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DIPLOMATICAMENTE 2 Aprile Apr 2015 1948 02 aprile 2015

Iran, ha vinto il realismo: troppi interessi in gioco

Rohani vuole lo sdoganamento internazionale. Obama un successo di valore assoluto in politica estera. La rottura dei negoziati li avrebbe affossati entrambi.

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Il presidente dell'Iran Hassan Rohani

Doveva chiudersi il 31 marzo l’intesa quadro politica sulla quale lavorare per la stesura del vero e proprio testo di Accordo sul nucleare iraniano entro il 30 giugno prossimo.
Doveva perché così era stato deciso nella precedente tornata negoziale dell’autunno scorso che a sua volta era stata preceduta da un’altra fase che non aveva trovato sbocco conclusivo.
Doveva, ma così non è stato perchè anche questa scadenza era scivolata via lungo la traccia di ore e ore di incontri bilaterali e di gruppo, tra progressi conclamati e nodi ancora stretti.
Si era quindi deciso di fermare le lancette dell’orologio per 24 ore nell’aspettativa di trovare la quadra ma non era bastato. Se ne sono aggiunte altre 24 continuando a negoziare sul filo del rasoio di un fallimento che nessuno voleva, ma che ciascuno ha dimostrato di voler rischiare nell'intento di strappare qualche cosa in più o in meno nell'ultimo minuto utile.
UN FLOP? DISASTROSO. Tutti persuasi che si fosse fatta troppa strada in avanti per permettersi un flop suscettibile di risultare politicamente e diplomaticamente disastroso per tutti e, in particolare, per i due protagonisti della trattativa, gli Stati Uniti da un lato e l'Iran dall'altro.
Malgrado ciò mancava sempre qualche segmento per comporre la quadra tra la somma algebrica delle garanzie che si volevano ricevere da Teheran, tetragona nel rivendicare i suoi diritti di firmatario del Trattato di non proliferazione e nel difendere la sua buona fede circa il conclamato uso esclusivamente civile del suo programma nucleare, e le contropartite che si era disposti a concedere in termini di tempi e modalità di revoca delle sanzioni ex Nazioni Unite.
GLI INTERLOCUTORI TIRANO LA CORDA. Si è pertanto andati avanti nel confronto dialettico su un do ut des che ciascuna delle parti ha continuato a porre su un punto asimmetrico spendibile come vincente presso le rispettive opinioni pubbliche e i rispettivi partner e alleati. E in tale ottica gli uni e gli altri hanno continuato a promuovere le rispettive ambizioni anche al di fuori del Beau Rivage Palace di Losanna attraverso una sorta di negoziato parallelo condotto attraverso i mezzi di comunicazione e i governi di riferimento.
Con Russia e Iran protese ad esempio a mostrare ottimismo e la Casa Bianca a presentare il bicchiere ora mezzo vuoto ora mezzo pieno. Senza contare le partenze strumentali dei ministri, da Lavrov a Fabius.

Prima gli ultimatum, poi l'intesa: la rottura non conveniva a nessuno

La riunione di Losanna sul nucleare iraniano.

Poi, e siamo arrivati a giovedì, sono affiorate le dichiarazioni di tono ultimativo della delegazione americana, «pronta a lasciare se lo stallo prosegue», cinese, «se si fallisce adesso si perde tutto», iraniana. Tutte volte a restituire al mittente l’addebito delle responsabilità dell’eventuale fallimento.
ROHANI CERCA LA RIABILITAZIONE. Ma dietro al loro velo emergeva con ancora più forza la volontà di non abbandonare: comprensibilmente da parte di Teheran, che ormai intravvede un orizzonte di riscatto, di riconquista di una cittadinanza internazionale politica, ma anche economica e culturale, di una piena cittadinanza insomma accompagnata dal riconoscimento di uno status che sarebbe stato impensabile solo qualche anno addietro.
Non che questo la induca ad abbassare la bandiera dell’orgoglio nazionale né a strappare le radici della sua avversione politico-ideologica al grande Satana: l’opposizione interna è ancora troppo forte per essere ignorata. E poi c’è l'Ayatollah Khamenei, il decisore finale e abilissimo navigatore. Ma c’è quanto basta per giocare fino in fondo la partita a scacchi, in cui entra a piene mani anche il ruolo di primus inter pares nella regione.
OBAMA PUNTA AL DISIMPEGNO. Anche la posizione americana è piuttosto comprensibile. Obama ha assoluto bisogno di portare a casa un successo incontestabile che faccia un po’ giustizia della marea di critiche sulla sua linea di condotta in politica estera. E poter sostenere con dovizie di argomenti di aver contribuito a liberare il Medio Oriente dalla minaccia nucleare di un Paese come l’Iran: da qui la sua durezza negoziale.
Ma c’è dell’altro che spiega la sua tenacia ed è il fatto che, nell’ottica di Obama, Rohani può mutare il volto politico del Paese e costituire un tassello fondamentale dell’equilibrio strategico multipolare – sostanzialmente “autogestito” e condito con un relativo disimpegno americano - che vorrebbe far lievitare in Medio Oriente. Con tentennamenti, passi indietro, equilibrismi anche opachi, ma con una determinazione che lascia pochi margini al dubbio, come bene hanno compreso i suoi alleati storici dell'area, Israele e Arabia Saudita in testa. Ma anche Egitto e Turchia.

L'accordo? Una prova di realismo, buon viatico in vista di giugno

Barack Obama.

Intendiamoci, Obama continua a nutrire non poche ragioni di diffidenza e di riserbo nei confronti di Teheran, ma probabilmente avrebbe posto l'asticella meno in alto di quanto non abbia fatto se non avesse dovuto tener conto di un Congresso avverso a lui e all'Iran e delle rimostranze di tali alleati di cui ha comunque bisogno.
GLI INTERESSI DELL'ITALIA. Lo stesso dicasi a maggior ragione per gli altri negoziatori e quanti, come l'Italia, puntano alla normalizzazione dei rapporti, economici in primis, con l'Iran. Da cui sperano di trarre consistenti dividendi.
Penso pertanto che solo una dose letale di insensatezza avrebbe potuto far fallire quest’ennesimo esperimento negoziale.
Certamente da parte di Teheran, consapevole del fatto che il suo sdoganamento internazionale, promosso e sostenuto dagli Usa, rappresenta già di per sé un dividendo tutt’altro che trascurabile e che un’intesa definitiva sul nucleare sarebbe straordinariamente importante, dal punto di vista sia economico sia politico.
UN PLAUSO A MOGHERINI. Una somma di potere che comprensibilmente preoccupa gli altri Paesi dell’area, anche in relazione alla crepa di cui l’Iran è co-protagonista nel confronto egemonico politico-settario per la supremazia regionale che la oppone al fronte sunnita. Ma ci si doveva attendere anche dai 5+1, in primis gli Usa, una prova di realismo facilitato dal fatto di disporre di altri tre mesi per mettere a punto anche tecnicamente il testo finale dell’Accordo.
Penso che l’intesa raggiunta sia davvero il massimo possibile nell’interesse reciproco e costituisca un costruttivo viatico per il prossimo 30 giugno. In tutto questo merita un plauso il nostro Alto Rappresentante Mogherini che si è spesa molto e bene, a giudizio di tutti i partecipanti.

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