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DIATRIBA 16 Marzo Mar 2015 0816 16 marzo 2015

Grecia, la crociata dei Paesi dell'Est Europa

Slovenia, Slovacchia e gli Stati baltici fanno muro: «Non pagheremo per Atene». Merkel trova nuovi alleati contro Tsipras. E la partita per gli aiuti s'infiamma.

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da Berlino

Yanis Varoufakis e Alexis Tsipras.

Nel braccio di ferro che Unione Europea e Grecia stanno replicando sul tavolo della crisi finanziaria, il ruolo del cattivo spetta ormai per designazione mediatica alla Germania.
Alfiere dell'austerità e nemica di ogni flessibilità, Angela Merkel (sostenuta dal suo arcigno ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble) impone la sua linea intransigente contro i tentativi del nuovo governo greco di Alexis Tsipras di guadagnare margini di manovra.
Secondo questa narrazione ormai consolidatasi, almeno fra le opinioni pubbliche degli Stati in crisi, dietro Berlino si muove un gruppo di Paesi più o meno virtuosi, quasi tutti appartenenti al club degli Stati nordici, che condividono una visione rigorosa della gestione della crisi, non intendono metter mano a solidarietà senza la certezza di progetti riformistici e prosperano rigogliosi al riparo di vantaggi acquisiti e di pregiudizi nei confronti dei Paesi del Sud.
GLI INTRANSIGENTI DELL'EST. Ai più è invece sfuggito che un ulteriore gruppo di Stati membri stia perdendo la pazienza con i greci e si vada attestando su posizioni via via più intransigenti. Si tratta dei Paesi dell'Europa dell'Est entrati negli ultimi anni a far parte del club dell'Eurozona: Slovenia, Slovacchia, Estonia, Lettonia e, da ultimo, Lituania.
Paesi dalle economie ancora fragili cui sono stati chiesti sacrifici enormi per poter acquisire il diritto a far circolare la moneta unica: apparati burocratici snelli, mercati del lavoro flessibili, stato sociale contenuto e conti in ordine. Tutti traguardi raggiunti al costo di riforme che hanno spesso determinato un confronto difficile con i cittadini-elettori.
A questi Paesi non sono stati concessi sconti e, una volta entrati nel club dell'euro, si sono ritrovati pure a dover fare economicamente la loro parte per evitare che l'impalcatura nella quale erano appena entrati crollasse loro addosso.
L'OPPOSIZIONE DI FICO. La bandiera dei piccoli rivoltosi dell'Est è stata innalzata dal premier slovacco Robert Fico, uno che dagli obblighi derivanti al suo Paese dall'ingresso nell'euro ci ha in fondo guadagnato: nel 2011 la partecipazione di Bratislava all'ampliamento dell'ombrello di salvataggio europeo Efsf causò la crisi del governo di centrodestra e le elezioni anticipate, da cui uscì vincitore proprio Fico, con il suo partito social-populista.
Ora il premier teme il rinfocolarsi del rancore dei suoi cittadini e, di fronte alle insistenze greche di rivedere ammontare del debito e accordi con la Troika, ha detto: «Sarebbe impossibile spiegare all'opinione pubblica del mio Paese che proprio la povera Slovacchia deve pagare per la Grecia».

Il premier slovacco: «Perché dovremmo pagare il debito di Atene?»

Robert Fico, leader dei socialdemocratici slovacchi.

Per Fico, le richieste del nuovo governo greco non stanno né in cielo né in terra e gli altri Paesi non possono essere chiamati a saldare il conto delle astruse promesse elettorali di Syriza: «Perché noi slovacchi dovremmo pagare una parte del debito di Atene?».
Potrebbe apparire una guerra fra poveri, ma il problema è che la percezione consolidatasi all'interno nei Paesi dell'Europa centro-orientale è che i greci siano in confronto abbastanza ricchi e che il rifiuto di tagliare i conti dello Stato nasconda la volontà di continuare a vivere al di sopra dei propri mezzi e sulle spalle degli altri.
L'IRRITAZIONE DI LUBIANA. Anche a Lubiana l'irritazione per le pretese di Tsipras e Varoufakis è cresciuta. La Slovenia è stata nel 2007 il primo fra i Paesi dell'allargamento a conquistare i requisiti per adottare la moneta unica, un anno prima che sulla scia dei subprime americani esplodesse la crisi finanziaria globale.
Una crisi che colpì in prima linea le fragili economie centro-europee, a partire proprio da quella slovena. Ma il Paese, fanno notare i politici a Lubiana, è riuscito ad attraversare anni difficili senza ricorrere ad aiuti internazionali, semplicemente adottando quelle ulteriori riforme che ora i greci non vogliono più fare.
Una posizione analoga riscontrabile anche più a Nord, sulle rive del Baltico, dove le tre Repubbliche entrate in successione nell'euro (Estonia 2011, Lettonia 2014, Lituania 2015) hanno vissuto gli anni più recenti sull'ottovolante dell'economia.
LA RIVOLTA DELLE TIGRI BALTICHE. Anche le tigri baltiche, infatti, sono state colpite dalla crisi del 2008-09, hanno resettato le loro economie, ulteriormente assottigliato la spesa pubblica e sono lentamente tornate a crescere, meritandosi la medaglia del buon esempio da parte di quei Paesi, Germania in testa, che vedono innanzitutto nelle ricette di austerità l'uscita dal tunnel.
Sono dunque questi piccoli Paesi lo zoccolo duro di chi si oppone ad Atene: contano poco singolarmente, ma uniti fanno numero e hanno imparato piuttosto in fretta a farsi valere all'interno delle istituzioni europee.
La percezione però che i greci se la passino sostanzialmente meglio degli Est-europei contiene anche errori di prospettiva.
IL NODO DEL POTERE D'ACQUISTO. È vero che se si prendono i dati ufficiali dell'Eurostat relativi al prodotto interno lordo per abitante, con i suoi 16.500 euro all'anno la Grecia si ritrova al 62% della media europea ma con il 42% in più rispetto a quella dei Paesi dell'Est. Così come i greci risultano di gran lunga favoriti rispetto ai nuovi arrivati per redditi netti, salario minimo, pensioni.
Ma, ha osservato l'economista Sebastian Leitner dell'Istituto per la comparazione economica internazionale di Vienna, «i numeri risultano completamente capovolti quando si prende in considerazione il potere d'acquisto dei cittadini».
Per rimanere al dato sui redditi pro-capite, ripulite le cifre ufficiali attraverso il setaccio del potere d'aquisto, in cinque Paesi dell'Europa orientale alla fine delle spese ci si ritrova in tasca più soldi rispetto alla Grecia: Slovacchia, Slovenia, Estonia, Lettonia e pure Repubblica Ceca, che non fa parte di Eurolandia.

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