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ANALISI 5 Marzo Mar 2015 1541 05 marzo 2015

Israele e Arabia Saudita: un nemico, due approcci

L'Iran spaventa entrambi. Ma se Tel Aviv sceglie l'aggressività mediatica, Riad tesse nell'ombra la sua tela. Chiamando a raccolta il mondo sunnita. E ponendosi come punto di riferimento nella regione.

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Il premier d'Israele Benyamin Netanyahu.

L’invito al Congresso americano esteso a Benjamin Netanyahu alle spalle della Casa Bianca aveva fatto molto rumore. Altrettanto ne ha fatto quando il premier di Tel Aviv ha letto il suo discorso perchè ha saputo far vibrare le corde profonde dell’amicizia israelo-americana e della paura di un Iran potenza nucleare, suscitando applausi fragorosi (non solo repubblicani), riflesso degli umori diffusi nell’opinione pubblica statunitense.
Ma si è trattato di un evento strumentalmente spettacolarizzato per fini di politica interna sia dai repubblicani sia da Netanyahu, atteso alle prove dell’urna del 17 marzo.
SI VA VERSO L'ACCORDO CON L'IRAN. Gli uni e l’altro erano infatti ben consapevoli della sua ininfluenza sulla decisione di Obama, giustamente indispettito dalla mossa repubblicana, di firmare o meno l’accordo in corso di negoziato tra l’Iran e i cosiddetti 5+1 (Usa, Cina, Francia, Gran Bretagna, Russia e Germania). Si è infatti nella sua dirittura finale dove sono ormai maturate concessioni reciproche fin troppo scrutinate anche pubblicamente nei termini, nei modi e nei tempi per poter essere ancora di molto dilatate. Tanto più in mancanza di praticabili alternative per l’una e per le altre parti.
Tutto è ancora possibile, intendiamoci, ma realismo politico vuole che si arrivi a un'intesa, salvo rovinose ricadute. Per Rohani sarebbe un decisivo punto di svolta interno, regionale e internazionale.
OBAMA, IL SUCCESSO PIÙ IMPORTANTE. Per Obama un successo, forse il più rilevante e “liberatorio” della politica estera del suo secondo mandato e tra i più graditi dai potenziali partner politici ed economici di un Iran restituito alla cittadinanza e al mercato internazionale.
Avrebbe inoltre il pregio di costituire una tessera ineludibile della strategia di pax americana che Obama sta costruendo in quell’area, pur fra tanti ondeggiamenti: un sistema policentrico imperniato sull’equilibrio dinamico tra le principali potenze della regione, in cui Washington non sia più il protagonista, ma una sorta di tutore impegnato a propiziarlo col minor dispendo possibile di risorse.
NETANYAHU FA IL SUO GIOCO. Netanyahu è ben consapevole di questa rotta americana, come del fatto che l’insorgenza terroristica dell’Isis la sta assecondando, paradossalmente. Ma fa il suo gioco per trarne il massimo dividendo possibile.
Ciò che lo preoccupa realmente è la prospettiva di un ridimensionamento del suo ruolo di alleato privilegiato degli Usa e dell’asimmetrico vantaggio di cui gode da tempo rispetto alle altre potenze regionali grazie al possesso (sempre negato) dell’arma nucleare senza i vincoli del Tnp.
L'AGGRESSIVITÀ DI BIBI. Ma non può ragionevolmente pensare di poter più di tanto contrastare l’uno e conservare l’altro. Soprattutto se intende insistere, come fa, nella sua condotta verso le istanze palestinesi che non gli guadagna consenso nel mondo arabo che lo circonda e di cui sarebbe opportuno comprendesse di averne tanto bisogno in prospettiva.
Alcune convergenze del momento (si veda l’Egitto) non dovrebbero oscurare una più lungimirante valutazione. Penso che il suo discorso di Washington sia stato in definitiva un esercizio di strumentale aggressività vocale.

Anche l'Arabia Saudita teme l'Iran, ma l'approccio è diverso

Salman Bin Abdulaziz Al Saud, re dell'Arabia Saudita.

Diverso l’approccio dell’Arabia Saudita, che pure non ha minori ragioni di inquietudine. Da principale antagonista arabo dell’Iran nella regione si è infatti realisticamente acconciato, da tempo, alla prospettiva di un’intesa tra Iran e 5+1. E vi ha risposto rafforzando importanti alleanze asiatiche, ritessendo rapporti con Baghdad e Mosca; alternando gesti distensivi a duri moniti verso Teheran; ponendo in essere azioni mirate a stigmatizzare sul piano mediatico e politico-diplomatico il contrasto tra le aperture al “dialogo costruttivo” di cui Rohani si è reso interprete e la continuità della strategia egemonica in chiave politico-settaria nella regione. Dal sostegno ad Assad in Siria (con Hezbollah libanese), all’offensiva anti sunnita delle forze speciali iraniane in Iraq coperte dal bersaglio Isis; dall’appoggio ad Hamas al condizionamento del Libano, alle sollecitazioni delle componenti sciite nella stessa Arabia Saudita e in Bahrein. Fino al concorso al rovesciamento del legittimo presidente Hadi da parte degli Houthi in Yemen.
RIAD SERRA I RANGHI. Nell’ottica di Riad si tratta di una strategia egemonica di cui gli Usa rischiano di apparire complici sull’altare della priorità della lotta all’Isis in Iraq e rispetto all’abbattimento di Assad in Siria.
Di fronte a questa prospettiva, resa nevralgica dalla concomitante minaccia terroristica, l'Arabia ha avvertito la necessità di serrare i ranghi e rilanciare la bandiera della difesa dell’Islam di cui si proclama custode in termini di dottrina e luoghi santi.
IL MONDO SUNNITA A RACCOLTA. Da qui l’incontro a Mecca di oltre 700 religiosi islamici sunniti delle più diverse tendenze che non è stato generalmente colto nella sua proiezione anti-sciita oltre che in termini di potenziale saldatura anche operativa nella comune lotta contro il terrorismo di matrice islamica.
Da qui la chiamata ai principali protagonisti del mondo sunnita mediorientale. Prima la Giordania e le monarchie del Golfo, poi il turco Erdogan e l’egiziano Al Sisi, ai ferri corti dopo il colpo di Stato contro il presidente Morsi e la messa al bando della Fratellanza musulmana.
POSIZIONI DIVERSE, FINE COMUNE. Li ha impegnati sulla priorità della difesa dell’Islam sunnita e della lotta al terrorismo malgrado i loro diversi posizionamenti. Anche Riad del resto ha bandito la Fratellanza e guarda con diffidenza a Erdogan per la sua ambigua condotta nei riguardi dell’Isis, mentre ne condivide la lotta anti Assad.
Far fronte comune, questa la parola d’ordine: con l'Arabia Saudita al centro, naturalmente, in un ruolo da primus inter pares. Adesso è la volta del Premier pakistano. Quindi, del Segretario di Stato americano John Kerry, al quale si sottolineerà con fermezza come la convergente lotta all’Isis in Iraq e la verosimile intesa sul nucleare, non farà di Teheran un amico dell’America. La partita egemonica entra nel vivo.

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