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SISTEMA DI FAVORI 19 Marzo Mar 2015 1919 19 marzo 2015

Grandi appalti: tutte le raccomandazioni, da Lupi a monsignor Gioia

Il figlio del ministro. Il nipote del sacerdote. «Vanno sistemati». Gli 'aiutini' nelle carte.

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Ercole Incalza.

La cifra è di quelle che impressionano: 25 miliardi di euro di opere pubbliche deliberate in oltre un quindicennio, dall'alta velocità Milano-Verona al terminal del porto di Olbia, dal valico di Giovi alla Salerno-Reggio Calabria.
Secondo le indagini della magistratura fiorentina sul presunto “sistema” corruttivo creato intorno alla centrale del ministero delle Infrastrutture - la struttura tecnica di missione - sono state appaltate coinvolgendo sempre lo stesso nucleo ristretto di imprese.
Quelle “vicine” ai decisori pubblici che avevano la responsabilità delle scelte, con una gestione clientelare e inefficiente della spesa pubblica - in alcuni casi persino con bandi di gara disegnati su misura - che ha fatto lievitare «enormemente» tempi e costi delle stesse.
«DEBITO PUBBLICO LIEVITATO». L'organizzazione che per 20 anni ha gestito gli appalti pubblici in Italia, scrive il gip nell'ordinanza che ha portato all'arresto di cinque imprenditori accusati a vario titolo di reati contro la pubblica amministrazione, «può essere considerata una delle cause, se non la principale, della lievitazione abnorme dei costi, della devastante distorsione delle regole della sana concorrenza economica, di efficienza e trasparenza e non da ultimo dell'aumento esponenziale del debito pubblico nazionale».
ANDAVANO TUTTI DA INCALZA. Dal superburocrate Ercole Incalza, che nell'interrogatorio di garanzia ha respinto tutte le accuse dichiarando di non aver mai percepito tangenti o ricompense indebite, andavano tutti.
«È lui che predispone le bozze della legge Obiettivo, è lui che, di anno in anno, individua le grandi opere da finanziare e sceglie quali bloccare e quali mandare avanti», annotano gli inquirenti.
Da lui gli «appaltatori non possono prescindere».
Il numero di commesse ottenute dalle società riconducibili a Stefano Perotti - l'imprenditore al centro delle indagini, ora agli arresti - per lavori di direzione tecnica o di programmazione, è in effetti sorprendente: appalti in oltre 10 grandi opere, secondo l'accusa. Quasi un monopolio.
IN 8 ANNI CIRCA 70 MILIONI. Perotti, scrivono i pm, «è stato in grado di ottenere una serie notevole di incarichi professionali di importi stratosferici in forza del suo speciale rapporto con Incalza».
Per l'alta velocità Firenze-Bologna, per esempio, le sue società avrebbero ricevuto in 8 anni circa 70 milioni di euro.
Senza «neppure svolgere gli incarichi che gli sono stati affidati», annota il gip, o eseguendoli «con modalità tali da non giustificare gli enormi proventi che percepisce».
L'imprenditore Massimo Fiorini, intercettato dai carabinieri, a tal proposito dice: «Hanno aumentato del 40% il valore dell’opera. Il 40% sono tutte opere accessorie».

Lavoro al figlio di Lupi e al nipote del monsignore

Maurizio e Luca Lupi.

Le autorizzazioni per le varianti, le valutazioni di impatto ambientale, gli stanziamenti: tutto dipendeva dal ministero.
Si capisce perchè Perotti fosse così sensibile alle richieste dell'amico Ercole.
C'è da sistemare per un po' il figlio del ministro Lupi? Perotti, su sollecitazione di Incalza, si dà da fare per trovargli una incarico di consulenza attraverso lo studio del cognato, anche lui indagato, Giorgio Mor, di cui poi si assumerà direttamente gli oneri economici.
C'è da trovare lavoro al nipote di monsignor Gioia? Incalza chiama e Perotti si mette subito a disposizione.
Lui e Franco Cavallo, considerato vicinissimo al ministro Lupi, secondo i magistrati, si occupano della faccenda e il ragazzo viene assunto alle Ferrovie del Sud Est.
«MI HAI RISOLTO UN PROBLEMA». «Il 19 aprile, monsignor Gioia riconosce a Incalza il merito di avergli risolto con successo il problema del posto di lavoro per il nipote Gianluca, grazie al suo «intervento sull’amico Fiorillo» con cui pure lui ormai ha allacciato un rapporto di amicizia.
«Mi hai risolto un problema grosso grosso... Se non c’era il tuo intervento non si muoveva nessuno. Tu fai paura», è scritto nelle carte.
L'attenzione per la famiglia o gli amici da sistemare, le raccomandazioni, tornano a più riprese nei faldoni dell'inchiesta, svelando un pratica diffusa e sistematica che, al di là della rilevanza penale dei singoli atti, fa a pugni con la necessità, per lo Stato, di gestire gli appalti pubblici secondo quel principio di trasparenza e libera concorrenza che deve garantire l'economicità, l'efficienza, la buona realizzazione delle opere.
«VANNO SISTEMATI I RAGAZZI». «... Ricordati sempre una cosa... tu te lo devi tenere caro... che dobbiamo sistemare i ragazzi...», dice la moglie di Sandro Pacella, uno degli indagati, braccio destro di Incalza al ministero, a proposito della necessità di curare i rapporti col superiore.
Giulio Burchi, il manager che, intercettato, ha svelato ai pm le modalità con cui operavano imprenditori e burocrati coinvolti nelle indagini, racconta a Giuseppe Cozza, ex direttore generale di Metropolitana milanese, che Enrico Maltauro (costruttore coinvolto nell'inchiesta Expo) ha dato lavoro al figlio di Antonio Acerbo, ex responsabile del padiglione Italia e già sotto indagine per l'appalto sulle vie d'acqua.
E racconta anche di altri contratti che sarebbero arrivati ad Acerbo junior dalla Rizzani de Eccher, dall’impresa Gemmo e da Stefano Perotti. La risposta di Cozza è lapidaria: «solito sistema».
«SONO UN UFFICIO DI COLLOCAMENTO». Burchi, scrivono i pm, si attiva in diverse occasioni anche per sistemare persone segnalate dall'ex tesoriere dei Ds, Ugo Sposetti: «Non faccio altro che fare l’ufficio di collocamento», lamenta in una conversazione intercettata dagli inquirenti.

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