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ANALISI 12 Marzo Mar 2015 1542 12 marzo 2015

Libia, Renzi alzi la voce: evitiamo le maniere forti

Tripoli e Tobruk sono distanti. Deve prevalere la soluzione diplomatica. In caso contrario, rischiamo di fare il gioco dell'Isis.

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Pick up dell'Isis sfilano in Libia.

C’è da sperare vivamente che il presidente del Consiglio Matteo Renzi abbia manifestato con convinzione il suo sostegno all’azione politico-diplomatica portata avanti dal rappresentante delle Nazioni Unite Bernardino Leon con l'obiettivo di portare le due principali formazioni in conflitto in Libia a formare un governo di unità nazionale, o qualcosa di simile, per fronteggiare l’Isis libico.
Vi è soprattutto da sperare che questa convinzione sia stata e sia condivisa dai ministri del suo governo che portano responsabilità dirette e indirette, politiche, militari e di sicurezza, in questa nevralgica dinamica libica. E che essa si stia traducendo in uno sforzo conclamato e concreto per farvi convergere davvero gli attori regionali e internazionale interessati a far uscire questo Paese dal ginepraio conflittuale in cui è precipitato a seguito dell’insensata operazione che ha portato all’uccisione di Gheddafi e alla dissoluzione del suo regime.
LA MINACCIA DELL'ISIS SULLA LIBIA. Non v’è dubbio infatti che solo una convergenza di forte spessore politico-diplomatico porterebbe al successo questo tentativo negoziale riannodatosi finalmente in Marocco e le forze militari di Tobruk da un lato e quelle di Tripoli dall'altro ad unirsi per regolare i conti con la costola libica del Califfato. Qualora ciò avvenisse, l’esito non dovrebbe riservare sorprese data l’ancora relativa debolezza di quest’ultima rispetto alla preponderante potenza di fuoco delle prime.
Purchè non si perda tempo, come ha sottolineato l'Alto rappresentante Federica Mogherini, perchè quello che al momento è un nemico comune potrebbe cessare di esserlo, in toto o in parte, qualora il tentativo in corso dovesse fallire.
ROTTURA DEL DIALOGO? CONSEGUENZE NEFASTE. E la risultante, assieme alla conflittualità della miriade di milizie che si confrontano nel Paese, non potrebbe che essere l’avvitamento di una spirale ancora peggiore di quella attuale, già disastrosa, con conseguenze difficilmente valutabili ma comunque altamente pericolose: per la Libia stessa, naturalmente, per il Nord Africa, per il nostro Paese rischiosamente vicino ed esposto al pagamento di un ulteriore, caro prezzo, in termini di sicurezza energetica, di pressione migratoria e di minaccia terroristica.
Anche l'Europa avrebbe da perdere, e parecchio, anche se non tutti i suoi membri sembrano sufficientemente consapevoli di questa prospettiva.
TOBRUK-TRIPOLI, CONVERGENZA DIFFICILE. Ma intendiamoci, la convergenza tra Tobruk e Tripoli, pur obbligata dal senso comune e dall’esperienza storica, si presenta molto difficile, per tante ragioni che affondano le radici nel tragico travaglio di questi ultimi anni solo in parte spiegabile, nella sua virulenza generalizzata con la rottura della maglia del do ut des costruita e gestita (a fatica) da Gheddafi.
Si tratta di ragioni accentuate dall’incrocio delle agende dei governi, musulmani e occidentali, che hanno lasciato Leon privo del sostegno su cui avrebbe dovuto contare nei mesi passati. Anche quando sono apparse le prime avvisaglie dell'accoppiamento di nuclei jihadisti locali, segnatamente a Derna, col Califfato siriano-iracheno.

Entrambe le formazioni non vedono alternative alla soluzione militare

Abdel Fattah al Sisi e Matteo Renzi, leader di Egitto e Italia.

Su tali ragioni si innesta la dinamica delle ricadute conflittuali delle elezioni del 25 maggio 2014 e del loro annullamento nel novembre successivo, con la contrapposizione, in sintesi estrema, di due governi e due parlamenti. Dinamica che porta anche adesso una parte importante di ciascuna delle due formazioni a ritenere che non vi sia alternativa alla soluzione militare – che ciascuna delle due pensa di poter vincere – in una logica divaricante che potrebbe rivelarsi incolmabile.
A questo risultato punta decisamente il presidente egiziano Al Sisi che ha esteso da tempo alla Libia, col sostegno (in via di revisione) dell’Arabia Saudita, la sua guerra alla Fratellanza musulmana, adesso ampliata anche all’Isis.
LE MANOVRE DI AL SISI E HAFTAR. Si tratta di un’operazione che Al Sisi ha condotto col corredo di ampie assicurazioni stabilizzatrici e di aperture economico-commerciali che hanno toccato la nostra sensibilità fin dall’indomani del colpo di Stato contro Morsi.
Così come ha trovato orecchie sensibili la strategia d’attacco che il discusso generale Haftar, nominato al vertice delle forze armate del governo rifugiatosi a Tobruk e longa manus del Cairo in Libia, ha da tempo ingaggiato in Libia. Strategia che in queste ultime ore ha incluso un messaggio per l’Italia intriso di un’odioso contenuto ricattatorio all’ombra della sua bandiera di paladino di una Libia liberata militarmente dalla minaccia dell’estremismo e del rifiuto di accedere all’opzione negoziale cui lavora Leon.
LEON A RISCHIO FALLIMENTO. Bene ha fatto il Consiglio di Sicurezza, in questo contesto, a respingere la richiesta di revoca dell’embargo sulle armi avanzata dal governo di Tobruk e rievocata nelle ultime ore dallo stesso Haftar.
Certo è che con questo personaggio e la sua forte leva sul vertice politico di Tobruk, le probabilità di fallimento di Leon sono piuttosto elevate. Con la conseguenza, tra le tante già evocate, di regalare ulteriore spazio di azione e opportunità di accordi nel garbuglio delle milizie che disegnano la mappa geopolitica del Paese al locale Isis. Che intanto prosegue nella sua marcia, vedasi Sirte, e nella propaganda belligerante e sanguinaria che tende a esaltarla, forse al di là della realtà sul terreno, sulla costa e sugli impianti petroliferi. Seminando paura, dentro e fuori la Libia.
RENZI PUÒ LASCIARE IL SEGNO: LO FACCIA. La paura potrebbe risultare decisiva ai fini del negoziato? Forse. Potrebbero giocare a favore anche gli indicatori di difficoltà nella gestione dei combattenti stranieri da parte del Califfato siriano-iracheno e più ancora le sconfitte sul terreno, dalla piccola ma simbolica Kobane in Siria alla ben più importante Tikrit in Iraq riconquistata col determinante concorso delle nefaste milizie sciite (leggasi Iran).
In ogni caso il tempo stringe, e se Renzi vuole esercitare un qualche ruolo di primo piano politico-strategico, non cosmetico, deve fare di più, tenendo lontana qualsiasi idea di blocco navale di fronte alla Libia. Che, oltre a essere avventurosa, potrebbe risvegliare il fantasma del ritorno dell’antico colonizzatore.

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