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MOTIVAZIONI 3 Aprile Apr 2015 2237 03 aprile 2015

Delitto Musy, Furchì aveva un complice

Per i giudici torinesi l'uomo aveva organizzato il delitto nei minimi dettagli. Ma non ha agito da solo.

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Francesco Furchì in Aula al processo per l'omicidio di Alberto Musy.

Ha studiato a tavolino l'agguato al consigliere comunale torinese Alberto Musy. Un'azione organizzata nei «minimi particolari», ma che non avrebbe potuto realizzare senza la presenza di un complice.
I giudici della Corte d'Assise di Torino hanno spiegato così la condanna all'ergastolo, con sei mesi di isolamento diurno, inflitta a Francesco Furchì. E hanno ribadito l'ipotesi, già avanzata dall'accusa, che il delitto sia stato commesso con l'aiuto di un'altra persona, rimasta al momento senza un volto e senza un nome.
CIRCOSTANZA VEROSIMILE. Anche per i giudici, dunque, la presenza di una seconda persona sul luogo del delitto, quella mattina del 21 maggio 2012 sotto l'abitazione di Musy, morto dopo 19 mesi di coma, è una circostanza «verosimile». A convincerli le ultime parole della vittima alla moglie, Angelica Corporandi d'Auvare. Quel «mi hanno seguito», al plurale, e «c'era un motorino».
Per i giudici di primo grado il motorino è il mezzo utilizzato dal complice dell'uomo col casco e con l'impermeabile, ovvero Furchì, che ha fatto fuoco contro il consigliere comunale dell'Udc. Le motivazioni della sentenza ripercorrono tutto l'iter processuale e accolgono in toto la linea del pm Roberto Furlan, secondo cui si è trattato di un omicidio premeditato con tre moventi.
ALL'ORIGINE DEL DELITTO UNA MANCATA RACCOMANDAZIONE. Musy non avrebbe aiutato Furchì nel raccomandare il figlio dell'ex ministro Salvo Andò nel concorso per una cattedra all'università di Palermo, nell'avere un posto di rilievo nelle liste a suo sostegno (era candidato sindaco per la coalizione di centro) nella campagna per le elezioni comunali 2011 e nella scalata alla società ferroviaria privata Arenaways.
Rancori che lo hanno spinto, hanno scritto nelle motivazioni della condanna all'ergastolo, a monitorare gli spostamenti della vittima per mesi. E, appunto, ad organizzare l'agguato nei dettagli, creando persino una sorta di «buio artificiale», con lo spegnimento del telefonino, mentre era in atto il trasloco di Magna Grecia, l'associazione che presiedeva.
«Si può combattere contro qualunque nemico tranne che contro il pregiudizio», è stata la replica dell'avvocato Giancarlo Pittelli, uno dei legali di Furchì. «Furchì doveva essere condannato e così è stato, a prescindere dalla prova della sua colpevolezza oltre ogni dubbio ragionevole».

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