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SCENARIO 18 Marzo Mar 2015 1948 18 marzo 2015

Caso Lupi, il piano B di Renzi: un esecutivo di scopo

Ncd a rischio esplosione. Se mancano i numeri, Matteo è pronto a bussare a Fi. Tra i forzisti c'è chi apre: da Santanché fino a Gelmini. Lupi: io non mi dimetto.

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Maurizio Lupi e Angelino Alfano.

Maurizio Lupi non pensa alle dimissioni, almeno fino a quando non verranno dimostrati «gesti sbagliati» da parte sua. Ha detto che chiarirà tutto quello che c’è da chiarire, rivelando che Matteo Renzi non gli ha chiesto alcun un passo indietro spontaneo.
Eppure il premier il passaggio sulle dimissioni lo ha fatto, sia con Lupi sia con Angelino Alfano. Entrambi hanno respinto il messaggio al mittente, ma qualche ingranaggio del governo si è comunque bloccato, checché ne dicano i due esponenti di Ncd. Forse qualcosa si sta rompendo anche nella maggioranza che sostiene l’esecutivo, ma invece di assistere a scene di panico, dalle parti di Palazzo Chigi ostentano tranquillità. Tanto che il sottosegretario Luca Lotti, braccio destro di Renzi, si lascia scappare un commento eloquente: «Il governo regge, è saldissimo».
IL CASO LUPI SCUOTE NCD. Secondo quanto risulta a Lettera43.it, qualora Lupi decidesse (o fosse costretto) a rassegnare le dimissioni, la cosa non sarebbe indolore né per il governo, né per la grosse koalition che lo sostiene. Anzi, con molta probabilità l’addio al ministero delle Infrastrutture produrrebbe un effetto a cascata, con tanto di implosione nel gruppo di Ncd, che farebbe così mancare i voti necessari all’esecutivo per andare avanti. La fine del progetto alfaniano, infatti, darebbe il via libera alle varie correnti interne per riposizionarsi. E non tutti seguirebbero ancora Renzi e il Pd.
Per questo il presidente del Consiglio sta lavorando a un piano B per evitare che tutto il lavoro svolto nell'ultimo anno finisca alle ortiche.
RENZI VALUTA IL COINVOLGIMENTO DI FI. E la soluzione più accreditata è anche la più clamorosa. Perché prevede il coinvolgimento diretto di Forza Italia, o almeno di una parte (quella che ha dato vita e linfa al Patto del Nazareno), con conseguenze che potrebbero cambiare il corso della storia anche del Pd, soprattutto del Pd, ma non solo.
Rimettendo in ordine i pezzi di questo intricato puzzle, stando alle rivelazioni raccolte da Lettera43.it da diverse fonti – tanto di centrodestra quanto di centrosinistra –, il problema principale è mettere in sicurezza le riforme, da quella del Senato a quella del Titolo V della Costituzione, senza dimenticare il pacchetto Giustizia, la Pubblica amministrazione e la legge elettorale, su cui Renzi in prima persona si è speso moltissimo.

Il piano B del premier: un esecutivo di scopo a scadenza anticipata

Matteo Renzi.

Il presidente del Consiglio, per portare a casa questi risultati potrebbe offrire un patto di un anno all'opposizione berlusconiana (o anche solo a quanti hanno pubblicamente condiviso l'importanza di cambiare il Paese) che prevede la chiusura di tutte queste partite rimaste ancora aperte, per poi tornare alle urne una volta che sarà esaurita la clausola di salvaguardia dell'Italicum (ottobre 2016), voluta fortemente dalla minoranza dem.
Si tratterebbe di un esecutivo di scopo, con pochi ministeri mirati al raggiungimento degli obiettivi, sostenuto da una maggioranza eterogenea e soprattutto temporanea. Niente orizzonti al 2018, quindi, ma solo una visione costituente che crei le condizioni per riaprire le urne a un'Italia profondamente trasformata nelle sue strutture istituzionali, in un periodo in cui gli analisti prevedono una ripresa congiunturale dell'economia occidentale. Dunque, per l'effetto traino, anche del nostro Paese.
DELRIO: «ALCUNI VOTERANNO LE RIFORME...». La conferma, involontaria ma abbastanza esplicita, che il piano esiste, arriva direttamente da uno degli uomini più vicini a Renzi, Graziano Delrio, il fedelissimo sottosegretario alla presidenza del Consiglio, che martedì 17 marzo, rispondendo a una domanda durante la presentazione del suo libro, Cambiando l'Italia, ha affermato: «Non penso che tutta Forza Italia tornerà a votare le riforme, ma una parte di essa secondo me sì», chiudendo con un sorriso sotto i baffi bianchi che valeva più di mille parole.
Del resto, come ha fatto notare un altro giovane deputato toscano di rito renziano a Lettera43.it, «se il rapporto con Ncd dovesse finire, sarebbe naturale che i primi interlocutori del Pd siano quelli con cui abbiamo scritto i testi delle riforme, non ci troverei nulla di strano, e comunque sarebbero sicuramente più solidi, almeno numericamente, di Alfano e soci».
CARFAGNA E SANTANCHÈ PRONTE A DIRE SÌ. Dalle parti di San Lorenzo in Lucina hanno già fatto sapere che l'offerta sarebbe molto gradita. Come dimostra la lettera sottoscritta recentemente da 17 parlamentari forzisti che si sono schierati apertamente per un ritorno al Patto del Nazareno. Anche se le voci di dentro degli Azzurri dicono che in realtà ne sarebbero molti di più quelli pronti a dire sì a Renzi. E non i soliti noti come Denis Verdini e Paolo Romani, ma anche dirigenti di peso come Mara Carfagna, Maria Stella Gelmini, Daniela Santanchè, ma addirittura anche il consigliere Giovanni Toti.
Anche perché l'alternativa a un nuovo accordo (stavolta nettamente più vantaggioso per Forza Italia) sarebbero le urne, oltretutto con una legge proporzionale, come il Consultellum, che aprirebbe scenari imprevedibili e costringerebbe comunque destra e sinistra a una grande coalizione per non paralizzare il Paese. E allora, questo è il ragionamento, perché aspettare? Come recitava un vecchio slogan renziano, il futuro è Adesso!.

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