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BASSA MAREA 24 Marzo Mar 2015 1543 24 marzo 2015

Obama, in Iran è alto il rischio umiliazione

Il presidente cerca un successo personale. Ma il terreno è insidioso. E il Congresso non farà sconti.

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Il premier d'Israele Benyamin Netanyahu.

Nell’autunno del 1956 al presidente Dwight Eisenhower bastarono pochi messaggi diplomatici e la minaccia di bloccare un prestito del Fondo Monetario per salvare la sterlina e ben presto Israele, Gran Bretagna e Francia misero fine all’attacco militare congiunto contro l’Egitto di Nasser e l’appena nazionalizzato Canale di Suez.
Bastava poco allora all’America per imporre la sua volontà.
L’impresa di Suez è considerata l’ultimo hurrah e la tomba strategico-diplomatica delle vecchie potenze europee, e per Israele un’inevitabile resa senza condizioni al grande protettore di oltre Atlantico.
WASHINGTON HA PERSO INFLUENZA. Quasi 60 anni dopo, nel marzo del 2015, un primo ministro di Israele è andato a Washington su invito della maggioranza repubblicana del Congresso e non del presidente per dire, interrotto da scroscianti applausi di senatori e deputati presenti quasi al completo nonostante il disappunto della Casa Bianca, che il presidente degli Stati Uniti non capisce molto di Medio Oriente e si illude se crede di poter concludere con Teheran un accordo serio che ponga fine alla corsa iraniana verso l’arma nucleare.
È chiaro che oggi il peso diplomatico di Washington sullo scacchiere Mediorientale è l’ombra di quello che era ai tempi di Eisenhower. Resta il peso militare, ma non si sa in nome di quale strategia.
L’Europa non riesce a incidere molto su una realtà assai più vicina ai propri confini di quanto non lo sia a quelli americani, ma questo dura ormai da 60 anni e ci costringe ancora una volta a essere più spettatori che coprotagonisti.
SI PROFILA L'ASSE ARABIA-ISRAELE. Due settimane dopo il polemico discorso di Washington Benjamin Netanyahu ha vinto le elezioni in Israele e Barack Obama non si è molto rallegrato. Anzi, ha invitato il premier a rispettare la tradizione democratica del suo Paese. Spaccati soprattutto dalla strategia iraniana, Stati Uniti, o meglio Casa Bianca, e Israele non sono mai risultati così lontani.
Il clima politico interno americano è polarizzato ormai da questo scontro senza precedenti: solo la profonda ostilità del Congresso alla Pace di Versailles e al suo campione, il presidente Woodrow Wilson, presentò nel lontano 1919-1920, quasi un secolo fa cioè, una divisione altrettanto grave su temi cruciali di politica estera. E questo mentre la mano tesa di Obama a Teheran sta provocando una convergenza senza precedenti fra Israele e i poteri sunniti del Medio Oriente, i sauditi per primi, timorosi di un Iran (sciita) nucleare deciso ad affermare le sue antiche aspirazioni di supremazia sul Golfo prima, e su tutto il Medio Oriente poi. La prima partita si gioca comunque negli Stati Uniti fra Congresso e Casa Bianca e la vince chi ha dalla sua l’opinione pubblica americana.

Obama vuole chiudere in bellezza l'azione diplomatica in Medio Oriente

Barack Obama.

È chiaro che Obama è alla ricerca di un disegno diplomatico capace di risolvere attraverso la trattativa ora in corso in Svizzera con gli iraniani, o almeno allontanare molto nel tempo, il nodo nucleare. Più ancora forse dell’estremismo islamista e del terrorismo sunnita (e sciita) quello di una corsa all’arma atomica è il più grave problema della regione, e non solo.
Obama cerca poi un successo che gli consenta di chiudere bene una diplomazia mediorientale avviata nel giugno 2009 dall’incauto e ingenuo discorso del Cairo, una “mano tesa” offerta senza avere idee chiare e realistiche su chi dall’altra parte potesse farsi avanti con sufficiente autorevolezza a stringerla. Si sono fatti avanti purtroppo i fanatici dell’Isis ad azzannarla.
Dalla Camera dei Deputati è partita il 19 marzo una lettera con 360 firme per avvertire il presidente che una revisione delle sanzioni contro Teheran dopo un eventuale accordo fra l’esecutivo americano e il governo iraniano sul programma nucleare di quest’ultimo implica una nuova legge del Congresso: la Casa Bianca quindi non può negoziare ciò che vuole.
IL CONGRESSO SI METTE DI TRAVERSO. «Il Congresso deve essere sicuro che i termini dell’accordo escludano ogni possibilità di una bomba, e solo allora il Congresso potrà considerare una permanente riduzione delle sanzioni», dice la lettera. L’hanno firmata anche i due terzi dei deputati democratici.
L’opinione pubblica sembra decisamente scettica sulle possibilità di un’intesa seria. Mentre il 68% (Gallup) è a favore di una trattativa se questa impedisce una bomba nucleare iraniana, il 71% (Nbc/Wall Street Journal) non ritiene che un accordo diplomatico sia sufficiente garanzia e il 77% considera la bomba iraniana una grave minaccia agli interessi americani. Gli esperti sono scettici: «L’Iran non è una soluzione, ma parte del problema», dice l’ex direttore della Cia David Petraeus parlando non solo della bomba ma anche di Teheran alleato contro l’Isis sunnita.
QUATTRO SCENARI PER BARACK. A questo punto esistono quattro scenari secondo Walter Russell Mead, fra i più quotati commentatori americani. Il primo è che l’accordo venga raggiunto, superi lo scetticismo del Congresso e funzioni. Il secondo, assai più probabile, è che l’accordo ci sia, il Congresso non lo siluri, ma sia una vittoria di Pirro che non risolve molto, un imbarazzo grave sulle sorti del partito democratico e sulla statura, già non eccelsa, di Obama.
Il terzo scenario, più grave e più probabile ancora secondo Russell Mead, è che un accordo ci sia ma non superi l’ostacolo del Congresso, con l’Iran che continua la sua corsa verso la bomba e un presidente umiliato. L’ultimo scenario è quello di un Iran che a fronte anche di un Congresso sempre più ostile abbandona le trattative. Questo, dice Russell Mead, non sarebbe il caso peggiore per Obama, costretto però a ripartire da zero nella sua politica mediorientale. Nel frattempo resta l’altra partita, quella con Israele.

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