ESTERI 8 Aprile Apr 2015 1930 08 aprile 2015

Il clan Le Pen, intrighi tra politica e vita privata

Amori, tradimenti, lotte intestine: tra Marine e Jean Marie adesso è rottura (ft). Lei e il compagno cacciano il padre. Che minaccia la morte del Front national.

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È stato «l'uomo della sua vita», lo ha ammesso lei stessa. Da quando una mattina la sorella maggiore Yann si presentò all'uscita da scuola e le disse «La mamma è partita, ha preso tutte le sue cose», Marine Le Pen ha avuto solo lui: il padre Jean Marie, cuore nero di Francia, che l'ha allevata, educata alla politica e scelta come erede.
Era il 10 ottobre del 1984 e l'attuale leader dell'estrema destra d'Oltralpe aveva 16 anni. «Per un anno e mezzo vomitai ogni giorno», ha raccontato poi. Fu l'inizio della sua nuova vita con il papà nella villa di Montretout, 5 mila ettari di terreno nei dintorni di Parigi, dove Marine ha vissuto fino a settembre 2014 con i tre figli avuti dal primo marito, con le due sorelle, reduci come lei da matrimoni sfortunati, e persino con la madre tornata pentita e attirata dal patrimonio di famiglia. Un clan parentale e politico, da sempre abituato a dilaniarsi in pubblico.
MARINE RINNEGA IL PADRE. La lite dell'8 aprile, l'ennesima di una lunga serie da quando Marine ha preso il timone del partito, ha segnato la rottura definitiva della vera coppia di famiglia: Marine divorzia anche da papà Le Pen. Lui continua ad avere le stesse posizioni di sempre. E in un'intervista al magazine di estrema destra Rivarol ha difeso il maresciallo Pétain, a capo del regime collaborazionista di Vichy.
E lei, che negli ultimi tre anni ha cambiato radicalmente l'immagine del Front national – «normalizzazione» la chiamano i sostenitori del padre, «marinismo» il gruppo dirigente della figlia –, non ci sta. «Vuole solo nuocermi», ha replicato, prima chiudendo alla candidatura del patriarca come presidente della Provenza-Alpi-Costa Azzurra alle prossime regionali, e poi dando il via a un procedimento disciplinare nei suoi confronti.
A luglio 2014, in un 'occasione simile - lui aveva proposto un'«infornata» per il cantante ebreo Patrick Bruel e lei era sbottata -, Jean Marie aveva commentato placido: «Vuole uccidermi, tagliare il cordone ombelicale, ma non sono ancora morto».
JEAN MARIE ISOLATO DALLA DIRIGENZA. Ma la figlia prediletta, pian piano, lo ha sostituito con nuovi uomini sulle poltrone che contano.
Louis Aliot, compagno della Le Pen, ex capo di gabinetto del padre e ora vicepresidente del Front, ha sposato la tesi della normalizzazione e ha portato nelle sale dei bottoni anche Gilbert Collard, ex avvocato della mamma di Marine nella causa di divorzio. E Florian Philippot, il numero due del partito, ha definito il capostipite del clan Le Pen ormai «ininfluente».
Jean Marie, di suo, risponde come Gesù all'ultima cena: «Quelli che tradiscono sono sempre i tuoi».

Marine Le Pen, figlia senza madre e «schizofrenica» col padre

Marine Le Pen.

Gli anni in cui le figlie facevano muro attorno al padre, difendendolo con lettere sui giornali dalle accuse di quella mamma che le aveva abbandonate per scappare con l'amante ed era finita a cercare celebrità nuda sulle copertine di Play Boy, sono lontani.
Allora Pierrette Lalanne accusava pubblicamente l'ex marito di proibire alle ragazze di guardare la serie Olocausto sulla Shoah: «E pensare che sono state 'iniziate' da dei circoncisi», sibilò maligna in un'intervista al Globe. Per 15 anni tra lei e Marine fu il silenzio.
GLI INIZI DA AVVOCATO, POI LA CHIAMATA. «Non ha mai avuto una madre, è fantastico», disse una volta di lei un dirigente del Front. Le sorelle maggiori Marie Caroline e Yann, rispettivamente di otto e cinque anni più grandi, uscirono di casa e la lasciarono col papà. Marine non avrebbe voluto seguire la strada del capofamiglia, convinta che l'impegno in politica aveva portato guai.
Quando aveva otto anni una bomba aveva fatto saltare in aria l'appartamento in cui viveva la famiglia a Parigi. Nessun ferito, nessuna pista sugli autori dell'attentato, ma un segno indelebile nella memoria della bambina. Marine, di suo, avrebbe voluto fare l'avvocato. E aveva anche iniziato a esercitare la professione, ma al richiamo del padre senza eredi non ha saputo resistere. Fin dal 2002, il patriarca aveva accarezzato l'idea di mettere al suo posto una delle sue donne. Rischiando di non potersi presentare dopo aver aggredito una candidata socialista, aveva solleticato l'idea di candidare la compagna Jany. Poi quando ha deciso di ritirarsi, nel 2011, è stato il turno di Marine.
LA FEMMINILIZZAZIONE DELLA LEADERSHIP. Dicono che una volta passato il testimone alla figlia, Jean Marie si divertisse a fare finta di dormire o a giocare con la barba ogni volta che lei durante una riunione diceva qualcosa su cui lui non era d'accordo.
La stessa Marine dichiarò al Nouvel Observateur di essere ormai «schizofrenica», sempre in bilico tra il rapporto con il papà privato e il Le Pen pubblico. Rapporto complicato, il loro. «Vive tra l'ammirazione e il mimetismo, e allo stesso tempo non lo sopporta più», ha raccontato a Les Inrockuptibles, uno dei membri dell'ufficio esecutivo del partito.
Politicamente, però, sembrava funzionare. La figlia era capace di gestire i media e la comunicazione molto meglio del padre. Piaceva. Non solo. Secondo tutte le ricerche, la femminilizzazione della leadership era riuscita ad addolcire il profilo dell'estrema destra francese. Marine, che già dal 1997 si era occupata del programma femminile del partito (contro l'aborto, per un sostegno alle madri che rimangono a casa a curare i figli) poteva cambiare la direzione del movimento fondato dal papà 40 anni prima.

Dall'ex capo di gabinetto al genero: i 'traditori' del patriarca

Marine Le Pen con il compagno Louis Aliot in una delle poche foto che li ritraggono in intimità.

L'idea della dédiabolisation, tradotto letteralmente la 'dediavolizzazione', cioè l'idea di spogliare il Front dall'etichetta di movimento fascista e antisemita, di renderlo in qualche modo presentabile nell'agone democratico, è nata negli Anni 2000 all'interno dell'ala giovanile del partito. Ma sempre in famiglia.
L'uomo che ha pensato per primo di rottamare il Front è Samuel Maréchal, l'ex marito della sorella maggiore di Marine, Yann, anche lei dirigente del partito. E tra i rottamatori c'erano Marine e il suo attuale compagno Aliot. I due per una buona manciata di anni hanno tenuto la loro storia segreta. Lui intanto ha scalato le posizioni del partito, è diventato capo gabinetto di papà e lo ha lasciato per diventare il compagno ufficiale e l'assistente all'europarlamento della figlia, una volta che lei è diventata la numero uno del Front.
LA SVOLTA DELLE PRESIDENZIALI 2012. La vera svolta politica, però, è arrivata nella campagna presidenziale del 2012. Allora Marine provò a sostituire il suo brand a quello del padre. Via il nero fascista da palchi e comizi, dentro il blu 'Marine'. E a dirigere la strategia della campagna Philippot, suo protetto, tra i più acerrimi nemici del padre Jean Marie, e da poco rivelatosi omosessuale. Aliot aprì le porte anche all'avvocato della mamma di Marine, tornata all'ovile e diventata addirittura la baby sitter dei nipoti.
Il debordante Jean Marie capì l'antifona: la sua creatura, in tutti i sensi, gli stava scappando di mano. Anche se i fondi, quelli che oggi Marine domanda a Vladimir Putin con il cappello in mano, venivano ancora tutti dalle sue tasche, dall'associazione Cotelec dove tiene il suo tesoretto. Da allora le critiche del padre padrone alla nuova gestione non si sono più arrestate, riemergendo come un fiume carsico a ogni intervista.
LE PEN SENIOR PENSA A MARION. La figlia promuoveva i suoi avversari interni e chiamava come consigliere culturale il fondatore del movimento Gay Lib Sébastien Chenu? Lui spiegava che le camere a gas sono «un dettaglio della storia». Che lui non è un uomo che «cambia idea o che striscia». E che Marine sbaglia a «cercare l'approvazione, la benevolenza del sistema politico mediatico». Appendice: «Il Front deve restare differente». A chi lo criticava, la maggioranza dentro l'attuale gruppo dirigente, diceva di essere «pagato per esprimere la sua opinione». Jean Marie, è il messaggio, non si tira indietro. Piuttosto manda avanti qualcun altro, ovviamente della famiglia.
In Adieu Le Pen, documentario sul lato privato del passaggio di testimone politico tra padre e figlia, si vede il fondatore del Front che consiglia a Marine di andare a fare dei corsi di dizione, lo si ascolta mentre dice che la figlia è già «marinata» e lo si vede ridere soddisfatto pensando al lancio in politica della nipote oggi deputata, Marion Maréchal, figlia (abbandonata) di quel primo rottamatore. Il padre, insomma, si era già messo alle spalle la figlia. La figlia ha fatto altrettanto con lui. E il giorno giusto per tagliare il cordone che li unisce è arrivato.

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