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DIPLOMATICAMENTE 19 Marzo Mar 2015 1116 19 marzo 2015

In Israele vince la paura, l'Iran resta un'incognita

Causa palestinese sconfitta, problema nucleare aperto. E così Obama va in tilt.

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Il premier d'Israele Benyamin Netanyahu.

La cronaca politica del Medio Oriente pone in primo piano la vittoria elettorale di Benjamin Netanyahu che consegna il Paese a un orizzonte di ripetitiva prigionia della paura.
Il premier israeliano è riuscito a smentire i pronostici della vigilia toccando le più profonde corde dell’insicurezza con le ultime rabbiose dichiarazioni anti-palestinesi e con la percuotente evocazione della minaccia nucleare iraniana.
La causa palestinese ne esce rovinosamente sconfitta e con essa ne escono frustrate le iniziative politiche a favore del riconoscimento dello Stato palestinese da parte di numerosi Paesi occidentali.
OBAMA IN CONFUSIONE. Ma c’è di più: da questa vittoria esce in tutta la sua problematicità la strategia mediorientale dell’amministrazione di Barack Obama che sull’altare dell’accordo sul programma nucleare iraniano e della malintesa lotta al terrorismo, sta sottoponendo le sue alleanze storiche nella regione a una prospettiva di incertezza e inquietudine che le sue assicurazioni e contro-assicurazioni politico-militari sparse a piene mani, da Riyadh a Tel Aviv, per l’appunto, passando per Ankara, non riescono certo a mitigare.
Concorrono anzi a far convergere e a fare un’inedita massa critica.
CONVERGENZA ARABA. Il già citato proclama di Netanyahu al Congresso americano contro l’accordo su quel programma nucleare, per esempio, ha trovato un’ampia eco sostanzialmente positiva nell’intero mondo arabo dal quale pure il premier israeliano non è amato.
E lo ha rafforzato nel dubbio sulla buona fede di Teheran circa la finalità esclusivamente civile di tale programma.

I dubbi sulle buone intenzioni dell'Iran

Il presidente dell'Iran Hassan Rohani

Ma la più robusta convergenza tra questi Paesi che emerge dal loro dibattito politico e mediatico ruota attorno ad alcuni interrogativi di fondo riconducibili ai seguenti: esistono fatti che legittimino l’aspettativa di un Iran che una volta appagato sul versante nucleare si impegni davvero in una politica di stabilità e di dialogo costruttivo nella regione e sul piano internazionale, come dichiarato a più riprese da Rohani?
Ci sono segnali che portano acqua al mulino della prospettiva opposta e cioè quella di un Iran proteso al rafforzamento della sua strategia egemonica anche attraverso un’accresciuta conflittualità di marca settaria? E su questo sfondo alternativo gli Stati Uniti, come e dove si posizionano?
Se sul primo interrogativo non esistono risposte concretamente positive, sul secondo gli argomenti di criticità non mancano.
MINACCE DI HAMAS E HEZBOLLAH. Si richiamano da un lato alle rituali minacce di distruzione di Israele che rimbalzano anche nei manifesti di Hamas e di Hezbollah; dall’altro si ricordano le non minori invettive contro Riyadh e il mondo sunnita nel più generale contesto dell’esportazione della rivoluzione sciita portata avanti da Teheran dal 1979 (Komeini) in avanti; dall’altro ancora ci si interroga sull’ingenuità del nemico satanico americano che continua ad alimentare i sermoni dei religiosi ma che Washington sembra aver messo da parte.
È sotto gli occhi di tutti l’azione destabilizzante condotta in Yemen dagli Houtis con la complicità di Teheran, ovviamente negata dalla stessa, avvalorata, tra l’altro dalla decisione di riprendere i voli su Sanaa proprio all’indomani della destituzione del presidente Hadi.
EMERGONO LE MILIZIE SCIITE. Ed è forte lo sconcerto per il prepotente emergere del ruolo delle milizie sciite - e dunque di Teheran - nella controffensiva contro l’Isis (ma anche contro le tribù sunnite recalcitranti al controllo sciita del Paese) che sta oscurando il contributo degli Usa e della coalizione internazionale messa in piedi a settembre 2014.

Gli scarsi risultati dell'offensiva anti-Isis

Segretario di Stato americano John Kerry.

Ci si chiede se nel mondo arabo-sunnita e in Turchia, ma anche in Israele, abbiano ben riflettuto sulle conseguenze derivanti dal lasciare tanto spazio all’Iran e ai suoi famigerati nuclei combattenti e sodali iracheni col rischio, tra l’altro, di approfondire il risentimento sunnita iracheno e favorire la deriva settaria sul cui fuoco Teheran sta soffiando.
ASSAD IN SECONDO PIANO. Su questo preoccupato interrogativo ha sparso sale il segretario di Stato americano Kerry quando ha sottolineato la necessità di negoziare una soluzione politica alla crisi siriana confermando come l’uscita di scena di Bashar al Assad non sia più al primo punto dell’ordine del giorno americano, soppiantata da una lotta all’Isis di cui si stenta a vedere contorni ed esiti seppure per ragioni diverse da quelle riscontrate in Iraq.
Ma anche qui concedendo spazio d’azione a Teheran direttamente e con le milizie di Hezbollah.
NUOVE CELLULE INFETTE. Mentre di fatto i risultati di quest’offensiva anti-Isis sono francamente dubbi, e anzi questo bubbone si arricchisce di nuove cellule infette, come in Liba, si lascia quasi nell’ombra l’incancrenimento della crepa settaria dal Libano alla Siria all’Iraq dallo Yemen a Gaza sotto la quale parrebbe propiziarsi una lievitazione del ruolo dell’Iran obiettivamente temibile ai fini della futura stabilità della ragione.
Tanto più se si saldasse e si esaltasse attraverso con la positiva conclusone del negoziato sul nucleare con le promettenti ricadute a esso annesse e connesse (dall’alleggerimento delle sanzioni alla piena cittadinanza anche economica internazionale).
Questa è la realtà geopolitica che sta maturando in questi giorni, alla scadenza della terza e ultima tornata di trattative. Mentre il terrorismo segna un altro punto a suo favore con la strage di Tunisi.

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