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POLITICA 11 Marzo Mar 2015 1047 11 marzo 2015

Tosi, i poteri forti dietro l'epurato leghista

L'influenza sulle Fondazioni del Veneto. I legami con Cariverona. E con Passera. La rete di Flavio. Che in parlamento ha i suoi fedelissimi. Da Caon a Munerato. Zaia: «Si candida? Non lo temo».

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Flavio Tosi.

Finisce con quella che in Via Bellerio considerano «un’autoespulsione» («È lui che si è messo fuori») la parabola del leghista eretico Flavio Tosi.
Lo strano «padano» in salsa veneta, che abbandonò la tigre esibita a guinzaglio e trascorsi giovanili con l’estrema destra veronese per convertirsi alla causa del «Lion», simbolo della Liga, è l’uomo che a sorpresa espugnò nel 2007 Verona, andando oltre il Carroccio.
Poteva farlo solo così. Perché allora erano in molti che non avrebbero scommesso neppure un centesimo su Flavio, con quella sua tigre e anche una condanna per razzismo. Invece no.
MANNAIA IMPLACABILE. Lo stesso Flavio della tigre, lo stesso additato dalla sinistra come il peggiore dei razzisti, se non un naziskin, conquistò Verona a furor di popolo. E ora dalla Lega viene espulso, pardon autoespulso, per una beffa della sorte, proprio per essere andato troppo oltre.
Insomma, gli viene contestato come un «reato» quella che era stata l’arte grazie al quale era riuscito a conquistare una città che era stata prima di lui nelle mani di Forza Italia. Ma forse Tosi era andato così oltre che la Lega, da Bossi a Maroni a Salvini, era e rimane, nel bene e nel male, forse l’unica realtà italiana dove vige la disciplina di partito. E la mannaia quando scatta, scatta ed è implacabile.
«TOSI? BRAVO, MA NON È UN LEGHISTA». Eppure senza Tosi l’eretico, l’unico leghista che espose nel suo ufficio la foto di un presidente della Repubblica, allora era Giorgio Napolitano, il Carroccio non avrebbe mai conquistato Verona. Mise insieme dalla destra alla sinistra, dialogò con il mondo cattolico, che lo tacciava di razzismo, inaugurò uno dei primi banchi alimentari d’Italia, in collaborazione con la Curia, con un pragmatismo e un camaleontismo che gli fecero guadagnare la stima dei cosiddetti poteri forti. Ma che incominciò a generare sospetti a Via Bellerio, dove già da allora si sussurrava: «Sì è bravo, ma lui non è un leghista vero, lui è troppo tosiano». Insomma, uno che lavora per sé.
IL CONTROLLO SU VERONA. La stessa accusa che più di recente gli ha rivolto in un’intervista a Lettera43.it Bossi, proprio lui che invece alla fine ha cercato di convincere Salvini a non cacciarlo.
Ma perché Flavio è sempre stato considerato dalla Lega «troppo tosiano»? Innanzitutto per il fatto che a Verona non si muove foglia che Tosi non voglia.
E poi perché il suo è considerato molto «un potere bancario», parola che fa venire l’orticaria al leghismo duro e puro che, comunque, con le banche ha sempre avuto a che fare, creandone innanzitutto una sua, la Credieuronord.

L'accusa: uomini vicini a Tosi nella Cariverona

La sede della Cariverona.

Che Tosi comunque sia un uomo di potere, con la «p» maiuscola, non vi è dubbio.
È vero che ogni sindaco ha potere di indicare i suoi uomini nei consigli di amministrazione delle Fondazioni bancarie.
Ma l’accusa che gli hanno sempre fatto è stata quella di aver messo una serie di persone molto vicine a lui nella Cariverona, ovvero la Fondazione delle Casse di Risparmio venete, uno degli istituti più grandi d’Italia, che vanno da Vicenza, Verona a Belluno, fusesi poi in Unicredit, di cui ora la stessa Cariverona possiede circa l’11% delle azioni.
LA DIFESA DI BRAGANTINI. La Cariverona ha macinato una montagna di quattrini per opere pubbliche, e soprattutto «per opere sociali che hanno reso la nostra città un gioiello», racconta a Lettera43.it Matteo Bragantini, deputato veronese, forse il più caro amico di Tosi. «Conobbi Flavio a 21 anni, lui era il segretario dei giovani leghisti veronesi, io ne presi il testimone», racconta. «Ma quale potere bancario? Ha utilizzato i soldi per togliere quella schifezza di ‘vu cumprà davanti alla stazione ferroviaria». E si accalora: «Tosi è il sindaco che è andato di persona negli ingorghi stradali per vedere come risolvere i problemi del traffico, è andato di persona agli sgomberi dei campi rom perché tutto venisse svolto secondo le regole».
«FLAVIO? NON HA TUTTO QUESTO POTERE». E la nomina di sua sorella Barbara nel consiglio di amministrazione della Cassa di Risparmio di S. Miniato? Replica secco il portavoce di Tosi, Roberto Bolis, un tempo valente giornalista dell’Unità, quando era ancora organo del Pci: «Ma basta! Barbara è lì per merito. È laureata in economia bancaria e alla Bocconi».
E scherzando aggiunge: «Se Flavio avesse avuto tutto questo potere con le banche, avrebbe fatto fallire la Lega Nord. Ma andiamo...».
Certamente, sempre a proposito di banche, nella Lega a Tosi non ha giovato la sua amicizia con Corrado Passera, che dopo essere stato nel governo Monti, ora è sceso in politica. Ma, autorevoli fonti tosiane la mettono così: «Diciamo che è Passera a essersi avvicinato a Tosi, Flavio rappresenta qualcosa. Passera? Passerà…».

Da Caon fino a Munerato: i tosiani in parlamento

Il deputato leghista Matteo Bragantini.

Ma chi resta ora con Tosi, «autoespulso» dalla Lega? Il potere di cui un tempo disponeva sicuramente si è ridotto. Ilvo Diamanti dà una sua lista insieme con Ncd tra il 10 e il 5%. Vale a dire, secondo fonti di Via Bellerio, che quel 10% starebbe nell’effetto novità per poi ridursi a un magro 5. Vedremo.
I potentati economici a Verona e in Veneto starebbero, secondo gossip che circolano nella Lega, cercando di mettere il cappello su Alessandra Moretti, la candidata del Pd, scommettendo sul fatto che Matteo Renzi verrà a sostenerla con una campagna a tappeto. Anche se dovranno fare i conti con il radicatissimo Luca Zaia, il governatore al quale, raccontano, guardarono con simpatia anche i Benetton. Ma veniamo a tutti gli uomini del sindaco di Verona.
OBIETTIVO? TOGLIERE I NUMERI ALLA LEGA. Oltre a Bragantini, un fedelissimo di Tosi a Montecitorio è Roberto Caon. Solo due? Bragantini: «Ci sono tanti veneti che ora dovranno esprimersi». E al Senato? Sempre due: la compagna del sindaco di Verona Patrizia Businella e la ex operaia Emanuela Munerato. Businella nei giorni scorsi aveva minacciato contraccolpi parlamentari all’espulsione di Tosi.
Vale a dire che i tosiani sarebbero usciti dai gruppi, cercando di far venir meno alla Lega i numeri sia a Montecitorio sia a Palazzo Madama. Ma alla Camera Cristian Invernizzi, uomo di Salvini, fa notare che già è stata concessa a Fratelli d’Italia di fare gruppo, pur essendo in otto.
L'APPOGGIO DI STIVAL E CONTE. Restano però i tosiani sul territorio. I più potenti sono gli assessori della giunta di Zaia: Daniele Stival, Marino Finozzi, Maurizio Conte. Ci sono poi i consiglieri regionali Francesco Piccolo, Luca Baggio e Matteo Toscani che hanno fatto un gruppo autonomo dal nome «Impegno veneto».
E poi c’è il coordinatore della Fondazione Ricostruiamo il paese, ovvero il tentativo di andare verso quel nuovo centrodestra, di cui Tosi si era candidato a fare il candidato premier, in base a quell’accordo del Pirellone che ormai appare di un’era geologica fa. Un patto che aveva avuto per regista Maroni, poi costretto a mollare l’amico per l’indisciplina leghista.
LA RISSA DI NOVENTA PADOVANA. E «Bobo» che si beccò sulla testa i vasi di fiori a Genova quando veniva accusato di non voler mollare il governo Berlusconi nel ’94 sa bene di cosa si tratta. Ma lo sa bene, per una legge del contrappasso, anche l’«autoespulso» Tosi, che in un rovente pomeriggio d’estate di sangue e arena di tre anni fa a Noventa padovana, sede della Liga, fece espellere decine di militanti bossiani. Calci, pugni, sferrati dai suoi, un ricoverato all’ospedale. E lui dovette fuggire scortato dai carabinieri. Bossiana era anche Rosi Mauro, espulsa nel 2012 per la sua vicinanza al Senatùr più che per il caso Belsito.
La Lega, da Bossi a Maroni a Salvini, fino a quella di sangue e arena dell’ultimo Tosi in camicia verde, non perdona.

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