Maurizio Lupi 140911194424
EDITORIALE 17 Marzo Mar 2015 1232 17 marzo 2015

Lupi, dimissioni non obbligate ma opportune

Amicizie sconvenienti, favori imbarazzanti, parole infelici. Ecco perché deve lasciare. 

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Maurizio Lupi, ministro dei Trasporti.

Niente di penalmente rilevante (finora).
Ma molto di politicamente imbarazzante. Un ministro che al telefono con il suo super dirigente si esprime così: «Ti garantisco che se viene abolita la Struttura tecnica di missione viene giù il governo [...] Dopo che hai dato la sponsorizzazione per Nencini lo abbiamo fatto vice ministro. Ora parlagli e digli che non rompa i coglioni», deve andare a casa immantinente.
ANCHE IL MINISTRO 'TIENE FAMIGLIA'. Il ministro in questione è Maurizio Lupi, titolare della Infrastrutture. Il boiardo è Ercole Incalza, Ercolino per gli amici, regista di appalti miliardari, l'uomo che ha resistito a sette governi e a un florilegio di ministri di vario colore che si sono alternati alla guida del dicastero.
Del resto, come recitava una nota pubblicità dei tempi che furono, Ercolino è per definizione sempre in piedi.
Se poi si viene a sapere che il figlio del ministro è stato assunto nello studio del cognato di uno degli arrestati nell'inchiesta fiorentina sugli appalti, il quadro si compromette ulteriormente.
D'accordo, i figli so' piezz'e core, ma magari se sei un politico e uomo delle istituzioni, come si professa Lupi, un po' attento ci devi stare.
Invece, avidità o impunità che sia, si scivola sempre sulla buccia di banana del tengo famiglia.
Per carità, nessun moralismo, solo un po' di sana moralità, senso dell'equità. E soprattutto del mercato. Perché l'assoluto potere discrezionale di cui godeva Incalza, e come lui tutti i boiardi eternamente incistati nei ministeri, in ultima istanza si traduce in un deleterio aggravio della spesa pubblica. Là dove, quasi sempre, appalto fa rima con assalto alle tasche dei contribuenti.
POLITICA SUDDITA DEI TECNOCRATI. Ma dalle intercettazioni, al di là del linguaggio colorito, viene fuori un altro tema correlato. Ovvero la totale sudditanza della politica, vuoi per incompetenza vuoi per interesse, alla tecnocrazia affarista.
Detto in altri termini, Lupi sapeva davvero poco delle questioni di cui come ministro delle Infrastrutture avrebbe dovuto occuparsi, e Incalza fungeva da suo suggeritore.
Come si è visto, non proprio gratis.
Sta di fatto che Lupi gli aveva delegato un potere che travalicava il ruolo, forse perché pensava che avrebbe potuto garantirgli un posto al sole della politica, e del governo, nonostante la sua appartenenza a un partitino, il Nuovo Centrodestra, che i sondaggi relegano ineluttabilmente tra i cespugli del parlamento.
Il ridente e mite Lupi, viso da boy scout e modi pacati, aveva in animo di correre per fare il sindaco di Milano. Un'aspirazione che aveva condiviso con Matteo Renzi, il quale sornione l'aveva pure in parte avallata. Voleva passare senza colpo ferire da una poltrona all'altra. Sarebbe già un miracolo (miracolo italiano, naturalmente) gli riuscisse di conservare quella su cui è ora seduto.

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