ANALISI 16 Marzo Mar 2015 1400 16 marzo 2015

Crimea, la dura vita sotto controllo della Russia

Pochi turisti. Prezzi alle stelle. E isolamento internazionale. Ecco cosa resta dell'annessione della Penisola a Mosca. Ma il 90% dei cittadini sta con Putin.

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da Kiev

In Crimea è già iniziata la primavera russa. La prima dopo l’annessione di Mosca, sancita nel 2014 nel giro di una settimana: il 16 marzo 2014 fu tenuto il referendum con cui il 97% dei partecipanti al voto (l’83% della popolazione) decretò la secessione dall’Ucraina e la volontà di riunirsi alla Russia dopo 60 anni di intermezzo sovietico e postcomunista. Il 17 marzo Mosca riconobbe la Crimea come Stato indipendente e il giorno dopo il presidente russo Vladimir Putin firmò l’accordo con cui la penisola sul Mar Nero diventava uno dei soggetti della Federazione russa a tutti gli effetti.
LA CRIMEA STA CON PUTIN. Che tutti questi passaggi non furono riconosciuti - come non lo sono ora - dalla comunità internazionale, per la quale rappresentano una violazione del sovranità e dell’integrità territoriale dell’Ucraina nonché del diritto internazionale, non cambia la realtà che è quella appunto della Crimea attualmente russa.
A Sinferopoli e dintorni, Putin gode della stessa popolarità di cui lo zar si avvale a Mosca, il 90% degli oltre 2 milioni degli abitanti della Crimea voterebbe - oggi come ieri - allo stesso modo se si trattasse di fare un passo lontano da Kiev e uno verso Mosca. Questo almeno dicono i sondaggi dell’Istituto Vciom. Solo il 5% vorrebbe rimanere, invece, in Ucraina, cosa non difficile da credere visto che appunto le cose dall’altra parte del confine vanno di gran lunga peggio.
PENISOLA IN ISOLAMENTO. Le cifre dicono anche che il passaggio della Crimea alla Russia ha fatto alzare mediamente gli stipendi, le pensioni e le prestazioni sociali. Ma c’è anche l’altra faccia della medaglia per cui l’economia russa traballante per conto suo e per le sanzioni occidentali ha effetti collaterali anche sul Mar Nero: i prezzi sono saliti alle stelle, di turisti se ne vedono pochi, le carte di credito occidentali tipo Visa e Mastercard sono inutilizzabili, persino il calcio è monco, con le squadre della Penisola che non partecipano ovviamente al campionato ucraino con l’Uefa che ha impedito loro di prendere parte a quello russo.
La Crimea si trova insomma in uno strano stato di isolamento che l’inverno ha reso ancora più evidente.

Da Mosca i rifornimenti sono difficili: s'attende il «Ponte dell’amicizia»

Il presidente russo Vladimir Putin gode di ampio consenso in Crimea.

Di fatto la Penisola è collegata alla Russia solo via mare: sullo Stretto di Kerch, all’estremità orientale, dovrebbe essere costruito presto quel ponte che era in progetto da anni (sin dai tempi di Leonid Kuchma alla Bankova) e che allora con il nome di «Ponte dell’amicizia» doveva simboleggiare i buoni rapporti tra Kiev e Mosca.
Poi la rivoluzione di febbraio 2014 ha fatto andare molto a rotoli, complicando tutto: la povertà di infrastrutture rende difficile ogni tipo di rifornimento dalla Russia, da quello dei generi alimentari alla corrente elettrica, che arriva ancora dall’Ucraina.
Mosca ha promesso di investire sul breve periodo 10 miliardi di euro in Crimea, ma fino a oggi s’è visto poco.
PROVOCAZIONI DEL CREMLINO. Il ponte dovrebbe essere finito nel 2018. Imprese pubbliche e private che sino a un anno fa erano ucraine sono state in parte nazionalizzate e la base navale di Sebastopoli rimane un simbolo fondamentale per il Cremlino: più che altro per questione di prestigio interno e di strategia locale, visto che, essendo il Mar Nero un mare chiuso e i Dardanelli controllati da due Stati appartenenti alla Nato come Turchia e Grecia, il suo peso nella cornice internazionale va relativizzato.
Così come il fatto che la Russia potrebbe stazionare armi nucleari appartiene al gioco di provocazioni muscolari tra Mosca e Washington.
MINORANZE TUTELATE. Per ora, a Sinferopoli come nella capitale russa, la maggior parte dei russi - nuovi e vecchi - continua a dare fiducia a Putin, che 12 mesi fa aveva tra l’altro promesso che la Crimea sarebbe stata russa, ma anche ucraina e tatara, facendo riferimento alle due principali minoranze etniche della Penisola.
Di fatto non c’è stato nessun esodo, né di ucraini né di tatari, con la maggior parte che ha tentato di fare buon viso a cattivo gioco adattandosi alla nuova situazione. Soprattutto chi si era schierato nel 2014 al fianco del nuovo governo di Kiev dopo la cacciata di Viktor Yanukovich è diventato bersaglio dei nuovi arrivati: così Mustafa Cemilev, leader dei tatari di Crimea è stato costretto all’esilio, bandito per cinque anni dalle autorità russe. Secondo queste, altre 500 persone avrebbero abbandonato la propria terra, mentre stando a quanto detto dal suo successore Refat Chubarov sarebbero almeno 7-8 mila, sui circa 240 mila totali.
TENSIONI CON L'OCCIDENTE. Se l’annessione della Crimea da parte della Russia ha creato scombussolamenti, sulla scacchiera mondiale ha provocato un vero e proprio terremoto che, aggiunto alla guerra nel Donbass, ha scardinato i rapporti tra Russia e Occidente: gli Stati Uniti e l’Unione europea condannano Mosca per la violazione del diritto internazionale, mentre il Cremlino indica nel peccato originale la rivoluzione di Kiev e un cambio di regime tutt’altro che democratico dopo che era stato addirittura raggiunto un accordo firmato da ministri occidentali e poi finito nel cestino.
A Sinferopoli la primavera russa è comunque iniziata, ma non si sa quanto durerà.

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