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STRATEGIE 11 Marzo Mar 2015 0600 11 marzo 2015

Iran, il fronte che rema contro l'intesa sull'atomo

L'accordo sul nucleare tormenta Obama. I repubblicani Usa scrivono a Teheran. Per sabotarlo. Mentre Israele mobilita le lobby. E anche Hillary storce il naso. 

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A Teheran sono «sorpresi» per la strana missiva del Senato Usa (pdf) recapitata agli ayatollah.
Nella «lettera aperta», 47 parlamentari repubblicani ammoniscono i «leader iraniani» su come, «senza l'approvazione del Congresso», l'intesa sul nucleare in dirittura d'arrivo - «niente più di un accordo esecutivo tra il presidente Obama e l'ayatollah Khamenei» - sia «revocabile con un colpo di penna dal futuro presidente» e «modificabile in qualsiasi momento dal Congresso».
L'ultimo atto dell'annosa diatriba sul riavvicinamento con l'Iran che, per i repubblicani (in maggioranza sia alla Camera sia al Senato americani) e anche per parte dei democratici, non s'ha da fare.
L'ACCORDO DEL SECOLO. La Casa Bianca è pronta a riaprire l'ambasciata a Cuba. E anche a Teheran iniziano a credere nella buona fede di Barack Obama, che ha avviato un carteggio con la Guida suprema Ali Khamenei e, prima di finire il mandato, vuole siglare l'accordo del secolo prefissosi nel programma elettorale.
L'agognata firma non è mai stata così vicina. Ma di mezzo c'è l'ira di Israele che, entro la deadline del primo luglio, tenterà l'impossibile per sabotare l'intesa. Anche per mano dei suoi molti luogotenenti.

La Casa Bianca scarica il premier israeliano Netanyahu

In Iran la mossa dei repubblicani ha fatto sorridere.
La lettera aperta, inviata ad accordo non ancora raggiunto, è «solo un trucco di propaganda giuridicamente inutile», ha chiosato il ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif.
Ancora più divertiti hanno assistito, a Teheran, all'intervento al Congresso americano del premier israeliano Benjamin Netanyahu, volato negli Usa su invito dei repubblicani e della lobby ebraica Aipac, ma ripudiato dalla Casa Bianca, per il suo discorso sul nucleare iraniano ritenuto «inopportuno» da Obama, tanto più nella campagna elettorale per le legislative israeliane del 17 marzo.
LO STRAPPO DI OBAMA. Cinquanta senatori democratici, tra i quali sei ebrei, hanno disertato lo speech: uno strappo senza precedenti nelle relazioni tra Stati Uniti e Israele, durante un'amministrazione, quella di Obama, in drastico calo di consensi tra l'elettorato ebraico Usa.
Il presidente americano ha dichiarato «irrilevante» il discorso di Netanyahu, ironizzando, una settimana dopo, sulla «strana coalizione dei membri del Congresso, tutt'uno con gli iraniani della linea dura». Mentre il suo vice Joe Biden ha bollato come «al di sotto della dignità di un'istituzione che adoro» la lettera del Congresso Usa, foriera di un «messaggio altamente fuorviante, sbagliato e pericoloso».
SABOTAGGIO REPUBBLICANO. Preso atto che la Casa Bianca è un muro di gomma («un atteggiamento isterico», ha dichiarato il falco John McCain), la destra americana si è rivolta direttamente al governo iraniano. E tuttavia le sue argomentazioni non sono campate in aria.
Il precedente di boicottaggio esiste: nel 2005 il negoziati fallirono proprio per le pressioni repubblicane.

Teheran è disposta a ridimensionare di un terzo le centrifughe

Per la fine di marzo, l'Iran deve trovare un'intesa quadro con le potenze del gruppo 5+1 (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina più la Germania), in vista della chiusura dei negoziati entro l'estate.
Il segretario di Stato americano John Kerry ha ribadito che «nessun accordo è meglio di un cattivo accordo», aprendo tuttavia a una soglia di centrifughe per l'arricchimento più alta di quella richiesta dagli Usa fino al novembre scorso (fino a 2 mila centrifughe di vecchia generazione): il limite sul quale si arenarono i negoziati.
Per il quotidiano israeliano Haaretz, l'Iran sarebbe disposto a ridimensionare ulteriormente di un terzo le centrifughe per arricchire l'uranio, dalle 9.400 attuali alle 6 mila e su questa cifra le parti starebbero convergendo.
KERRY: «OK ALL'ACCORDO SOLO SE SOLIDO». Prima di volare in Svizzera per un nuovo colloquio con Zarif, Kerry è stato in Francia - il governo occidentale al momento più vicino a Israele - ad assicurare che sarà raggiunta solo un'intesa «solida e sicura».
Ma per Netanyahu, pur di passare alla storia come il presidente del disgelo Obama è pronto a «troppe concessioni». Hillary Clinton, frontrunner in pectore alle Presidenziali del 2016, è di manica meno larga. Sul braccio di ferro in corso tra la Casa Bianca e Israele preferisce non esprimersi.
LA LINEA DURA DI HILLARY CLINTON. Ancora nell'agosto scorso, tuttavia, l'ex segretario di Stato americano ribadì in un'intervista la sua linea dura sul nucleare: «L'Iran non possiede il diritto di arricchire. Negare qualsiasi capacità di arricchimento dell'uranio non è irrealistico. Poco o nessun arricchimento è sempre stata la mia posizione», ha dichiarato il probabile, prossimo presidente degli Usa.
Dieci anni fa, fu il repubblicano George W. Bush a far naufragare le trattative sul nucleare aperte nel 2003 dal presidente riformista iraniano Mohammad Khatami.
L'Aiea (Agenzia internazionale per l'Energia atomica) aveva dato il disco verde al programma di Teheran, valutato serio e dettagliato. Ma, al momento della svolta, prevalse il 'no' della destra americana e delle lobby israeliane, innescando una radicalizzazione da ambo le parti.

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