Libia Dopoguerra Guerra 150327172501
CONFLITTO 30 Marzo Mar 2015 1200 30 marzo 2015

Libia, i negoziati non fermano la guerra

I due governi trattano in Marocco. Ma sul terreno continuano a combattersi. Intanto l'Isis colpisce entrambi. E Tobruk chiede l'intervento della Lega araba.

  • ...

L'ennesima promessa di accordo è saltata per la guerra tra le milizie che si contendono il potere e le molte risorse della Libia dall'uccisione di Muammar Gheddafi nel 2011.
I raid del governo esiliato di Tobruk - che il 29 marzo ha chiesto l'intervento della Lega araba «come in Yemen» - contro l'aeroporto di Tripoli (snodo strategico disputato da anni con i rivali islamisti che occupano capitale) e anche gli scontri tra le rispettive brigate (riesplosi mentre i loro delegati negoziavano) c'entrano poco con la guerra all'Isis.
I SINDACI LIBICI TRATTANO. Le trattative in Marocco, guidate dall'Onu, per un governo di unità nazionale non sono fittizie.
Una trentina di sindaci libici - gli esponenti dei comitati di liberazione della resistenza, sul campo, a Gheddafi - sono effettivamente volati a Bruxelles per discutere, insieme con l'Alto rappresentante della Politica estera Ue Federica Mogherini, del futuro di una Libia democratica.
L'ACCORDO SALTATO. «Entro il weekend», per l'inviato dell'Onu Bernardino Leon era ottimisticamente possibile un'intesa. Davanti alle spiagge marocchine di Skhirat, i libici avrebbero affrontato il nodo delle poltrone e «avviato un primo scambio di prigionieri».
Ma la questione libica è molto più complessa di un pugno di ministeri. Interessi e forze in ballo, anche esterni, rendono problematica una soluzione politica a breve.

Si tratta per un governo super partes, ma volano bombe

Bernardino Leon, inviato dell'Onu per la Libia.

Dovesse anche concretizzarsi l'esecutivo d'emergenza di Leon, con un «presidente del Consiglio super partes e un Consiglio di ministri indipendenti» (una sorta di governo tecnico), sarebbe continuamente sfidato dalle milizie.
Dalla morte di Gheddafi, in Libia il problema più grande è la diffusione di armi sul territorio e la mancanza di un esercito che realmente lo controlli.
I governi emanazione dei parlamenti liberamente eletti, nel 2012 e nel 2014, sono finiti sotto lo scacco di bande armate che presidiano porzioni del Paese e si contendono il petrolio e gli asset dell'ex regime.
LE MILIZIE CONTROLLANO I POLITICI. Tuttora sono l'ex generale golpista Khalifa Haftar e la brigata di Zintan ad avere in pugno il parlamento di Tobruk, non viceversa. Come le brigata di Misurata e le varie milizie di islamisti controllano i politici di Tripoli.
Tra i delegati e i loro vertici esistono inoltre, all'apparenza, preoccupanti divergenze di vedute. Le aperture in Marocco vengono infatti respinte dai leader centrali in Libia: quale credibilità dare anche agli interlocutori?
Leon è andato fiducioso a Tobruk, dove però il presidente del parlamento, Aqila Saleh, e il suo capo delle Forze armate Haftar si sono rifiutati di accoglierlo.
IL PRESSING ITALIANO. A suo tempo, come i capi di Tripoli, si rifiutarono anche di partecipare direttamente ai colloqui. Convincere i loro non meglio precisati «delegati» a partire è stata un'opera di moral suasion faticosa, riuscita soprattutto grazie agli sforzi della diplomazia italiana.
Stando ad alcuni media libici, a Tobruk il mediatore dell'Onu sarebbe stato ricevuto da una folla in protesta, prima di ripararsi nell'aeroporto militare con il vice presidente della Camera, Hamid Houma, e il ministro degli Esteri, Mohamed al Dary.

L'altolà dell'Onu ai raid di Tobruk su Tripoli

Il generale Khalifa Haftar.

Far andare d'accordo le oltre 140 tribù, con alleanze spesso mobili e senza strutture statali-amministrative solide, è una sfida in un dopoguerra per definizione turbolento.
In Libia ogni leader deve rispondere a una fetta d'elettorato e a precisi gruppi d'interesse.
Se non passa il governo di unità nazionale, le richieste di Tobruk - caduta dell'embargo delle armi e un governo misto del loro «unico parlamento legittimo» - saranno incompatibili con quelle degli avversari e in parte anche dell'Onu, che condanna i bombardamenti illegittimi di Haftar.
L'UNIONE CONTRO L'ISIS. Un altolà che riguarderà anche il premier italiano Matteo Renzi, schierato con l'asse di Tobruk e del presidente egiziano Abdel Fatah al Sisi.
In linea con i protettori egiziani, l'ex generale gheddafiano accomuna tutti gli islamisti di Misurata all'Isis, alimentando lo scontro.
Ma i morti contro l'Isis di entrambi gli schieramenti sono un punto di forza nei negoziati, come l'impegno dei sindaci libici a trattare. «Con loro è emersa la consapevolezza e la volontà di far ripartire un Paese ricco. Non c'è nessuna opzione militare, siamo a un punto di svolta», ha commentato Mogherini.
IL CALIFFATO GUADAGNA TERRENO. Ma se tra gli islamisti di Misurata e le forze di Tobruk continueranno a volare bombe e mortai, un esecutivo bipartisan non sarà credibile.
I negoziati vanno «avanti senza sosta, senza nessuna scadenza temporale», ha rilanciato Leon, mentre l'Isis si espande nei vuoti di potere.
Nell'ultima settimana i jihadisti del Califfato hanno ucciso cinque combattenti della 166esima brigata di Misurata a Sirte. E, a Bengasi, un kamikaze tunisino dell'Isis si è fatto esplodere colpendo a morte sei soldati di Haftar.

Articoli Correlati

Potresti esserti perso