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ESTERI 28 Marzo Mar 2015 0700 28 marzo 2015

Nigeria, le elezioni non salveranno il Paese

Il controverso Goodluck sfida l'ex dittatore Buhari. Sullo sfondo Boko Haram. Venti milioni di elettori esclusi al Nord. Gonfia il malcontento. Vince la paura.

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Una grande incognita e un bivio verso, o contro, la democrazia.
Il 28 marzo la Nigeria - Stato più popoloso e in crescita dell'Africa, almeno fino a prima della caduta del prezzo del petrolio - va alle elezioni presidenziali e legislative, rimandate dal 14 febbraio per respingere l'offensiva jihadista di Boko Haram.
Quattro anni fa, quando il capo di Stato uscente Jonathan Goodluck vinse, confermando il Peoples Democratic Party (Pdp) al potere dal 1999, in Nigeria esplosero scontri con oltre 1.000 morti, in un Paese con tensioni sociali ed economiche meno esasperate delle attuali.
15 ANNI DI MONOCOLORE PDP. Affossata la stagione dei militari, in 15 anni di monocolore Pdp, sotto l'alternanza di diversi presidenti, la Repubblica federale centro-africana ricca di petrolio ha attraversato una fase semi-democratica verso la stabilizzazione e la modernizzazione.
La dittatura era ufficialmente finita. Ogni quattro anni si tenevano le elezioni che, secondo il disegno Usa dello zoning, avrebbero dovuto ripartire il controllo politico ed economico della Nigeria tra le culture e i gruppi territoriali, allentando così l'accentramento di risorse e potere.
L'ESERCITO ATTACCA BOKO HARAM. Ma la povertà dilagante e la corruzione endemica non sono mai state combattute da un governo comunque al servizio delle multinazionali straniere, non della popolazione.
Fino all'avanzata, nel Nord-Est, della setta fondamentalista dei Boko Haram, cresciuta nel malcontento e nella miseria e colpita il 27 marzo, 24 ore prima delle elezioni, da un'operazione dell'esercito nigeriano, che ne ha distrutto i centri di comando, uccidendo «numerosi miliziani».

Goodluck contro Buhari: i sondaggi sono inattendibili

Quel che resta del mercato centrale di Maiduguri, in Nigeria, dopo l'attacco di due bambine kamikaze l'11 gennaio 2015.

Nessuna previsione dell'esito del voto è attendibile.
I sondaggi pre-elettorali, inaffidabili, indicano l'ex dittatore Muhammad Buhari, presidente della Nigeria tra il 1983 e il 1985, in testa come leader dell'All Progressives Congress (Apc), principale partito dell'opposizione.
Per le grancasse del governo, Goodluck andrebbe invece verso la riconferma, forte della controffensiva che, grazie al contributo degli eserciti confinanti e dei mercenari assoldati, avrebbe respinto l'escalation jihadista dei Boko Haram, portando il Paese alle urne.
14 MILA MORTI DAL 2009. Un quadro egualmente falsato. Alla vigilia del voto gli estremisti islamici, arrivati a controllare nel Nord musulmano un territorio grande quanto la Danimarca, hanno rapito 506, tra donne e bambine, nella città di Damasak, “liberata” di recente dalle truppe del Niger e del Ciad.
Sulla strada per lo stesso centro, 70 corpi erano stati rinvenuti sotto un ponte: gli ultimi due atti della setta che, nell'aprile del 2014, ha rapito oltre 300 liceali e compiuto stragi (oltre ai sequestri) di massa, come i 2 mila morti nella cittadina di Baga, nel medesimo Stato del Borno di Damasak, del 3 gennaio 2015.
Le efferatezze di Boko Haram sono di lunga data. Dal 2009, prima della Primavera araba e dell'Isis, il gruppo aveva provocato oltre 14 mila morti e 1 milione e 600 mila sfollati.
LE COLPE DEL PRESIDENTE. Ma anziché contrastarlo, il lassismo della presidenza di Goodluck - cristiano e votato soprattutto al Sud, lungo il delta del Niger dei giacimenti dov'è nato - lo ha radicato nel Nord a maggioranza islamica, la parte più povera del Paese.
I Boko Haram hanno umiliato l'esercito nigeriano, costretto ad assoldare mercenari pagati molto più dei soldati e a chiedere rinforzi a Camerun, Ciad e Nigeria.
Nel Nord-Est, la setta criminale dei jihadisti (fondata nel 2002 e per gli Usa legata ad al Qaeda) ha distrutto case, scuole e ospedali. Strade e campi sono stati minati, le caserme assaltate e, nei villaggi, la gente vive nell'incubo di nuove razzie.

Nord devastato da Boko Haram: 20 milioni di esclusi dal voto

Nigeria: le liceali rapite dal gruppo terroristico islamico Boko Haram riunite in preghiera.

A dispetto della propaganda, la guerra non è vinta.
Quasi 20 milioni, sui 70 milioni di aventi diritto, non sarebbero neanche riusciti a ritirare la tessera elettorale. E, per quanto alcuni leader di Boko Haram siano stati uccisi e qualche località (inclusa Baga) riconquistata, il governo non avrebbe in mano neanche il numero esatto tra sfollati e rifugiati scappati negli ultimi mesi. Impossibile che, come dichiarato, la maggioranza possa essere davvero rientrata nelle circoscrizioni per votare.
Nel Nord devastato, è probabile che la maggioranza dei consensi vada al 72enne Buhari, islamista pro sharia e apprezzato per la sua campagna anti-corruzione, anche tra la popolazione cristiana delusa dal Pdp, e addirittura riabilitato internazionalmente, da alcuni endorsement in Gran Bretagna e negli Usa, in vista di una sua possibile elezione.
IL PRESSING DEGLI USA. Vice-presidente della Nigeria dal 2007, il 57enne Goodluck ha puntato i piedi, candidandosi a un secondo mandato nonostante il pressing americano a lasciar spazio al candidato di un altro Stato federale.
Ertosi a paladino anti Boko Haram, in campagna ha incontrato il presidente egiziano Abdel Fatah al Sisi e ricevuto le lodi del segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon.
Ma la popolazione sa che le responsabilità della piaga jihadista sono anche del governo uscente e il calo dei prezzi del petrolio, principale fonte d'introiti del Paese, esaspera il malcontento.
SI VA VERSO IL TESTA A TESTA. In agenda, per il prossimo esecutivo, ci sono tagli alla spesa e alle sovvenzioni sulla benzina: chi vincerà sarà bersaglio di turbolente contestazioni.
Difficile che, in assenza di pesanti brogli, Goodluck e Buhari ottengano un'investitura netta: al Nord, il voto potrebbe risultare anche invalidato. Più verosimile una vittoria di misura di Goodluck, o addirittura un testa a testa. Dalle Legislative, uscirà quasi certamente un Parlamento misto. Un quadro molto precario, come il futuro della Nigeria.

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