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ASSE 4 Aprile Apr 2015 0645 04 aprile 2015

Jobs act, Landini combatte Renzi assieme ai giudici

Diritto al lavoro. Giustizia sociale. Difesa dei licenziati. Landini e i magistrati scoprono tante battaglie in comune. E si alleano contro la riforma di Poletti.

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Maurizio Landini.

La lotta al Jobs act non si fa semplicemente in parlamento e non passa soltanto per la piazza.
Maurizio Landini ha chiamato all’appello anche i magistrati, che avranno un ruolo fondamentale nell’applicazione delle nuove regole del lavoro.
A 24 ore dalla manifestazione di Roma, nel videomessaggio inviato al convegno di Magistratura democratica a Reggio Calabria il leader della Fiom non ha annunciato soltanto il lancio di un referendum contro il pacchetto Poletti.
PLATEA DELLE TOGHE SEDOTTA. Ha conquistato la platea soffermandosi sulla deriva giudiziaria del Paese e la presenza di «un governo che non ha una maggioranza» e la cosa «gli consente di avere mani completamente libere sul tema lotta alla corruzione».
Ha ricordato che «il vero problema dell’economia di questo Paese non sono le troppe tutele di cui gode il lavoratore, ma il fatto che la criminalità organizzata controlla interi settori dell’economia».
«UNITI PER IL DIRITTO AL LAVORO». Da qui la chiamata alle armi agli amici magistrati, partigiani come lui nella difesa dello Stato di diritto.
«Siamo in presenza», ha detto il leader delle tute blu, «di un attacco al diritto del lavoro e un attacco al ruolo della magistratura e alla sua indipendenza, che dovrebbe essere un caposaldo della nostra Costituzione. Per questo insieme di ragioni crediamo che ci sia molta strada da fare assieme, riteniamo che rimettere al centro la giustizia sociale vuol dire anche fare riemergere la necessità di diritti sociali: a partire dal diritto al lavoro, alla salute, alla casa».
Obiettivi che si possono ottenere «soltanto con una nuova fase di impegno collettivo».

Nel Jobs act conta il “fatto materiale” contestato dall'azienda

Matteo Renzi. Sullo sfondo Maurizio Landini.

Volente o nolente, a Landini sono bastate poche parole per mettere in crisi una delle fondamenta delle nuove norme del lavoro.
Il governo spera di riuscire a convincere le aziende ad assumere, sfruttando due leve: garantendo a chi applica il contratto a tutele crescenti tre incentivi diversi di natura economica (il taglio dell’Irap applicato al costo del lavoro, la totale decontribuzione per tre anni e un ulteriore incentivo se si pesca nella lista dei disoccupati iscritti a “Garanzia giovani”) e una maggiore flessibilità nei licenziamenti.
MAGISTRATI LIMITATI. Se già Elsa Fornero aveva posto dei tetti ai tempi del procedimento giudiziario e all’entità dei risarcimenti, Giuliano Poletti - nell’ottica di dare maggiore certezza ai datori di lavori - ha legato gli indennizzi all’anzianità aziendale e ha ristretto il ricorso al magistrato del lavoro soltanto nei casi dei licenziamenti discriminatori e ha indebolito quello per i “disciplinari”.
Nel Jobs act Poletti impone al magistrato di soffermarsi sul “fatto materiale” che viene contestato dal datore al lavoratore.
L’ingiusta causa e il reintegro scattano soltanto se si dimostra «l’insussistenza del fatto contestato».
CLEMENTI IN PASSATO. Per capire perché questa formula è dirompente, bisogna ricordare che in passato alcuni giudici si erano dimostrati clementi con impiegati scoperti a rubare, perché l’avevano fatto spinti dall’indigenza.
Riccardo Illy, patron dell’impero del caffè, ha raccontato ultimamente: «Conosco imprese che hanno visto i giudici costringerle a riassumere dipendenti che durante la malattia facevano paracadutismo. Perché secondo il giudice quell’attività faceva bene alla salute!». Questa almeno la versione degli imprenditori.

Md: «La giurisdizione non è intralcio alla libertà dell'impresa»

Il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti.

Vero o falso che sia il problema della clemenza dei giudici, l’obiettivo del governo resta quello di imporre ai magistrati un’applicazione molto restrittiva delle nuove norme.
Proposito di difficile realizzazione nel nostro ordinamento, dove vige il libero convincimento del giudice.
E tanto basta per capire che è centrale in questa vicenda il ruolo dei tribunali del Lavoro.
NEL 2012 FORNERO CRITICATA. Magistratura democratica - al di là della forte esposizione mediatica - è una delle tante correnti della magistratura e neppure quella maggioritaria.
Nel 2012, quando Elsa Fornero fece la prima riforma che depotenziò l’articolo 18, Md uscì con una nota molto critica.
Due suoi iscritti, i giudici del lavoro Carla Ponterio e Roberto Riverso, scrissero: «Per andare incontro alle esigenze e richieste del mondo imprenditoriale, la riforma Monti trasforma il diritto al lavoro in un indennizzo, un costo che le aziende potranno preventivare e monetizzare».
Per concludere che «tutto questo possa conciliarsi con l’articolo 41 comma 2 della Costituzione e, prima ancora, con il lavoro come fondamento della Repubblica democratica, con la dignità del lavoro e dei lavoratori, sembra davvero impossibile».
PIÙ MORBIDI SUL JOBS ACT. Sul Jobs Act invece Magistratura democratica è stata più diplomatica.
Ma dal convegno di Reggio Calabria la segretaria Anna Canepa ha mandato un chiaro messaggio al governo, lamentando «facili slogan» come quello per il quale «il giudice non deve più entrare in fabbrica» oppure l’altro secondo cui «il controllo giurisdizionale sui licenziamenti sia il motivo della crisi dell’industria nazionale perché tiene lontani gli investimenti stranieri. È stato facile fare passare la rappresentazione della giurisdizione come un intralcio alla libertà dell'impresa».

L'interpretazione non può essere restrittiva

Un operaio al lavoro.

Ma sarebbe fuorviante ridurre tutta la questione a motivazioni ideologiche tra toghe rosse e un governo liberale.
Su Questione giustizia, rivista vicina a Md, Roberto Riverso, giudice del tribunale di Ravenna, ha spiegato che la norma, così com’è stata scritta da Poletti, non può avere un’interpretazione restrittiva come vuole il governo.
Soffermandosi proprio sul tentativo di giudicare soltanto il “fatto materiale”, ricorda che il problema si era posto già con la legge Fornero.
«TEORIA INSOSTENIBILE». Riverso scrive: «L’ingiustizia sostanziale della teoria del fatto materiale, oltre che la sua insostenibilità sul piano esegetico - posto che la norma parla di insussistenza del fatto “contestato” (comprensivo quindi anche di altri elementi non materiali) - aveva giocoforza finito per riportare all’interno della stessa tutela reintegratoria tutti i casi in cui il fatto neppure avesse rilevanza disciplinare, o non fosse imputabile al lavoratore, o non fosse assistito dall’elemento soggettivo contestato o dalla volontarietà della condotta, o fosse privo di antigiuridicità in quanto giustificato».
VALORI NON COSTITUZIONALI. Guardando alle nuove norme, Riverso nota anche nel Jobs Act la presenza di «formule esoteriche impiegate dal decreto; lontane anni luce dalla scala dei valori costituzionali e da una concezione del diritto rispondente a canoni di normale giustizia».
Gli effetti sperati dal governo finiranno per scontrarsi con una «serie ragioni di razionalità e di giustizia che derivano dall’impianto laburistico della nostra Carta Costituzionale. Toccherà perciò agli interpreti adoprarsi per superare almeno le più perniciose conseguenze insite nella nuova disciplina delineata nel decreto attuativo del Jobs Act, e per riportare all’interno della tutela reintegratoria anche fattispecie che di certo non riguardano il fatto materiale (come l’irrilevanza in iure del fatto, la carenza dell’elemento soggettivo, il fatto scriminato, o soggetto a forza maggiore)».
«LA NORMA SAREBBE SOSPETTA». Poletti e le aziende dovranno farsene una ragione.
Ed «è inevitabile», scrive Riverso, «che questo accada. Anche perché il legislatore non può accordare la reintegra solo per la mancanza del fatto materiale e non accordarla (arbitrariamente) per mancanza dell’elemento soggettivo, dell’antigiuridicità e della rilevanza disciplinare della condotta. Non può farlo perché la norma sarebbe gravemente sospetta sul piano costituzionale. Una volta mantenuta la diversità di tutele, la distinzione tra l’una e l’altra deve passare attraverso un criterio equo e razionale, che non pare essere integrato dalla sola mancanza di un fatto materiale».

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