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NEGOZIATI 17 Marzo Mar 2015 0900 17 marzo 2015

Tony Blair, il flop come inviato in Medio Oriente

Doveva ricucire tra Israele e Palestina. Ma più che un diplomatico l'ex premier inglese è stato un businessman nei Paesi del Golfo. E ora è pronto a dimettersi.

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Lo Stato della Palestina viene riconosciuto dall'Unione europea e dai parlamenti di mezza Europa - in Svezia, anche dal governo - e l'uomo delle trattative, l'inviato del cosiddetto Quartetto (Onu, Ue, Stati Uniti e Russia) per il Medio Oriente, getta la spugna, convinto di un suo «ruolo non più sostenibile».
Non è un buon momento per Tony Blair.
VOCI DI DIMISSIONI. Sull'ex premier britannico, icona della 'sinistra' rottamatrice dei diritti imitata anche dal renzismo, i tabloid britannici hanno scritto anche di un imminente divorzio dalla moglie Cherie, complice una presunta sua tresca con l'ex, giovane e bella, moglie di Rupert Murdoch, Wendi Deng.
Alla vigilia delle legislative in Israele (elezioni anticipate il 17 marzo), «fonti attendibili» avrebbero spifferato al Financial Times del passo indietro di Blair dall'incarico rivestito dal 2007 dopo le dimissioni da primo ministro.
ASCESA E CADUTA. È possibile. Tre volte consecutive premier, il leader laburista era politicamente finito dopo il suo decennio di riforme neo-liberiste e di interventismo estero. Gli va riconosciuto il merito della straordinaria ascesa, con il suo New Labour che, nel 1997, archiviò 18 anni di destra a governo.
Salvo poi essere ricordato come gregario di George W. Bush, più thatcheriano di Margaret Thatcher.

Il tramonto dopo le false armi di distruzione di massa in Iraq

L'ex premier britannico Tony Blair.

Blair è rimasto a lungo sulla cresta dell'onda, ma poi il suo tramonto è stato inesorabile, marcando l'inizio della parabola della sinistra europea.
Arrivato a ritirarsi da premier, il conservatore rampante David Cameron, suo successore - non certo più vincente - arrivò a definire l'esecutivo di Blair un «governo di morti viventi».
Erano i mesi dello scandalo sulle false armi di distruzione di massa di Saddam Hussein. Le prime accuse di aver mentito in parlamento per l'autorizzazione alla guerra, che si sarebbero trascinate per anni con indagini e processi, stavano montando.
PARCHEGGIATO AL QUARTETTO. Da vero lord inglese, Blair si dimise da primo ministro, ammettendo, in buona fede, di essersi fatto trascinare dal clima di revenge dell'11 settembre 2001, mentre i sondaggi lo davano in drastico calo di consensi.
Come un Bill Clinton appannato, dichiarò la sua guerra ai cambiamenti climatici e promise di spendersi per la causa africana e gli altri mali del mondo.
Ma dal suo parcheggio al Quartetto per la pace in Medio Oriente, l'ex premier britannico ha speso più tempo a discolparsi nelle commissioni d'inchiesta sull'Iraq che a tentare di ricucire gli strappi sempre più profondi tra israeliani e palestinesi.
IL MEDIATORE BUSINESSMAN. Un po', suo malgrado: qualsiasi sforzo di mediazione, con Benjamin Netanyahu al governo in Israele, si è reso vano anche da parte degli Usa, che nel 2013 hanno tentato di riaprire i negoziati, e da Gaza anche Hamas ha tradito i palestinesi di Abu Mazen (Anp).
Ma, negli anni del suo mandato, Blair si è anche configurato come la stampella di Israele. Un businessman più che un diplomatico, dedito a costruire grandi fortune personali sullo status quo della questione palestinese.

Al soldo di Dubai e delle petrodittature del Caucaso

Blair con l'ex presidente israeliano Shimon Peres.

Il libro in prossima uscita sull'ex capo di Downing Street, Blair Inc: The man behind the mask, lo dipinge intento, nei suoi viaggi in Medio Oriente, a stringere lucrosi contratti di consulenza tra la sua società, la Tony Blair Associates (Tba), e le monarchie del Golfo Persico irrorate di petrodollari.
All'Egypt economic development conference di Sharm el Sheikh sarebbe stato proprio il segretario di Stato americano John Kerry - a caccia, entro fine mandato, di risultati tangibili in Medio Oriente - a discutere con Blair sull'inopportunità di continuare a guidare il Quartetto, perché «non più credibile».
La decisione sarebbe maturata anche per le pressioni dell'Alto rappresentante della Politica estera dell'Ue, Federica Mogherini, per «rilanciare, anche attraverso una presa posizione più forte dell’Europa» i negoziati israelo-palestinesi del team creato nel 2002.
CONSULENZE MILIONARIE. Il libro su 'Blair affarista' tra gli sceicchi fa già discutere. Di sicuro, nel 2009 l'ex premier britannico spiccò per le 90 mila sterline intascate per 20 minuti di speech in Azerbaigian. E, nel 2011, per la super-consulenza da 8 milioni di sterline l'anno con il dittatore kazako Nursultan Nazarbayev.
Dopo il golpe al Cairo del 2013, i giornali inglesi scrissero anche di Blair consigliere per le «riforme economiche» del presidente e generale egiziano Abdel Fattah al Sisi, fresco di un'iniezione di 12 miliardi di dollari da Arabia Saudita, Emirati Arabi e Kuwait.
Per bocca della sua portavoce, la collaborazione sarebbe partita non per guadagno personale del britannico, ma per rafforzare i legami tra la leadership egiziana e la comunità internazionale. Forse è per l'endorsement di Blair, insomma, se, nel 2014 Renzi e gli emissari di François Hollande della galassia socialista hanno allacciato rapporti con al Sisi.
AVIDO E LOBBISTA. Negli Emirati Arabi, una delle fondazioni dell'ex premier britannico starebbe per aprire un ufficio ad Abu Dhabi e con il governo emiratino, il fondatore del New Labour avrebbe in ballo una «partnership strategica» di 30 milioni di sterline, in aggiunta alla consulenza di 1 milione l'anno già attiva e al contratto di 27 milioni con il Kuwait.
E la Palestina? Nelle terre contese, Blair avrebbe fatto pressing sul governo israeliano per lo sfruttamento di un giacimento di gas naturale al largo della Striscia di Gaza, i cui diritti erano detenuti da British Gas Group.

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