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DIPLOMATICAMENTE 9 Aprile Apr 2015 1039 09 aprile 2015

Iran, l'accordo finale è ancora lontano

Dal Congresso Usa a Israele: gli ostacoli da superare sono molti e insidiosi. Per Obama non sarà facile. 

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Il presidente dell'Iran, Hassan Rohani.

Se il buon giorno si vede dal mattino, come recita l’adagio, dobbiamo aspettarci che i tre mesi che separano l’intesa raggiunta il 2 aprile scorso sul nucleare iraniano dalla sua traduzione nell’Accordo finale previsto per il 30 giugno prossimo saranno più laboriosi ancora di quelli vissuti in quest’ultima tornata negoziale e in quelle che l’hanno preceduta dal 2013 in avanti.
Mi riferisco alla rabbiosa reazione di Netanyahu, che sulla scia del discorso pronunciato al Congresso americano il 3 marzo scorso, non solo non intende abbassare i toni della polemica nei riguardi della linea di condotta dell’amministrazione Obama, ma anzi non fa mistero di voler puntare a far saltare quell’accordo, a suo giudizio sbagliato e pernicioso.
L'accento sulla necessità che l’accordo includa la rinuncia formale dell’Iran alla «distruzione di Israele» lo certifica eloquentemente; e fa comprendere chiaramente come egli voglia lavorare sul Congresso americano per mettere i bastoni fra le ruote al percorso strategico che Obama sta cercando di disegnare a livello regionale e globale e che ha in quest’accordo una tappa di fondamentale importanza.
LE TENSIONI TEHERAN-RIAD. Mi riferisco anche alla reazione del re saudita Salman che ben diversamente da Netanyahu è stata nel segno della positività nella misura in cui possa contribuire alla stabilità e alla pace in Medio Oriente. Ciò cui evidentemente non crede ma che sottolinea per misurare preventivamente tutta la distanza che separa i termini dell’intesa di Losanna così come valorizzati da Obama da quelle che sono a suo giudizio le reali ambizioni egemoniche iraniane rispecchiate anche dalla lettura che il presidente Rohani e il ministro degli Esteri Zarif hanno dato di tali termini ad uso e consumo della propria opinione pubblica.
E di certo la brutale progressione politico-militare degli Houthi in Yemen che Riad addebita alla strategia regionale anti-sunnita di Teheran e l’ha spinta a scatenare la forte reazione bellica inter-araba ancora in corso, non ha favorito una diversa interpretazione.
IL BRACCIO DI FERRO CONTINUA. Mi riferisco altresì all’indeterminatezza in cui sono stati lasciati alcuni passaggi cruciali dell’intesa proprio per riuscire a porre un punto finale a una trattativa in cui nessuno dei due principali interlocutori, gli Stati Uniti e l’Iran, voleva dare all’altro un vantaggio da poter capitalizzare in sede di Accordo finale a giugno: dalla latitudine del potere ispettivo sul territorio iraniano alla progressione temporale e di merito della liberazione di Teheran dalle sanzioni, ai missili balistici, eccetera. Indeterminatezza destinata a offrire spazio d’intervento a quanti da una parte e dall’altra vorranno forzare il braccio di ferro tra i 5+1 e l’Iran nei prossimi tre mesi.
Mentre i suoi compagni di viaggio si chiudevano in un comprensibile riserbo, Obama ha compreso che non si poteva permettere di lasciar montare l’offensiva degli avversari interni ed esterni della tanto sofferta intesa di Losanna, realisticamente intitolata «Parametri per un comprensivo piano d’azione congiunto riguardante il programma nucleare iraniano della Repubblica islamica dell’Iran».
LE RUGGINI TRA BIBI E OBAMA. Ha respinto con decisione il virulento attacco di Netanyahu e si è affrettato a invitare a colloquio a Camp David i suoi storici alleati del Golfo dopo aver strappato la già ricordata dichiarazione “costruttiva” del re saudita Salman.
Poi ha concesso una lunga intervista nella quale, senza cercare di sminuire la portata dei passaggi che ancora occorre superare per giungere all’Accordo del 30 marzo, ha messo a fuoco le ragioni della validità strategica dell’intesa raggiunta a Losanna, la migliore opzione che si poteva scegliere e quella gravata dalle minori incognite, ha ribadito.

Le rassicurazioni rivolte da Washington agli alleati storici

Il presidente degli Usa, Barack Obama.

Tra i diversi aspetti che meritano sottolineatura, in tale contesto, vi è la scontata valorizzazione dell’imbracatura messa in opera per impedire a Teheran – cui non concede il beneficio della buona fede - di avere la capacità di dotarsi dell’arma nucleare e le forme di rappresaglia previste in caso di suoi tentativi di violazione dell’accordo.
Vi si trovano altrettanto scontate rassicurazioni rivolte ai suoi alleati storici, a Israele in primis, cui si ribadisce la specialità del vincolo, ma anche ai Paesi del Golfo.
LA MIGLIORE OPZIONE POSSIBILE. Vi si associa poi un monito/appello rivolto alla dirigenza politica e al popolo iraniano in generale, col quale Obama vuole porre in risalto come questo Paese abbia in sé tutti i fondamentali necessari per conquistare centralità di ruolo nella regione, per aprirsi al mondo e fruire dei benefici del ritorno alla piena cittadinanza anche economica internazionale, senza dover ricorrere all’arma nucleare piuttosto che alla retorica dell’antisemitismo e all’aggressività settaria anti-sunnita, senza alimentare guerre per procura e puntare ad armarsi oltre la soglia delle sue necessità di difesa.
Vi si trova la convinzione che l’accordo costituisca la migliore delle opzioni disponibili anche nell’ipotesi in cui dovesse risultare che la dirigenza attuale dell’Iran non è dissimile da quelle precedenti, come sostiene Netanyahu. Perché consentirebbe, secondo Obama, un controllo delle sue attività nucleari a tutto campo e dunque di intervenire secondo necessità. E poi porrebbe gli Usa e i suoi amici e alleati dell’area in posizione di maggior forza per ridurre e auspicabilmente fermare le azioni destabilizzanti, anche in chiave di sponsorizzazione di organizzazioni terroristiche, in cui Teheran è impegnata.
I PAESI ARABI CHIEDONO GARANZIE. Vi si trova anche la convinzione che i Paesi sunniti e arabi possano e debbano fare di più per combattere il terrorismo nella regione e al loro interno e per affrontare i crescenti motivi di disagio delle loro società.
E che Israele debba essere persuasa che la sua sicurezza non è affatto a rischio.
Ma né l’uno né gli altri, singolarmente alleati nella contrapposizione all’Iran, sembrano disposti a condividere la partita di Obama senza un piatto di garanzie ben più ricco di quello che il presidente americano intende o è in grado di offrire al momento.
IL CONGRESSO NON INDIETREGGIA. Teheran potrebbe contribuire, ma al momento sembra più incline ad appuntarsi al petto anche il ruolo di principale partner regionale anti-Califfato, l’altra grande priorità globale di Obama. Nella speranza che la crepa politico/settaria sciita-sunnita le porti dividendi e si infittisca lo scontro intra sunnita.
Il Congresso da parte sua non intende fare sconti. Neppure a un presidente che ha condiviso con un gruppo significativo di Paesi (Consiglio di sicurezza e Germania) la costruzione di un inedito modello pacifico anti-proliferazione nucleare, suscettibile di replica.

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