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ANALISI 16 Marzo Mar 2015 1031 16 marzo 2015

Immigrazione: la proposta italiana e l'alt dei Paesi Ue

Campi di smistamento in Africa. E ripartizione equa dei profughi. Roma preme. Ma Bruxelles storce il naso. Pascouau: «Basta dire di no a tutto, la gente muore».

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da Bruxelles

Angelino Alfano.

Per ora è ancora solo un'idea. Ma molti a Bruxelles l'hanno già definita irrealizzabile. Quella di costruire dei campi o centri di identificazione dei migranti in Nord Africa è una proposta che il governo italiano ha già fatto nel 2014, ma rischia di non vedere la luce. Almeno per ora.
Sia il ministro dell'Interno Angelino Alfano sia il premier Matteo Renzi hanno più volte posto il progetto sul tavolo dell'Ue e ora più che mai lo descrivono come soluzione necessaria per limitare l'enorme flusso di migranti in arrivo dalle coste della Libia.
«L'ITALIA NON PUÒ FARCELA DA SOLA». Tra i 500 mila e il milione di persone sarebbero pronte a partire, secondo la stima fatta dal direttore di Frontex Fabrice Leggeri. Che ha inoltre denunciato i rischi legati al traffico dei migranti da parte dell'Isis. I terroristi userebbero infatti i migranti come 'arma psicologica' inviandoli sulle coste italiane, già prese d'assalto.
«L'Italia ha un problema gravissimo che non può affrontare da sola», ha ammesso anche il ministro spagnolo Fernandez Diaz a margine del consiglio Affari interni Ue il 12 marzo, «lo scorso anno ha ricevuto circa 170 mila migranti irregolari. Quest'anno, se si proiettano le stime dei primi mesi sul resto dell'anno, l'Italia riceverà 200 mila persone».
IL PIANO DI ALFANO NON CONVINCE. Cifre che non sembrano spaventare più di tanto gli Stati membri. L'Unione europea, a parte il sostegno finanziario delle operazioni di Frontex, non è infatti riuscita a mettere in atto una strategia davvero comunitaria non solo per limitare i flussi migratori ma anche, e soprattutto, per proteggere i migranti. E davanti alla proposta di Alfano si è mostrata molto scettica.
«La nostra idea è quella di costituire dei campi in Africa, in modo tale che lì si facciano le richieste di asilo e lì si dica sì o no. Quelli a cui si dice no restano, quelli a cui si dice di sì devono essere ripartiti in modo equo tra i Paesi Ue», ha spiegato Alfano al Consiglio Ue del 12 marzo.

Londra si oppone, ma nel 2003 fece una proposta simile

David Cameron e Matteo Renzi.

Ma è proprio sulla parola «equo» che a Bruxelles si sentono le prime resistenze. Se sinora, infatti, è il Paese di approdo che deve farsi carico del migrante, con i campi in Africa la logica sarebbe quella dell'equa suddivisione. Principio che di certo non tutti gli Stati membri condividono o anche solo capiscono. «In primis la Gran Bretagna», commentano nei palazzi comunitari.
Se infatti davanti alla proposta di Alfano ci sono Paesi come Francia, Spagna, Austria, Svezia, Grecia e Germania che si sono mostrati favorevoli o almeno aperti alla possibilità di provare a implementare un possibile piano, «i britannici non ne vogliono sapere di farsi dire chi devono ospitare e chi no, soprattutto in questo periodo di elezioni», osservano a Bruxelles.
Nel Regno Unito le elezioni generali sono il 7 maggio «e prima di allora dubito che sarà presa alcuna decisione in favore di questa o qualsiasi altra proposta a livello comunitario», spiega una fonte. La stessa Agenda per l'immigrazione della Commissione europea verrà infatti presentata a metà maggio, a urne britanniche chiuse.
Eppure quella del governo italiano «è molto simile alla proposta che proprio la Gran Bretagna fece nel 2003», spiega a Lettera43.it Yves Pascouau, direttore del dipartimento immigrazione del think tank European policy center (Epc) di Bruxelles.
PASCOUAU STA CON ROMA. Secondo Pascouau, quindi, la proposta italiana non è utopistica: «Dobbiamo essere consapevoli della enormità del fenomeno: stiamo parlando di oltre 3.500 migranti morti nel 2014 nel Mediterraneo, di milioni di persone che hanno bisogno di protezione perché stanno scappando da zone di guerra», ricorda Pascouau, «dobbiamo giocare un ruolo di player in grado di proteggere queste persone mettendo sul piano proposte concrete».
Idee che «certamente possono e devono essere criticate, come questa dei campi, che magari non è la soluzione perfetta, ma forse non esiste la soluzione perfetta», continua l'esperto di immigrazione, «è però una possibilità che dobbiamo comunque prendere in considerazione, analizzare, valutare per vedere se questa può evitare di far morire altre persone». Perchè se «la gente continua ad annegare nel Mar Mediterraneo e nel mentre continuiamo a non fare niente e bocciare ogni proposta, dipingendola in maniera negativa, non si risolve nulla».
«LIBIA INSTABILE, MEGLIO LA TUNISIA». Più che bocciare la proposta del governo italiano, l'esperto del think tank Epc preferisce proporre alcune modifiche: «Prima di tutto la location. La Libia non può essere il Paese nel quale realizzare un progetto di questo tipo, è troppo instabile. Potrebbe essere invece la Tunisia il posto da prendere in considerazione».
E molti, continua l'analista dell'Epc, «sono gli Stati membri che al Consiglio europeo stanno lavorando in questo senso». A Bruxelles c'è chi ricorda che «per fortuna l'Italia non è sola, e ultimamente ci sono state delle aperture anche da parte di alcuni Stati membri sinora contrari come la Repubblica Ceca e paesi extra Ue ma dell'area Schengen come la Norvegia».
La cooperazione con i Paesi terzi è infatti fondamentale. Ed è proprio dalla Tunisia che, secondo gli esperti di Bruxelles, bisogna iniziare a lavorare. Non è un caso che il commissario Ue all’Immigrazione Dimitris Avramopoulos andrà in Egitto e in Tunisia a fine marzo.
ALTERNATIVE SICURE, LA PROPOSTA UE. In occasione del Consiglio Affari esteri del 16 marzo l'Alto rappresentante per la politica estera Federica Mogherini e Avramopoulos hanno inoltre inviato una lettera ai ministri degli Esteri dei 28 in cui chiedono di «valutare un migliore e più coordinato impiego degli strumenti europei esistenti», e citano proprio i «programmi di sviluppo e protezione regionale» per i Paesi terzi, che potrebbero essere usati per la creazione di «safe harbours, alternative sicure» ai viaggi in mare, «in stretta cooperazione con i Paesi partner e con l'assistenza di organizzazioni internazionali come l'Oim e l'Unhcr».
Per ora però più che la proposta sui centri di identificazione per i richiedenti asilo in Nord Africa, agli Stati membri piace più un non paper di due pagine in 14 punti, proposto sempre da Alfano, in cui si propone di «coinvolgere direttamente i Paesi terzi affidabili nella sorveglianza marittima e nelle attività di ricerca e salvataggio», con «meccanismi di cooperazione operativa ad hoc».

L'assistenza a terra e il nodo del principio di non respingimento

Migranti in arrivo sulle coste italiane.

La cooperazione, che dovrebbe partire prima con la Tunisia e potrebbe in seguito riguardare anche l'Egitto, «dovrebbe essere adeguatamente sostenuta dall'Ue, attraverso finanziamenti e fornitura di assistenza tecnica», con l'obiettivo di costituire a termine una efficiente guardia costiera.
Prima di immaginare la costruzione di campi profughi si inizia però dal mare: le eventuali navi tunisine che raccogliessero i migranti clandestini sbarcherebbero in Tunisia, nel rispetto del principio del luogo sicuro più vicino, previsto dalla Legge del Mare.
SERVONO REGOLE CONDIVISE. A terra, i rappresentanti degli Stati membri dell'Ue e delle due agenzie Onu dei rifugiati (Unhcr) e dei migranti (Iom) assisterebbero le autorità tunisine fornendo la loro «expertise» nel campo della «gestione dei flussi migratori, delle procedure internazionali di protezione, dell'assistenza alle persone vulnerabili e del ritorno dei migranti irregolari ai loro Paesi d'origine».
«Per questo bisogna essere sicuri non solo che il Paese scelto rispetti i diritti umani, ma che ci sia una piattaforma di regole condivise capaci di aiutare il personale sul campo a decidere se queste persone hanno bisogno di protezione o no; e come possono essere poi ridistribuite in Europa, secondo quale criterio».
Sono ancora tante le domande, ed è fondamentale avere una risposta prima di implementare un progetto di questo tipo.
E GARANZIE SUL TRATTAMENTO. Dovrebbero infatti esserci anche garanzie che i migranti, di qualunque nazionalità, non subiscano maltrattamenti o persecuzioni in Tunisia, e che sia rispettato il principio di 'non respingimento' previsto dalle norme Ue e internazionali, ossia il divieto di deportare i migranti nei Paesi di transito o di origine che non rispettino i diritti umani e dove sarebbe a rischio la loro vita e la loro integrità fisica.
Se gli Stati membri decidono di impegnarsi in un progetto di questo tipo, quindi, «lo devono fare in modo che tutto il sistema sia implementato compatibilmente con la legge, anche perché le Ong umanitarie controlleranno che nessun diritto sia violato». Oltre al pericoloso tentativo di 'aggirare' il principio di non respingimento, la questione più difficile è quella che riguarda dove queste persone devono essere ridistribuite dentro l'Ue.
Sinora è ancora forte l'opposizione da parte di alcuni Stati membri ad aumentare la quota di accoglienza dei richiedenti asilo. Il fronte capeggiato dalla Gran Bretagna e dal Belgio conta ancora una maggioranza silenziosa di Paesi baltici e dell'Est.

Non solo l'Africa: Giordania e Libano non reggono più il flusso

Lampedusa: motovedetta della Guardia costiera con a bordo alcuni migranti soccorsi (11 febbraio 2015).

Un problema non da poco, soprattutto perché non è solo dall'Africa che arrivano i disperati. Pascouau ricorda che 3,8 milioni di persone hanno lasciato la Siria e il 96% di loro è ospitato nei cinque campi dei Paesi vicini: Egitto, Giordania, Libano, Iraq e Turchia.
Quest'ultima, in particolare, è diventata la meta principale dei rifugiati: 1,7 milioni di siriani. Ma sino a quando potrà reggere questa situazione?
«Prima che sia troppo tardi dobbiamo stabilire un meccanismo di protezione anche fuori dall'Ue, in modo da garantire a queste persone che hanno bisogno di protezione l'ingresso nei nostri confini in modo sicuro». Uno sforzo minimo, considerato che l'Ue è formata da 500 milioni di cittadini e nel 2013 sono state 450 mila le persone richiedenti asilo.
STATI ALLO STREMO. «Il Libano invece», ricorda Pascouau, «un Paese di appena 5 milioni di abitanti ha visto la sua popolazione crescere del 25% nell'ultimo anno: ha più di 1 milione di rifugiati siriani». Cifre che se confrontate con quelle dei Paesi Ue rendono la solidarierà comunitaria ancora più striminzita.
«Gli Stati vicini alla Siria sono allo stremo, hanno milioni di rifugiati e le loro condizioni economiche stanno peggiorando, dice l'analista Epc: «Non possiamo non fare i conti con questa realtà. Giordania e Libano non sono più in grado di affrontare questa situazione da soli, perchè ora hanno anche molti problemi economici».
Secondo i dati dell'Epc, nel 2013 solo 33 mila rifugiati sono stati redistribuiti in Europa, di questi 28 mila sono stati accolti in Germania. Cifre che devono essere riviste e adeguate alla realtà.
«SERVE PROTEZIONE, NON SCETTICISMO». «Ci sono ancora molti modi per dare protezione ai rifugiati dentro l'Ue», ricorda Pascouau, «e quella dei campi in Nord Africa non è l'unica soluzione, ma una delle tante da prendere in considerazione». La prima cosa da fare «è implementare questo progetto a partire dalla difesa dei diritti umani, perché queste persone hanno prima di tutto bisogno di protezione, non di scetticismo».
«Molti Stati membri devono capire che l'idea di scoraggiare le persone dal venire in Europa non funziona con i richiedenti asilo», raccontano alcune fonti, «ora bisogna gestire questo flusso, ma guardando quali sono le modalità che consentono una accettazione sociale da parte di tutti i cittadini europei, che però», aggiungono, «devono avere uno spirito umanitario maggiore. Negare il problema non lo elimina».
Insomma dire sempre di no, bocciare qualsiasi proposta per rimanere fermi davanti al mare ad aspettare «non farà certo diminuire il numero di persone che muoiono sulle carrette del mare», conclude Pascouau. «Quindi, prima ancora di criticare qualsiasi proposta, cerchiamo di fare qualcosa. Almeno proviamoci».

Twitter: @antodem

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