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ANALISI 21 Marzo Mar 2015 1200 21 marzo 2015

Israele, le ragioni del dietrofront sulla Palestina

Obama minaccia di scaricarlo all'Assemblea Onu. E Netanyahu apre ai due Stati. Ma il vincitore è il leader dell'Anp. Che guadagna in legittimità negli Usa e in Ue.

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Due Stati, due popoli. Rinnegata la dottrina Usa, vincendo le elezioni con il suo «mai» a uno Stato della Palestina, il quattro volte premier israeliano Benjamin Netanyahu è tornato a più miti consigli: Tel Aviv è pronta al compromesso, se l'Autorità nazionale palestinese (Anp) di Abu Mazen scaricherà Hamas per riprendere a negoziare in maniera seria.
VETO USA IN BILICO. Tramite fonti diplomatiche, dopo l'ennesima vittoria di Bibi, il presidente americano Barack Obama - mai così in rotta con il leader del Likud - aveva fatto filtrare di essere pronto a rompere l'alleanza storica, pur di chiudere la partita sul nucleare iraniano. E togliere il veto sulla Palestina all'Onu.
APERTURA TATTICA. Deve essere stata una notte lunga, per il premier israeliano. E il tam tam di indiscrezioni sulle intenzioni di Obama può averlo spinto all'ennesima mossa tattica.
Mandare in là i negoziati con il successore di Yasser Arafat, come avviene dagli accordi di Oslo del 1993 senza arrivare a una soluzione, per Netanyahu è l'unico modo di bloccare un cambiamento altrimenti inevitabile.

Il sì alla Palestina dei parlamenti Ue e l'inchiesta della corte dell'Aja

Abu Mazen all'Onu.

Mai la Palestina è apparsa così forte.
In attesa della ripresa dei colloqui, congelati dopo l'ennesima guerra di Gaza, l'Unione europea e diversi suoi parlamenti nazionali - in Svezia, anche l'esecutivo - hanno riconosciuto i territori amministrati dal governo di unità nazionale tra Fatah e Hamas (Cisgiordania e Gaza) come Stato della Palestina, pur sotto diverse condizioni da Paese a Paese e, in taluni casi, in tempi non immediati.
LEGITTIMITÀ AL PROGETTO. Pareri non vincolanti, ma il passo dei legislatori europei ha comunque dato legittimità al progetto di indipendenza portato avanti, negli anni, soprattutto dall'Anp. Mentre, da Bruxelles e da vari governi nazionali, piovevano le condanne per le autorizzazioni di Netanyahu alla costruzione di nuove colonie nei territori contesi.
Dal 2012 Stato osservatore dell'Assemblea generale dell'Onu, dal primo aprile 2015 la Palestina sarà anche il 123esimo Paese membro della Corte penale internazionale (Icc) dell'Aja, dopo la ratifica di Abu Mazen del Trattato di Roma per l'aderire all'organismo internazionale.
OLP: «È SOLO L'INIZIO». All'ammissione è seguita l'apertura di un'inchiesta preliminare da parte dell'Icc, su eventuali «crimini di guerra» commessi, durante l'operazione militare Margine protettivo, del luglio scorso, sia da parte di Israele sia dalle fazioni palestinesi più estemiste, come Hamas e altri gruppi.
Una decisione «scandalosa» per l'allora ministro degli Esteri israeliano, l'esponente della destra sionista Avigdor Lieberman. «Solo l'inizio» per il leader dell'Olp (principale partito politico dell'Anp) Mustafà Barghouti, che ha previsto «altre denunce» all'Aja delle organizzazioni in difesa dei diritti umani, contro Tel Aviv.

La minaccia Usa di togliere il veto sulla Palestina smuove Netanyahu

La Palestina ha accettato l'esame, Israele punta i piedi.
Il governo di larghe intese tra Hamas e l'Anp ha retto, nonostante le accuse di Abu Mazen agli estremisti di Gaza («Minano l'unità nazionale») per l'ultima guerra nella Striscia e gli scontri recenti, con auto incendiate e attacchi alle sedi del partito di Arafat.
L'unilateralismo di Bibi ha, al contrario, allargato il solco tra gli Stati Uniti e Israele. Dall'inizio del primo mandato, nel 2009, Obama si è smarcato dall'appoggio incondizionato alla destra israeliana, per convergere (come da programma elettorale) nel riavvicinamento con l'Iran.
LA ROTTURA CON OBAMA. L'ostinazione del premier israeliano nel volare, a due settimane dal voto, a Washington senza l'invito della Casa Bianca - 50 democratici hanno disertato il suo discorso al Congresso contro l'Iran - e la sua successiva vittoria, il 17 marzo scorso, stavano spingendo Obama alla scelta clamorosa di rinunciare al veto in favore di Israele in Consiglio di Sicurezza all'Onu, che ha sempre bloccato le richieste della Palestina.
Con il Dipartimento di Stato Usa che confermava di «rivedere approccio» in caso di nuova «azione alle Nazioni Unite», Netanyahu poteva solo aprire a una «soluzione con due Stati, pacifica e sostenibile», a patto che «cambino le circostanze».
Per mollare Hamas, il leader dell'Anp dovrebbe passare sopra gli ultimi 2.205 morti palestinesi (1.483 civili, secondo i dati Onu, contro le 72 vittime israeliane) dell'offensiva su Gaza Margine protettivo.
BIBI PRENDE TEMPO. Ma Netanyahu, nonostante i pessimi rapporti con il segretario di Stato americano Hillary Clinton, punta intanto a temporeggiare, fiducioso che nel 2017 la prossima, probabile presidente degli Usa sarà più anti-iraniana di Obama.
Dopo la retromarcia, sono arrivate le «congratulazioni» a scoppio ritardato della Casa Bianca a Bibi. Ma sul nucleare iraniano, in un video con gli auguri per il capodanno persiano del Nowruz, Obama ha rilanciato all'«opportunità storica».
Sulla Palestina gli Usa potrebbero riallinearsi a Netanyahu. Ma è lo stesso quotidiano israeliano Hareetz ad ammettere che, pur sotto il ricatto economico di Tel Aviv, Abu Mazen ha «sempre più amici nella comunità internazionale», inclusa Washington.

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