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DIPLOMATICAMENTE 27 Marzo Mar 2015 0600 27 marzo 2015

Iraq, Siria, Yemen: l'Ue è in balia delle strategie altrui

 Gli attori locali si muovono. Risoluti e spesso ambigui. Noi assistiamo indecisi. Solo in Libia e Tunisia qualche segnale positivo. Ma è troppo poco.

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Yemen, milizie sciite.

Se potessimo riprodurre la mappa politico-sociale del Medio Oriente e Nord Africa su un ideale palcoscenico e accendervi le luci in corrispondenza delle aree in cui sono in atto focolai di tensione politico-sociale combinate con derive di matrice settaria, correremmo il rischio di non trovare significative zone d’ombra.
Se poi si volesse colorare quelle luci per evidenziare le zone in cui questi focolai presentino anche del combustibile estremista-terrorista nelle sue diverse tipologie, ne risulterebbe uno scenario di intensa quanto significativa policromia.
Fuor di metafora, la regione medio orientale e nord africana è attraversata da una dinamica di tensioni e di conflittualità, reale e potenziale, che la ricopre quasi totalmente e che noi riusciamo a decifrare e seguire con difficoltà anche nelle loro interconnessioni, perché ci viene normalmente rappresentata con i fotogrammi della cronaca circoscritti, ora a questo, ora a quest’altro Paese, e solo raramente montati in un film che ce la illustri nella sua interezza e complessità.
DALLA SIRIA ALLO YEMEN: UN CICLONE SUL MEDIO ORIENTE. Nella sua interezza perché, come è avvenuto nei giorni scorsi, quando la nostra attenzione era comprensibilmente assorbita dalla terribile strage del Bardo in Tunisia, contemporaneamente, la criminale mattanza di Bashar al Assad continuava a incrociarsi in Siria con la sanguinosa battaglia tra le milizie dell’Isis, di al Nusra, dell’esercito libero e delle forze militari curde; in Iraq si assisteva al velenoso contributo iraniano alla lotta di Baghdad contro l’Isis con la complicità, quanto colposa o dolosa è difficile dire, degli Stati Uniti; in Yemen si consumava un altro atto della guerra civile innescata dall’offensiva politico-militare del gruppo Houthi sostenuto da Teheran e ora sfociata in un intervento armato guidato da Riad; in Libia si produceva il dissennato attacco a Tripoli del generale Haftar, alleato del presidente egiziano Al Sisi; in Israele la causa palestinese veniva in certo senso archiviata dalla vittoria a sorpresa di Netanyahu, eccetera.
LE AGENDE AMBIGUE DEGLI ATTORI LOCALI. Nella sua complessità perché, se è vero che le rispettive specificità sociali, economiche, culturali, storiche e religiose offrono esaurienti chiavi di lettura della realtà di ciascuno di questi Paesi - e degli altri come il Libano, che per ragioni di spazio non menziono – non è meno vero che le agende degli attori locali, regionali e internazionali, in larga misura avvolte in spessi strati di opacità e/o di ambiguità, contribuiscono ad alterarne anche sensibilmente la dinamica.
Pensiamo ad esempio al ruolo della Turchia nell'afflusso in Siria dei combattenti stranieri, con particolare riferimento all’Isis e ad al Nusra (al Qaeda), all’agenda iraniana sul versante della trattativa globale sul nucleare da un lato e su quello dell’antagonismo regionale anche in correlazione con le ambizioni della Russia di Putin; al disegno tattico-strategico delle monarchie del Golfo forse meno lineare delle apparenze; all’agenda egiziana e alle sue saldature con Israele da un lato e Arabia dall’altro; al diario disinvolto di Parigi e ben più incisivamente, all’agenda americana tra valori annunciati e real politik, tra disimpegno e riposizionamento delle sue alleanze regionali, anche le più storicamente consolidate.

Un humus fertile per i germi del terrorismo

Un gruppo di miliziani dell'Isis fotografati nel Nord dell'Iraq.

Su questo humus e sul suo strato più profondo e antico si sono del resto fertilizzati i germi del terrorismo di matrice islamica che ha scritto le pagine più inquietanti e insanguinate della storia attuale della regione, e che ne vede oggi la deriva perniciosa nelle sue due principali organizzazioni, al Qaeda e Isis, e nel nugolo di micro realtà estremiste che all’una o all’altra stanno facendo progressivamente riferimento.
Ben oltre lo scenario medio orientale, come dimostra l’attrazione di migliaia di combattenti stranieri dall’Occidente e il richiamo alla testimonianza della loro vocazione di fanatico riscatto e di distruzione rigeneratrice rivolta ai potenziali “lupi solitari”; tanto più temibili in quanto imprevedibili.
A ben vedere del resto, a questa realtà periferica e poco o nulla visibile è da addebitare l’eccidio di Parigi come quello di Copenaghen. Forse anche la strage del Bardo vi si deve ascrivere con la sua contorta quanto rozzamente sanguinaria dinamica.
L'UNIONE EUROPEA RESTA A GUARDARE. Di fronte a questo panorama disseminato di incognite e di minacce, l’assenza di ruolo dell’Unione europea poco sorprende ma preoccupa: intanto perché è frutto anche di corresponsabilità di alcuni suoi partner destinate a venire al pettine per tutta l’Unione; poi perché il suo non-ruolo sta creando un vuoto suscettibile di trascinarla al seguito del protagonismo coinvolgente di questo o quel suo partner, come è già avvenuto.
Perché accentua di fatto il suo tradizionale baricentro nord continentale e la spinta a rendere periferica l’area mediterranea. E perché in definitiva la rende subalterna al disegno strategico regionale di altri partner, regionali e internazionali.
Qual è il progetto europeo per la Siria e per l’Iraq tanto per fare due esempi? E come si colloca l’Europa di fronte alla condotta dell’Iran in Yemen che ha fatto precipitare l’intervento armato scatenato dall’Arabia saudita e da un ampio ventaglio di alleati regionali? Domande retoriche alle quali è difficile dare una risposta confortante.
LA RISPOSTA INCORAGGIANTE DELLA TUNISIA. Forse qualche vagito più positivo e costruttivo lo si sta osservando per la Tunisia e per la Libia, ma solo la riprova dei fatti prossimi ci dirà se dietro alle espressioni di solidarietà e di sostegno per la prima – bene ha fatto il ministro Paolo Gentiloni a recarsi (quasi) subito a Tunisi - sta maturando un passaggio di valenza strategica.
Così solo i prossimi giorni ci diranno se l’Unione si è compattata davvero dietro alla road map politica che sta seguendo il Rappresentante delle Nazioni Unite per evitare il precipizio in cui potrebbe scivolare la Libia.
Intanto prendiamo atto della risposta della piccola Tunisia alla strage che l’ha colpita: la risposta di un popolo che vuole difendere la sintesi tra valori occidentali e coerenza islamica per la cui affermazione ha attraversato una tormentata primavera.

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