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MEDIO ORIENTE 18 Marzo Mar 2015 1008 18 marzo 2015

Israele, l'agenda del rieletto Netanyahu

Bibi di nuovo premier. Sul suo tavolo 5 dossier scottanti. Conflitto palestinese. Rapporti con gli Usa ai minimi. Nucleare iraniano. Welfare e minoranza araba.

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Benjamin Netanyahu ha vinto la sua scommessa.
Ma l'agenda del sempiterno primo ministro israeliano è già fitta e complessa.
Il premier deciso dal voto del 17 marzo, e soprattutto dalle alleanze che seguiranno quel voto, deve affrontare una nazione inquieta per la crisi economica, una classe media sofferente e un isolamento diplomatico mai così evidente.
GIOVANI ABBANDONATI. Dentro ai confini, i giovani israeliani sono tentati di lasciare un Paese che offre alloggi sempre più costosi e un welfare inadeguato alle loro richieste.
La classe politica non ha mai tirato la cinghia su sprechi e corruzione, i rapporti con la minoranza araba che si è presentata per la prima volta alle urne con una lista unitaria sono complicati e la proposta di definire Israele uno Stato dalll'identità ebraica potrebbe peggiorarli.
TENSIONE CON GLI USA. Fuori dai confini, le relazioni con l'amministrazione americana non sono mai cadute così in basso come nei giorni del discorso di Netanyahu di fronte al Congresso americano.
Quelli con l'Autorità palestinese sono congelati, mentre i Paesi Ue si stanno muovendo verso il riconoscimento della Palestina.
L'Iran sta diventando una potenza regionale e un partner importante per la gestione dei conflitti mediorientali.
Bibi ha vinto un'altra campagna elettorale, non è detto che vinca la battaglia della politica di governo.

Un elettore israeliano ai seggi il 17 marzo. @ Ansa

1. Rapporti troncati con l'Anp: «Mai uno Stato palestinese»

La vittoria di Netanyahu rischia di portare a uno scontro in campo aperto e internazionale con l'Autorità nazionale palestinese.
I negoziati con i palestinesi sotto l'egida di Washington e del segretario di Stato americano John Kerry si sono interrotti nell'aprile del 2014, dopo l'ennesima violazione degli accordi e la costruzione di nuove colonie da parte del governo di Israele.
E intanto l'Autorità nazionale palestinese (Anp) di Mahmmoud Abbas, dopo essere stata ammessa come Stato osservatore all'assemblea generale delle Nazioni unite (il voto si è tenuto a novembre del 2012) sta per ottenere l'ammissione alla Corte penale internazionale.
RISOLUZIONE DEL CONFLITTO LONTANA. La maggioranza degli israeliani, secondo i sondaggi, non crede nella risoluzione del conflitto e Netanyahu ha promesso che con lui non ci sarà mai uno Stato palestinese.
La reazione dei palestinesi alla sua conferma alla guida del Paese è stata netta: «Diciamo chiaramente che ci rivolgeremo alla Corte penale internazionale dell'Aja, che accelereremo la pratica nei suoi confronti, la porteremo avanti e la intensificheremo», ha detto alla stampa Saeb Erekat, il negoziatore capo dell'Olp.
Secondo quanto dichiarato il 7 gennaio 2015 dal segretario generale dell'Onu Ban Ki Moon «lo statuto per la Palestina entrerà in vigore il primo aprile 2015».
NEGOZIATI DI PACE IN UN VICOLO CIECO. Da quella data i palestinesi potrebbero accusare lo Stato di Israele di crimini di guerra di fronte al tribunale internazionale.
L'iniziativa con tutta probabilità archivierebbe definitivamente le speranze di un nuovo negoziato di pace, ma potrebbe essere anche l'ultimo grimaldello in mano al leader palestinese.
Da quando la Palestina ha presentato i documenti per accedere alla Corte penale internazionale, Tel Aviv - che riscuote le tasse dei palestinesi nei territori occupati - ha sospeso i trasferimenti di denaro all'Anp, mentre la ricostruzione di Gaza dopo gli ultimi bombardamenti israeliani (l'Egitto ha chiuso le frontiere) è ancora in alto mare. I rubinetti ai palestinesi sono in questo momento serrati.

2. Relazioni con gli Usa ai minimi: Obama avrebbe preferito Herzog

Il discorso tenuto dal leader del Likud alla vigilia delle elezioni di fronte al Congresso americano è stato il punto più basso del rapporto già controverso tra Israele e l'attuale amministrazione americana.
È noto che il presidente Usa Barack Obama avrebbe preferito avere a Tel Aviv un primo ministro amico come il laburista Isaac Herzog.
CONVIVENZA FORZATA PER 18 MESI. Ma nel 2016 anche i cittadini americani sono chiamati a votare e in attesa di capire chi potrebbe sostituire Obama alla Casa Bianca, Israele ha bisogno di ritrovare il suo più importante alleato, l'unico che può bloccare le iniziative dell'Autorità palestinese in sede delle Nazioni unite.
Obama e Bibi sono costretti a convivere forzatamente per altri 18 mesi.
Finora Netanyahu si è comportato come se potesse fare a meno dell'amico a stelle e strisce, e niente fa pensare che quest'ultima vittoria possa fargli cambiare atteggiamento.
I punti di dissidio sono tanti: dal dossier iraniano ai negoziati di pace, fino alle colonie nei territori occupati che il governo israeliano continua ad ampliare.
QUADRO INTERNAZIONALE INTRICATO. Tuttavia gli Usa potrebbero restare la sola sponda di Tel Aviv di fronte a uno quadro internazionale sempre più complicato.
L'Associazione nazionale palestinese, infatti, può contare sulle recenti aperture di molti Stati Ue: a ottobre è arrivato il riconoscimento del governo svedese dello Stato di Palestina.
Il 17 dicembre ha votato a favore anche il parlamento europeo e i parlamenti francese, inglese e spagnolo hanno approvato mozioni non vincolanti che riconoscono la nazione di Ramallah (la posizione dell'Italia è un po' più ambigua).
Dalla fine dei negoziati l'Ue sembra aver imboccato la linea dura sulle colonie israeliane e a novembre il quotidiano Haaretz ha rivelato l'esistenza di un piano di sanzioni europee contro Tel Aviv se gli insediamenti dovessero continuare. Se Netanyahu proseguisse su questa linea i dissidi con Bruxelles sono destinati a inasprirsi.

3. Fermare il nucleare iraniano: l'ossessione di Bibi

L'agenda diplomatica internazionale assume un'urgenza ancora maggiore per il futuro governo di Tel Aviv se si considerano i cambiamenti nel quadro mediorientale.
Netanyahu ha fatto della sua lotta al nucleare iraniano quasi un'ossessione: allarmi ripetuti (e smentiti dai suoi stessi servizi segreti), minacce di guerra, rappresentazioni plateali, senza ottenere il risultato sperato cioè che la sua voce sia maggiormente ascoltata dal gruppo che conduce le trattative con l'Iran (Stati Uniti, Russia, Cina, Regno Unito, Francia e Germania).
SCADENZA IL 31 MARZO. Anzi, la data di scadenza per le trattative con Teheran, il 31 marzo, si avvicina. E la rottura del dialogo con Washington ha reso la posizione di Israele ancora più debole.
Il problema non è solo il nucleare, ma è l'ascesa dell'Iran al nuovo ruolo di interlocutore in una crisi che vede il Medio Oriente infuocato da conflitti interni al mondo sunnita.
E gli sciiti (da Bashar al Assad in Siria al regime iraniano) diventati agli occhi degli occidentali una garanzia di maggiore stabilità.
L'IDEA DI ACCERCHIAMENTO. Per Israele la prospettiva è ben diversa. Le milizie di Hezbollah in Libano, il colpo di stato dei ribelli sciiti in Yemen, il nuovo ruolo di Teheran hanno fatto nascere nell'establishement israeliano l'idea di un accerchiamento che punterebbe come obiettivo prioritario a destabilizzare le Alture del Golan, territorio occupato dall'esercito di Tel Aviv e militarmente strategico per il controllo dei suoi confini.
Se lo scontro sulla palestina dovesse inasprire ulteriormente i rapporti diplomatici di Israele, le conseguenze potrebbero vedersi anche sugli altri dossier.

4. Disuguaglianza galoppante: ma manca un'agenda sociale

La maggioranza degli israeliani tuttavia è andata al voto non per paura della bomba atomica degli ayatollah, né per rasserenare il dipartimento di Stato americano, ma molto più semplicemente perché non riesce più ad affrontare con i propri stipendi i prezzi lievitati di case e generi alimentari.
Secondo i dati diffusi dalle agenzie governative, tra il 2008 e il 2014 il costo delle abitazioni è aumentato del 55%.
I rincari sugli alimentari avevano già scatenato le proteste nel 2011, quando era aumentato il prezzo dei fiocchi di formaggio.
A ottobre del 2014, il bis: un 25enne aveva postato su Facebook le foto della sua spesa in un supermercato tedesco e aveva invitato i giovani israeliani a emigrare.
STRADE INVASE DAGLI INDIGNADOS. Da anni il tema è all'ordine del giorno. Nel 2011 e poi ancora nel 2012 i viali ariosi di Tel Aviv sono stati più volte invasi dai giovani indignados israeliani: di fatto la classe media del Paese - la «generazione sandwich», come l'ha chiamata Herzog - stanca di un Paese all'avanguardia per produttività e innovazione, ma con una delle maggiori disuguaglianze sociali dei Paesi sviluppati molto più vicina secondo l'indice Gini della Banca mondiale a quella degli Stati Uniti e distante quasi 10 punti da quella della Germania.
SISTEMA PREVIDENZALE DA RIVEDERE. Moshé Kahlon che contestava al primo ministro Netanyahu la mancanza di un'agenda sociale si è presentato alle elezioni con un nuovo partito di centrodestra, Koulanou, proponendo una revisione del sistema delle assicurazioni sociali e la sburocratizzazione della previdenza.
E alla vigilia del voto, il premier uscente (e rientrante) gli ha offerto la poltrona di ministro delle Finanze per addomesticarne la concorrenza.
Non è chiaro se i due stringeranno un patto di governo. Ma intanto anche Netanyahu ha dovuto indicare la questione della giustizia sociale come priorità: lo aveva già fatto nella scorsa campagna, ma i risultati non ci sono stati. Ritenterà e sarà più fortunato?

5. L'identità ebraica: da casus belli a complesso dibattito

L'ultima questione in agenda è l'identità di Israele.
Un tema che potrebbe sembrare simbolico, ma non lo è affatto. La legge sulla nazione ebraica voluta da Netanyahu è stata il casus belli che ha portato alla crisi di governo e alle elezioni anticipate.
GLI ARABI TERZO PARTITO. Elezioni in cui per la prima volta ha visto concorrere una lista unitaria dei partiti che rappresentano gli arabi israeliani, pari a circa un quinto della popolazione.
La lista è diventata il terzo partito di Israele, dopo il Likud e il campo sionista di Herzog.
La sua affermazione potrebbe cambiare gli equilibri politici tra la minoranza araba e la maggioranza ebraica.
E avviare un dibattito complesso sull'identità dello Stato e influenzare anche quello sui negoziati con i palestinesi.
Anche se rischia di rimanere schiacciata da due coalizioni con cui sembra non volersi apparentare.
I CONFINI PRE 1967 AL CENTRO. La lista araba unita chiede che vengano riconosciuti i confini della Palestina pre 1967 e che Gerusalemme Est sia la capitale del nuovo Stato arabo.
Per la prima volta e in uno dei momenti più difficili per Israele potrebbe iniziare a contare politicamente qualcosa.

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