Yemen Milizie Sciite 150122214959
DIPLOMATICAMENTE 26 Marzo Mar 2015 1119 26 marzo 2015

Lo Yemen pare lontano, ma per il Golfo è cruciale

In atto una sanguinosa guerra per procura. Con l'evidente concorso di Teheran.

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Yemen, milizie sciite.

Lo Yemen sembra lontano e in ogni caso il parente povero del Golfo.
In realtà ci è vicino perché il Golfo fa parte del nostro intorno geo-politico e perché il suo posizionamento alle bocche del Mar Rosso ne fa una sorta di porta d’accesso al gigantesco traffico marittimo delle merci che dall’Oriente vengono agli scali del Mediterraneo tra le quali non sono componente secondaria le risorse energetiche del Golfo.
RILIEVO STRATEGICO. Se poi si allarga lo sguardo sulla carta fino a comprendervi l’Arabia saudita, le monarchie del Golfo e l’Iran, protagonisti di un duro scontro politico-settario per la conquista dell’egemonia nella regione che l’Arabia saudita rivendica sull’altare della custodia dei luoghi santi dell’Islam sunnita e l’Iran reclama in forza della rivoluzione dell’islam sciita lanciata nel 1979 con la cacciata dell’allora Shah Reza Pahlavi, la valenza dello Yemen assume un rilievo strategico di innegabile rilevanza.
ALLARME GIUSTIFICATO. Se infine si considera che nel corso del 2014 il gruppo sciita zaydi, gli Houthi, fino ad allora attestato nel Nord del Paese, manifesta una vera e propria “mutazione” politico-militare che lo porta a contrapporsi al legittimo presidente Abedrabbo Mansour Hadi, prima in termini politici e poi con la forza, attraverso l’occupazione della capitale e quindi la defenestrazione dell’intero governo, ben si comprende l’allarme degli altri inquilini del Golfo che tra l’altro tanto si erano molto impegnati per assicurare una transizione negoziata all’uscita di scena imposta al precedente presidente Saleh.
CONCORSO DI TEHERAN. Allarme tanto più acuto e percuotente per il sempre più evidente concorso di Teheran in uomini, mezzi e consulenze a questa mutazione politico-militare degli Houthi, facilitato indirettamente anche dalla prioritaria attenzione dedicata da Riyad - e dagli Usa - alla lotta contro la minaccia dell’al Qaeda yemenita.
In questi primi mesi del 2015 la situazione è precipitata: mentre si sono moltiplicate le sollecitazioni internazionali e del Consiglio generale del Golfo a rispettare l’ordine costituito e ad ammonire gli Houthi ad accedere a una mediazione politica, le truppe di questi ultimi si sono dirette verso Taiz e hanno minacciato la stessa Aden dove Abedrabbo Mansour Hadi ha trovato infine rifugio.
E da lì sta richiedendo con forza che si pongano in essere gli interventi necessari per fermare l’avanzata degli Houthi ed evitare il baratro della guerra civile.
RIYAD ALL'ATTACCO. Riyad che per bocca del suo ministro degli Esteri, Saud bin Faysal, aveva dichiarato che l’Iran non meritava la conclusione dell’accordo sul nucleare per la sua politica aggressiva nella regione, dalla Siria all’Iraq, dal Libano al Bahrein e adesso in Yemen, sembra decisa a passare dalle contestazioni ai fatti e dunque verosimilmente anche all’uso della forza.
E forse attende solo il Consiglio di Sicurezza che lo stesso Hadi ha informato aver richiesto agli Stati del Golfo e alla Lega araba immediato sostegno con ogni mezzo e le misure necessarie, ivi comprendendo un intervento armato per «proteggere lo Yemen e il suo popolo dall’aggressione in atto da parte degli Houthi».
Ce ne era a sufficienza per legittimare un’azione militare. E Teheran con la sua longa manus rappresentata, oltre che dagli Houthi, dall’estromesso presidente Ali Abdullah Saleh che continua a presiedere il Congresso generale del popolo e ad avere il controllo di parte delle forze armate del Paese?
GUERRA PER PROCURA. Il momento attuale potrebbe risultare propizio per un affondo finale in questa guerra per procura monetizzabile del resto anche nella trattativa sul nucleare giunta alle sue battute finali.
Ma Teheran deve stare attenta a dosare i tempi con l’avanzata degli Houthi-Saleh per evitare che essa possa produrre l’effetto contrario irrigidendo uno o più partner dei 5+1 (la Francia per esempio).
Certo non sta giovando la sinistra dichiarazione dell’Ayatollah Ali Saeedi, commissario religioso delle Guardie rivoluzionarie iraniane secondo la quale «il popolo yemenita si è congiunto con Iran, Iraq, Siria e Libano nella comune lotta per la gloria dell’Islam» (sciita naturalmente).
NEVRALGICO MOMENTO NEGOZIALE. L’Arabia saudita dal canto suo sa di poter contare sul consenso del mondo arabo e sunnita in generale e forse punta anche sul fatto che Teheran non voglia entrare in un’escalation così vistosamente strumentale in questo nevralgico momento negoziale.
Confida nel sostegno americano e non può permettere che la svolta yemenita sia vettore di contagio preso gli sciiti di casa propria e nelle altre monarchie, segnatamente in Bahrein. Tanto meno in un contesto di guerra civile trovi nuovo spazio d’azione al Qaeda, l’altro suo grande nemico.
MASSICCIA OPERAZIONE MILITARE. Su queste premesse non stupisce più di tanto che Riayd e le altre monarchie del Golfo abbiano dato il via a una massiccia operazione militare alla quale stanno dando il loro concorso anche Egitto, Giordania, Marocco e Sudan: un’inedita prova di forza e una dimostrazione del livello di credibilità e di influenza politica dell’Arabia saudita.
In nome di un islam che vuol dire sicurezza e di un ruolo nella regione che non accetta di essere messo in discussione.
Significativo il fatto che anche l’alleato Pakistan sarebbe pronto a intervenire, mentre gli americani starebbero assicurando appoggio logistico e di intelligence.
Un altro forte scossone di matrice politico-settaria in un’area già martoriata da una profonda crepa sciita-sunnita. Con conseguenze tutte da scrivere.

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