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INTERVISTA 29 Marzo Mar 2015 0900 29 marzo 2015

Rosario Touriño: «Vi svelo l'Uruguay che verrà»

Mujica ha lasciato la presidenza. Ma non la scena politica. Al suo posto Vázquez. Più moderato. «L'ex leader lotterà per difendere le sue riforme». Touriño a L43.

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Noto come Pepe, è famoso in tutto il mondo per lo stile di vita austero e per l'animo battagliero.
Da marzo José Alberto Mujica, 80 anni da compiere, non è più il presidente dell'Uruguay, ma ha già fatto capire che non ha alcuna intenzione di sedersi di fronte a un caminetto e scrivere le sue memorie. Non se n’è andato, in realtà, ha dichiarato, sta «arrivando».
Al suo posto s'è insediato Tabaré Vázquez, già al potere dal 2005 al 2010, membro anche lui della coalizione di sinistra Frente Amplio, ma proveniente dal partito socialista (Mujica viene dal Movimento di partecipazione popolare, evoluzione del Movimento di liberazione nazionale dei guerriglieri Tupamaros, ndr).
«VÀZQUEZ PIÙ CAUTO, MA MUJICA NON È CASTRO...». E le differenze tra i due non si esauriscono qui. «Vázquez è molto più cauto nelle sue scelte, pur non essendo necessariamente un conservatore», spiega a Lettera43.it Rosario Touriño, 40enne responsabile della Politica per il settimanale di sinistra Brecha. «Al tempo stesso Mujica non deve esser visto come un leader radicale allo stesso livello di Chavez o Evo Morales. Sarà stato un guerrigliero Tupamaros, ma non è certo un Fidel Castro».
Il passaggio di consegne potrebbe così tramutarsi in un cambio di rotta a Montevideo, sia in politica interna (Vázquez non è grande sostenitore della riforma sulla cannabis, per esempio) sia in politica estera (si veda il riconoscimento dello Stato palestinese, cavallo di battaglia di Mujica ma non del nuovo presidente): «Quando Pepe dice che non se n'è andato», prosegue Touriño, «credo parli della sua intenzione di fare da contrappeso, insieme con il suo partito, a un’amministrazione decisamente più moderata».

Tabaré Vázquez e José Alberto Mujica. © Getty

DOMANDA. Mujica e Vázquez sembrano diversi anche nello stile. Cosa ne pensa?
RISPOSTA. Vero, ma bisogna andare al di là degli aspetti 'folkloristici' per i quali Mujica è noto in tutto il mondo e che riflettono comunque una visione frugale del potere e coscientemente anti-consumistica della società. E aggiungo subito che queste peculiarità di Mujica hanno scosso molto di più l’opinione pubblica all’estero che in Uruguay.
D. Cosa vuol dire?
R. Anche Vázquez vanta un certo tocco populista grazie al suo coinvolgimento nel calcio in qualità di presidente di Progreso, una squadra molto popolare di La Teja, il quartiere di Montevideo dove è nato.
D. Mujica è un agricoltore, mentre Vázquez è un oncologo con un suo avviato business medico. Possiamo dire che Pepe è più 'uomo del popolo'?
D. Sì, ma fino a un certo punto. Anche Vázquez ha origini umili, seppur urbane. Si è pagato gli studi andando a vendere vino porta a porta. È quello che i gringos chiamano un self-made man. Non si può dire che abbia meno appoggio popolare di Mujica: giunse alla presidenza con una forte spinta da parte delle masse, concludendo poi la presidenza con un alto livello di approvazione per il suo operato.
D. Qual è, a livello politico, la differenza sostanziale tra i due?
R. Prima di tutto, pur essendo nella stessa coalizione al potere, il Frente amplio, questi uomini vengono da due partiti diversi: il Mpp di Mujica è più radicale, più vicino al popolo, più movimentista del Partito socialista di Vázquez, che è invece più vicino alle imprese.
D. Nei fatti cosa significa?
R. Per esempio, il Partito socialista non si sarebbe mai sognato di avviare progetti come i Fondes (Fondo per lo sviluppo delle imprese autogestite, ndr) o il Plan Juntos (il programma di solidarietà per la creazione di case popolari, ndr).
D. Tutta qui la differenza?
R. Diciamo che Vázquez è molto più cauto nelle sue scelte, pur non essendo necessariamente un conservatore. Al tempo stesso Mujica non deve esser visto come un leader radicale allo stesso livello di Chavez o Evo Morales. Sarà stato un guerrigliero Tupamaros, ma non è certo un Fidel Castro.
D. Non è quindi un bolivarista?
R. No, se dovessimo trovare un analogia in America Latina potremmo accomunarlo a Lula del Brasile.
D. Le riforme introdotte da Mujica sono in pericolo con la nuova amministrazione?
R. Non necessariamente. Bisogna tenere a mente che il Mpp è maggioritario nell’ambito del Frente amplio e che ci sono altri gruppi di tradizione marxista che lo potrebbero sostenere, come la Lista 711, alla quale appartiene il vicepresidente e potrà anche contare su Raúl Sendic, figlio di un altro famoso guerrigliero.
D. Mujica dice che non se n’è andato, ma che in realtà sta «arrivando»: vuol dire che intende fare l’eminenza grigia dietro Vázquez?
R. Più che eminenza grigia, credo che voglia fare da contrappeso, insieme con il suo partito, a un’amministrazione decisamente più moderata.
D. L’Uruguay è il primo e unico Stato al mondo in cui la cannabis è diventata monopolio di Stato: Vázquez non sembra molto convinto.
R. Innanzitutto bisogna specificare che il progetto è stato approvato dal parlamento, ma non è ancora operativo. Il nuovo presidente vuole assicurarsi che funzioni. Mujica l’ha introdotto non perché sia di per sé favorevole all’uso della marijuana: ha dichiarato che per lui l’unica dipendenza giusta è nei confronti dell’amore.
D. Qual è l'atteggiamento del Paese sul tema?
R.
Nel complesso è molto conservatore sotto questo punto di vista. La legge è stata una cosciente mossa contro il narcotraffico, perché la marijuana verrà prodotta dallo Stato e venduta solo nelle farmacie.
D. E Vázquez di cosa ha paura?
R. Teme che possa esserci una controffensiva da parte dei narcotrafficanti e che possano verificarsi degli attacchi fisici alle farmacie.
D. Durante la presidenza di Pepe c'è stata opposizione alla sua politica di accoglienza dei prigionieri di Guantanamo e dei profughi siriani. Anche l'Uruguay ha problemi con i migranti come l'Europa?
R. La questione dei prigionieri di Guantanamo e dei siriani è stata più che altro una montatura mediatica di poca importanza reale. La maggior parte dei migranti vengono dall’America Centrale e del Sud, e non creano alcun vero problema.
D. Quali sono i veri poteri forti che si oppongono al progresso sociale del Paese?
R. L’Uruguay non è un Paese con una forte classe capitalista. Quella più conservatrice è rappresentata dai latifondisti e dagli agricoltori in generale. Per esempio, Mujica aveva proposto una legge per cui i grandi proprietari terrieri avrebbero dovuto pagare con una tassa speciale la riparazione del sistema stradale usato appunto per i trasporti del prodotto agricolo.
D. Che fine ha fatto?
R. La Corte costituzionale, molto conservatrice, l’ha bloccata.
D. Quindi bisogna aspettare che i membri della corte se ne vadano in pensione per progredire?
R. Temo proprio di sì.
D. Le riforme portate avanti da Mujica sono state accompagnate da una crescita della coscienza politica della popolazione?
R. Solo in parte. Mujica ha avuto molto successo grazie soprattutto al suo carisma, riuscendo a conquistare una certa parte dell’elettorato tradizionalmente di destra. Questo non vuol dire necessariamente che ci sia stata una profonda crescita delle coscienze.
D. Un tema decisivo per Vázquez resta il rapporto con gli Usa: che relazioni ci sono con Washington?
R. Tradizionalmente il nostro Paese si è sviluppato sotto una forte influenza anglofona. Prima l’Inghilterra, che era addirittura proprietaria delle ferrovie, e poi gli Stati Uniti della Dottrina Monroe. Con l’adesione al Mercosur (il mercato comune dell’America Latina, ndr) c’è stato un grosso passo avanti verso una maggiore indipendenza nei confronti degli Usa.
D. Per esempio?
R. Esistono importanti rapporti con la Cina e con la Russia. Comunque è il vicino Brasile il nostro maggior partner commerciale. E Mujica si è opposto a certe tendenze nell’ambito del Frente amplio che volevano l’Uruguay più come Stato associato che come Stato membro del Mercosur.
D. Il nuovo ministro degli Esteri non sembra essere sulla stessa lunghezza d’onda del Frente amplio sui rapporti con il Venezuela e il riconoscimento dello Stato palestinese, uno dei cavalli di battaglia di Muijica.
R. Anche in questo caso, come per ciò che riguarda la politica interna, è una questione di dialettica della coalizione governativa e quindi Mujica non esiterà a far sentire la sua voce, insieme con quella del suo partito.
D. Come vede la sinistra uruguyana gli esperimenti di Syriza e Podemos in Europa?
R. Sono senz’altro seguiti con grande attenzione dal mio settimanale e da certi settori del Frente amplio come modelli alternativi. In Uruguay non esiste un contesto di crisi come in Grecia e in Spagna, bensì di crescita. Grazie a questo il Frente amplio, nel suo complesso più centrista che socialista, guadagna ripetuti consensi elettorali.
D. Quindi da voi di cosa si parla?
R. La politica uruguyana si concentra nel suo dibattito più sulle personalità che sulla profondità dei programmi. Ma l’attuale modello economico, basato soprattutto sull’esportazione di beni a alto prezzo, potrebbe entrare in crisi e allora, in caso di sconfitta, il Frente amplio sarebbe costretto a ripensare la sua posizione centrista.
D. A quel punto Syiriza e Podemos potrebbero diventare dei modelli da seguire?
R. Personalmente continuerò a seguire gli esperimenti alternativi che vengono dall’Europa, ma credo sia anche molto importante che essi vengano applicati non nell’isolamento, ma in una prospettiva di vaste alleanze internazionaliste, altrimenti nel lungo termine rischiano di fallire.

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