successo e di cui ha pagato le conseguenze il povero Biagi.
D. Nulla da rimproverarsi? Compresa quell'espressione che lei stesso definì infelice, su Biagi, giudicato un «rompicoglioni»?
R. Quella frase mi è stata attribuita e strappata nel contesto di un discorso molto più vasto, molto più complesso, in via informale e con un linguaggio informale, ma attenzione...
D. Ma?
R. Io non sapevo nulla delle consulenze in scadenza al ministero del Lavoro. Erano altri ministri, nel particolare caso Maroni, che dovevano rinnovarle o meno. E so che c’era un grande ritardo nel rinnovare questa consulenza. Quindi è ad altri che va rivolta quell’accusa.

«Sono stato abbandonato da Berlusconi»

D. Parliamo della sua situazione. Ora lei dopo la detenzione per la vicenda della latitanza di Amedeo Matacena, non è più agli arresti domiciliari. Qual è il suo status?
R. Io sono un cittadino libero che di professione, intendendo l’occupazione principale, fa l’imputato. Per cui se lei mi chiede che professione svolgo, rispondo: l’imputato, che finora è passato da una archiviazione a una assoluzione.
D. Ma non è ancora finita.
R. Me ne mancano ancora un paio e anche queste finiranno positivamente. Dopodichè tireremo le somme.
D. La potrebbero accusare di gridare al complotto.
R. No, no. Non c’è un regista unico di quello che mi è successo.
D. Quindi?
R. C’è la comodità di mettere insieme e scaricare ogni cosa che capita sul soggetto che in quel momento è più debole. Certo che nell’inizio qualche manina la intravedo.
D. A quale manina si riferisce?
R. Lo tengo ancora per me. Lo dirò quando sarà il giorno.
D. Lei oggettivamente divenne più debole il giorno in cui Forza Italia decise di non candidarla alle elezioni europee. Si è sentito abbandonato da Berlusconi?
R. Sì (il tono è secco e sofferto, ndr).
D. Lo ha sentito recentemente?
R. Mi ha chiamato per farmi gli auguri il giorno del mio compleanno, il 15 gennaio. È stata una lunga conversazione. Ma è passato già un mesetto... (sorride con amara ironia, ndr).
D. E quanto tempo era che non sentiva più il presidente di Forza Italia?
R. Mi pare da quasi un anno, da quando lo avevo visto e gli avevo comunicato la mia intenzione di candidarmi alle Europee e ne avevo ricevuto una condivisione.
D. Poi cosa accadde?
R. Per far posto al signor Toti hanno ritenuto opportuno levarmi dalla lista attraverso una valutazione secondo la quale meno si corre, meno si è, meno voti si prendono, quindi meglio è. Questa mi pare sia stata l’idea forte, l’idea guida delle ultime elezioni fatte da Forza Italia.
D. Secondo un gossip che gira nei Palazzi della politica il motto del cosiddetto cerchio magico intorno a Berlusconi, di cui Giovanni Toti è esponente di spicco, sarebbe: «Meno siamo, meglio stiamo». Conferma?
R. L’impressione è questa. La cosa si commenta da sola.
D. Il signor Toti, come lo chiama lei, è colui che disse: «Scajola non va ricandidato perché, anche se prosciolto dalla vicenda della casa al Colosseo, è ormai discreditato nell’opinione pubblica». Come visse questa svolta giustizialista di Forza Italia?
R. Ho colto che Toti è daltonico.
D. Non pare che lei abbia una grande considerazione del «signor Toti»...
R. Non lo conosco, lo vedo solo attraverso televisione e giornali, ma non ne ho una conoscenza personale.
D. Ma da politico a tutto tondo, che valutazione dà?
R. Secondo me i dirigenti crescono attraverso il confronto, il dibattito, partendo dal basso e vedendo il consenso che hanno.

«Il centrodestra non può morire renziano»

D. Ha visto che anche Manuela Repetti e Sandro Bondi minacciano di fare i bagagli? Lei insieme a Bondi era il braccio destro di Berlusconi. Che impressione le fa questa crisi di Fi?
R. Sandro Bondi è una bella testa, un uomo di cultura, un uomo che ha il senso dell’appartenenza. Ho visto Bondi a Regina Coeli.
D. Cosa le disse?
R. Venne a trovarmi insieme alla Repetti (compagna di Bondi, ndr) poche ore dopo l’arresto. E in quelle poche parole di commozione è riuscito a esprimermi anche lui il disagio nel quale Forza Italia stava andando avanti.
D. Come giudica la tesoriera Maria Rosaria Rossi che sembra essere oggetto di molte accuse?
R. Ne ho una conoscenza molto limitata. Ma vede, io non sono dell’idea che bisogna levare le persone, sono dell’idea che un partito debba includere e non escludere. Quindi c’è posto anche per Maria Rosaria Rossi. Però ci deve essere posto per tanti, per tutti, dove ognuno possa esprimere le sue capacità.
D. Come vede la battaglia di Raffaele Fitto?
R. Una battaglia sul principio assolutamente condivisibile. Una battaglia sul metodo criticabile.
D. Perché?
R. Credo che bisogna farle maggiormente all’interno queste competizioni. È giusto confrontarsi. Mi rendo conto che Fitto abbia trovato difficoltà per poterlo fare.
D. Fitto chiede le primarie sapendo che Berlusconi non gliele darà mai. Dove vuole arrivare secondo lei?
R. È una domanda da fare a lui.
D. Non è così semplice, dentro Forza Italia ormai sembra in atto una contesa tra signori della guerra, dove si sentono tutti molto più importanti di lei, onorevole Scajola.
R. Guardi, credo che il problema sia un po’ più complesso. Sia quello di dare una prospettiva mettendoci insieme tutti nel centrodestra italiano. Con la prospettiva di un’idea, di un programma, di una classe dirigente. Ma per fare questo ci vuole una grandissima scossa.
D. Come la si crea un’alternativa a Renzi?
R. Io non voglio e non mi auguro che il centrodestra debba morire renziano. Renzi sta facendo un suo partito, a mio parere eccessivamente populista, nell’ambito della sinistra. Ma nell’ambito del centrodestra non possiamo regalare la guida dei moderati italiani a Matteo Salvini.
D. Cosa bisogna fare?
R. Abbiamo necessità, e ci vorrà del tempo, di costruire un’alternativa che possa raccogliere il consenso che oggi si nasconde nell’astensione, nel voto a Grillo, nel voto a Renzi stesso e nel voto alla Lega. Noi dobbiamo individuare idee e anche un pifferaio magico.
D. Sta dicendo che Berlusconi deve fare un passo indietro e dare spazio ai Fitto o agli Antonio Tajani?
R. Non lo so, è difficile dare un consiglio. Ma credo che Berlusconi, che ha costruito la nuova politica italiana ormai 20 anni fa, possa ambire, e mi auguro lo voglia fare, a individuare il futuro del centrodestra, dando gli spazi perché il centrodestra possa continuare a competere.
D. Ma questi spazi cosa significano?
R. Aprire, non chiudere.
D. Fitto coordinatore?
R. Ma guardi, io non voglio vedere la politica del centrodestra nel contingente. Ha bisogno di una fase in cui bisogna aprire, ha bisogno di tempo. Non è un problema di mettere uno o levare un altro oggi, o in queste settimane. Il problema è di cominciare a costruire un percorso che deve partire dal basso e deve cominciare a costruire una classe dirigente, un collegamento con le categorie.
D. Sta dicendo che Forza Italia deve tornare a fare politica?
R. Sì, tornare a fare politica. La politica è progetto. La politica è progettualità.
D. Eppure l’impressione è che una volta vada a inseguire Renzi e un’altra Salvini. È così?
R. Siamo senza politica e quindi è molto difficile intercettare il consenso.
D. Secondo indiscrezioni, Berlusconi sarebbe tentato di fare «Forza Silvio», che sarebbe poi un modo per buttare fuori i dissidenti, dopo le epurazioni dei fittiani sul territorio. Che ne pensa?
R. Mi auguro di no. Perché non sono più i tempi di Forza Silvio, sono tempi di costruire un centrodestra dove si costruisca il futuro, guardando al futuro. E cercando di capire cosa sta pensando la gente oggi. Non dobbiamo nasconderci dietro il Palazzo e non vedere quello che succede fuori. La gente vuole che il centrodestra esprima novità, un progetto, una classe dirigente.
D. E Berlusconi?
R. Non deve essere travolto da questo, deve dire: «Costruite qualcosa, vi do una mano». Ma questo deve essere l’accosto.
D. Quindi un passo indietro di Berlusconi, come regista?
R. Io lo intendo un passo avanti.
D. Continuerà a votare Forza Italia?
R. Sì, io voterò Forza Italia perché ho contribuito a costruirla. Ma mi auguro che il giorno dopo le elezioni si possa costruire una nuova cosa.

«Pensavo che Forza Italia fosse un partito di amici: che delusione»

D. Come visse quella mattina di maggio in cui lei fu arrestato in diretta televisiva, manco fosse Brusca?
R. Ho visto che si sta sgretolando tutto, e già in parte è sgretolato, alla fine la mia sarebbe una procurata inosservanza di pena (Scajola fu arrestato in diretta televisiva con l’accusa di aver favorito la latitanza di Amedeo Matacena, secondo un processo mass mediatico che lo accusava di presunte collusioni con la ‘ndrangheta, ndr). Ho trovato la forza in me stesso, nella mia famiglia, nell'intelligenza di mia moglie Maria Teresa, e nei tanti amici veri che ho trovato.
D. Oltre a Bondi, chi di Forza Italia le è stato vicino?
R. Ho avuto la sensazione che ci fosse la paura. Visti i tempi difficili dell’incalzare delle inchieste, ho come avuto la sensazione che fosse la paura il collegamento con me.
D. Paura anche da parte di Berlusconi?
R. Che comunque l'ho sentito. Altri invece che avrebbero potuto esprimere una vicinanza non lo hanno fatto. Ma è così la vita.
D. Chi l’ha delusa di più?
R. La delusione è per un partito come Forza Italia che io ho sempre inteso come una grande associazione di amici. E gli amici si vedono quando le cose vanno male, quando c’è la difficoltà. Ho invece avuto la sensazione che probabilmente non era un’associazione di amici.
D. Lei ha già detto Forza Italia è finita. Conferma?
R. Penso che dopo le elezioni bisogna andare oltre.
D. Cosa prevede per le Regionali?
R. Se non ci sarà un’inversione di tendenza per fatti esterni - la Libia che incalza, l’Isis che sta diventando preoccupazione per la sicurezza interna, l’economia - a oggi ahimé prevedo una grande vittoria della sinistra. E questo mi addolora. Perché torno con la mente al 2000, quando vincemmo in 10 Regioni. Mi addolora aver perso tutto questo consenso, nove milioni di elettori, ma soprattutto perché non si fa nulla per cercare di riconquistarli.

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