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SCENARIO 14 Marzo Mar 2015 0638 14 marzo 2015

Landini parte male: la sinistra Pd lo scarica

Il leader Fiom lancia «coalizione sociale». Ma non trova sponda nella minoranza dem. Speranza: «Urla in tivù inutili». E lui replica: «Il Pd distrugge i diritti».

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Maurizio Landini, leader della Fiom.

Più che Podemos, quello in salsa italiana potrebbe essere un Magaras. Ormai è questa la battuta che circola nei corridoi dei Palazzi romani sul nuovo soggetto politico che Maurizio Landini ha lanciato sabato 14 marzo. Una sorta di mix tra volere e potere, adattata al classico sfottò del dialetto romanesco.
Il leader Fiom sembra dunque deciso a fare il salto della quaglia: dalle piazze alle piazze, ma stavolta in cerca di voti. Il progetto c'è, ora mancano i compagni di viaggio, la macchina con cui partire ma soprattutto la meta da prefiggere.
Ovviamente Landini andrà a pescare in casa Sel e nel Pd, anche se al momento non sembra che la prospettiva di un partito alla sinistra del Nazareno stuzzichi la fantasia di un gran numero di democratici, nemmeno degli oppositori più duri alla linea di Matteo Renzi.
Un dato certificato dallo scontro a distanza avuto con Roberto Speranza che lo ha criticato per essere espressione di «una sinistra massimalista che urla».
CAMUSSO SCARICA LANDINI. Per capirci, però, occorre fare i nomi. E il primo della lista landiniana è Gianni Cuperlo, ormai apertamente in rotta con il suo segretario-premier, e sempre con la mezza idea in testa di guidare una pattuglia di fedelissimi fuori dal guado di un Pd spostato sempre più verso il centro e non verso sinistra.
L'ex presidente del partito, però, non sembra particolarmente incantato dalle sirene del numero uno dei metalmeccanici, soprattutto perché il suo progetto non gode – questo raccontano diverse fonti a Lettera43.it – del favore dei vertici della Cgil. Susanna Camusso già lo scorso 23 febbraio ebbe modo di dire vis a vis al suo avversario interno che non lo avrebbe appoggiato in una crociata anti-Renzi, condotta al di fuori dello steccato sindacale.
CUPERLO E DALEMIANI FREDDI. Cuperlo stesso, nonostante abbia rispolverato la cara, vecchia scissione del Pd, aspetta comunque di incontrare il premier a quattrocchi prima di prendere qualsiasi decisione. L'esponente della minoranza dem proverà a strappargli qualche concessione su Italicum e riforma del Senato, anche se è molto probabile che si senta rispondere picche dall'interlocutore. Ma da qui a dire che farà le valigie in caso di esito negativo dell'incontro, ce ne passa parecchio.
Stesso discorso per i cosiddetti dalemiani, anch'essi in guerra contro Renzi, ma non così accecati dall'odio da perdere la bussola e lanciarsi in un'operazione politica ad altissimo rischio. Difficile immaginare, infatti, che gente come Barbara Pollastrini, Sesa Amici o Enzo Amendola getti all'aria tutto il lavoro fatto per conquistarsi uno spazio nel partito e nel governo, per spingersi nel microcosmo carico di incognite di Landini.
ANCHE CIVATI PRONTO A DIRE NO. Non ci sta a fare lo sparring partner del numero uno Fiom nemmeno il dissidente Pippo Civati, che solo pochi giorni fa lanciava strali all'indirizzo di Pier Luigi Bersani e i suoi, per aver votato a favore della riforma costituzionale alla Camera. «Loro non possono definirsi opposizione interna, se poi votano come la maggioranza», tuonava con Lettera43.it il deputato lombardo, nelle pause dei lavori d'Aula.
Segno che Civati vuole rimanere ancora nel Pd, conducendo le sue personalissime battaglie, magari cercando di fare proseliti, e se proprio l'aria diventasse irrespirabile, al massimo trasformerebbe il progetto “È Possibile” in un soggetto politico tutto suo, senza fare da stampella a nessuno. Nemmeno a Landini.

I bersaniani puntano a riprendere il controllo del Pd

Pier Luigi Bersani e Matteo Renzi.

A questo punto le porte da bussare al Nazareno si restringerebbero a quelle dei bersaniani, anche se il leader dei metalmeccanici non si farebbe illusioni. Dalle parti dell'ex segretario il campo è strettissimo, al limite dell'impraticabilità. Il gruppo è solido, compatto e navigato e da mesi sta portando avanti una battaglia sotterranea all'interno del Pd per riprenderne il controllo. La chiamano «strategia del logoramento»: lasciano che Renzi si prenda tutto lo spazio di governabilità di cui ha bisogno, salvo incastrarlo in estenuanti trattative che a volte riescono, il più delle volte falliscono, ma in ogni caso evidenziano le crepe (che esistono) all'interno della variegata maggioranza renziana.
L'esempio classico è la nuova legge elettorale: al 90% dovrebbe passare così com'è, eppure i fedelissimi di Bersani provano a strappare piccole vittorie (vedi le preferenze per tutti o le soglie di sbarramento più basse) ben sapendo che il leader non può accettare le loro condizioni, altrimenti il testo tornerebbe al Senato (dove i suoi numeri sono risicatissimi) aumentando il rischio che salti tutto per aria.
VENDOLA C'È, MA CHI COMANDA? La speranza di Landini si chiama, dunque, Sinistra ecologia e libertà. Il partito di Nichi Vendola ha subito un brutto colpo, dopo l'uscita di Gennaro Migliore e gli altri di Led, ma non mortale. Leccandosi le ferite ha ritrovato un suo equilibrio, facendo però una fatica del diavolo a tenere unite e compatte le file delle varie realtà territoriali, dove il rapporto con il Pd è stretto e la minaccia (il più delle volte bluff pokeristici) di un'interruzione brusca dei rapporti fa tremare alcuni polsi. Il problema di un'eventuale alleanza Landini-Vendola è lo stesso che blocca anche altri accordi: chi sarebbe il comandante delle truppe?
È sempre la solita manfrina, ormai cronica nella storia recente della sinistra italiana. Ci sono flotte di generali, ma pochissimi soldati semplici (esattamente l'opposto di ciò che accade oggi nel Nazareno a trazione renziana).
SINISTRA PD SOTTO L'8%. Tutti vogliono essere leader, magari accettando che il ruolo di frontman lo svolga il segretario Fiom, ma così facendo il rischio di riformare una Unione anche se 2.0 è fortissimo. Così come fortissimo sarebbe il rischio di ricalcarne i fallimentari risultati.
Perché nel frattempo il premier-segretario se la ride, leggendo i sondaggi che periodicamente gli consegnano gli uomini del suo staff. Stando a quanto trapela in ambienti vicini alla maggioranza dem, infatti, un nuovo partito alla sinistra dell'attuale Pd viaggerebbe poco al di sotto dell'8%, togliendo poco o nulla al cosiddetto Partito della Nazione, che punta a fagocitare l'elettorato moderato di centro che finora si è accasato nel Pdl ma non apprezza la linea celodurista di Forza Italia.
RENZI VINCE IN OGNI CASO. Se al voto si andasse con l'Italicum (possibilità estremamente concreta), il partito di Landini sarebbe condannato all'ininfluenza se non addirittura alla sparizione prima ancora di iniziare un percorso.
Per Renzi sarebbe una vera cuccagna, liberarsi di una parte consistente della minoranza interna al Pd e non ritrovarsela nemmeno tra i piedi in parlamento. Ma come li legge il premier, i sondaggi li leggono anche i suoi oppositori. E di consegnare al nemico la propria testa senza nemmeno fargli sporcare le mani, nemmeno loro sono capaci. Di conseguenza, non resta che rifiutare l'offerta di Landini e rassicurarlo che comunque amicizia e collaborazione non mancheranno. Magari con un bel #MaurizioStaiSereno. Magaras...

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