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BASSA MAREA 31 Marzo Mar 2015 1244 31 marzo 2015

Iran, Arabia, Siria: gli Usa hanno perso la bussola

Questi Paesi sono alleati e avversari di Washington allo stesso tempo. Obama in Medio Oriente è in confusione. Rischia di perdere amicizie semisecolari nella regione. Senza farsene di nuove.

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Barack Obama.

Il vuoto non esiste in diplomazia e la diminuita volontà americana di restare l’ago della bilancia dal Mediterraneo Orientale allo stretto di Oman lascia un Medio Oriente in lotta per i nuovi assetti.
Arabia Saudita, Emirati, Egitto e persino Turchia non vogliono un Iran più egemonico, antica ambizione di Teheran. Washington punta tutto su un accordo diplomatico che accetta l’Iran in cambio di una sua rinuncia – per ora - all’arma nucleare, e crea così o dovrebbe creare in linguaggio obamiano una sorta di offshore balancing, un equilibrio dei poteri regionale al quale però ben pochi oltre alla Casa Bianca, e forse gli iraniani, sembrano credere.
Lo stesso establishment americano è spaccato, ben oltre la divisione tra Obama e il Congresso a maggioranza repubblicana, e gli uomini dell’intelligence sparano a zero.
IL 31 MARZO SCADONO I TERMINI PER L'ACCORDO. La sera del 31 marzo scade l’autoimposto ultimatum per giungere a un accordo a Losanna, sede della trattativa, dove insieme con il Segretario di Stato, John Kerry, ci sono i rappresentanti di Iran, Russia, Cina, Francia, Germania, Regno Unito e Ue.
In teoria l’accordo con Teheran poteva e potrebbe essere la mossa più brillante della diplomazia americana dopo la storica apertura di Richard Nixon (ed Henry Kissinger) alla Cina nel 1972. In pratica l’intesa sul nucleare iraniano potrebbe essere un disastro dove gli Stati Uniti perdono nella regione alleanze e amicizie più che semisecolari; non ne acquisiscono di nuove; e falliscono il tentativo di districarsi, di prendere qualche distanza almeno da un’area dove rappresentano da oltre 70 anni (l’incontro del febbraio ’44 tra Franklin Roosevelt e Ibn Saud nel canale di Suez) l’ago della bilancia strategica. E dove, se avviene il peggio, rischiano di venire prepotentemente richiamati, volenti o nolenti. Con l’Europa che non potrà tanto facilmente lavarsene le mani.
USA, ALLEATI E AVVERSARI ALLO STESSO TEMPO. Oggi gli Stati Uniti hanno in Medio Oriente vari fronti à la carte in un quadro così confuso e contraddittorio, così risucchiato in una mediorientale contorsione, da lasciare sgomenti.
Sono di fatto alleati in Yemen del fronte sunnita anti-iraniano guidato dall’alleato storico di Washington, l’Arabia Saudita, che combatte da metà marzo contro gli insorti filo-iraniani e finanziati da Teheran, e li bombarda.
In Siria sono nello stesso tempo alleati e avversari di Teheran: hanno una tacita intesa con l’Iran per combattere l’Isis sunnita, ma sono avversari dell’Iran che sostiene Hezbollah e il governo di Bashar al-Assad.

Peres: «L'Iran non ha rinunciato all'imperialismo»

Il presidente dell'Iran Hassan Rohani

Washington dice di voler abbattere Assad, ma con Assad poi trova intese, contro l’Isis naturalmente.
E in nome della lotta all’Isis sunnita Washington collabora con l’Iran e gli sciiti in Iraq, innervosendo i sauditi. Obama continua poi a sostenere Israele naturalmente, nonostante il gelo Obama-Netanyahu, ma sembra ignorare quanto sostiene l’ex presidente israeliano Shimon Peres a proposito dell’Iran, «l’unico Paese che nel XXI secolo non ha rinunciato all’imperialismo, e vuole dominare il Medio Oriente».
LE AMBIZIONI DI TEHERAN IN MEDIO ORIENTE. Lo ha ripetuto nei giorni scorsi anche il premier turco, il peculiare Recep Tayyip Erdogan, lo stesso che tempo fa gettò la pietra tombale sulle speranze della Primavera Araba che Obama sperava di avere ispirato ricordando che «vari esperti del Medio Oriente concordano nel sostenere che il Medio Oriente non è fatto per la democrazia».
Il primo aprile si saprà se l’accordo sul nucleare iraniano c’è o no. Ma in gioco non sono solo intese tecnico-industriali per allontanare la capacità iraniane di avere ordigni nucleari, offrendo in cambio una graduale riduzione delle sanzioni economiche, cosa per l’Italia assai interessante dati gli storici canali commerciali con l’Iran. In gioco c’è il ruolo dell’Iran nel Golfo, ruolo che per Obama può essere compatibile con un equilibrio utile a tutti. Mentre per tutti gli altri, dall’Arabia Saudita agli Emirati all’Egitto, da Israele alla stessa Turchia, un Iran che rinuncia alla sua storica ambizione di tornare a essere il padrone del Golfo, e in prospettiva dell’intero Medio Oriente, è pura fantasia.
FLYNN: «WASHINGTON IN CONFUSIONE». Prima ancora delle divisioni con i partner storici della regione, Israele per primo, ci sono le divisioni interne all’establishment americano. L’ultima, tagliente, quella dell’ex capo della Dia, l’intelligence militare, generale Michael Flynn, nominato da Obama nell’aprile 2012 e giubilato nell’agosto del 2014, lasciando in eredità una lunga intervista in cui definiva il nostro tempo «il più difficile da quando nazisti e imperialisti giapponesi volevano dominare il mondo» e dove metteva l’Iran sciita, insieme con gli estremisti islamici sunniti, tra i grandi avversari dell’Occidente.
Due giorni fa il generale Flynn è tornato alla carica. Ha parlato di una «incredibile confusione politica» a Washington sul Medio Oriente, di un Iran tutt’altro che affidabile, di linee politiche contraddittorie che «probabilmente creano confusione anche a molti nei nostri livelli governativi» e di una linea mediorientale della Casa Bianca dettata «quasi da una voluta ignoranza» dei fatti. Dal Dipartimento di Stato, in un’altra intervista, il portavoce Marie Harf ha fornito una involontaria risposta. «Beh, onestamente, non penso possiamo prevedere quello che succederà da quelle parti».

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