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POLITICA 10 Aprile Apr 2015 1830 10 aprile 2015

Bossi, la nuova vita del padre della Lega Nord

Bacchetta Salvini. E parla con Mattarella. Le mosse del Senatùr irritano il giovane leader.

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Umberto Bossi durante la votazione per il presidente della Repubblica.

Completo nero di Canali, lo stilista da sempre preferito, e camicia di un lieve celeste. Ma il segreto è tutto nella cravatta: nera a pois di un verde smeraldo. Austera, ma originale. Molto british, tuttavia con tocco vivace. «È inglese», confida nel Transatlantico di Montecitorio, un po’ divertito a Lettera43.it Umberto Bossi, appena tornato dal Quirinale, nella tarda mattinata di giovedì 9 aprile.
Lui, il gran «Capo» padano (qualsiasi sia il segretario della Lega Nord, in Via Bellerio continuano sempre a chiamarlo così) ha appena incontrato il capo dello Stato, Sergio Mattarella.
STRAPPO AL PROTOCOLLO. Potrebbe sembrare normale. Ma in realtà suona come uno strappo al protocollo leghista della nuova era lepenista di Matteo Salvini che si rifiutò di incontrare il presidente della Repubblica, mandando una delegazione parlamentare al suo posto con un commento tranciante: «Cosa dovevo andare a fare da Mattarella? A chiedergli il numero del parrucchiere?».
SCONTRI COL QUIRINALE. Bossi, in realtà, negli anni d’oro, quando era il dominus assoluto, i capi dello Stato li ha trattati anche peggio. E però certe sue frasi, anche irripetibili, come per esempio su Oscar Luigi Scalfaro, generavano più che indignazione una sana risata. Lui era quell’uomo della strada autentico che fece dire, in conversazioni private, al predecessore di Mattarella, il presidente emerito Giorgio Napolitano, «questo Bossi è un vero popolano, lo voglio conoscere…».
«SELVATICO E GENIALE». Chissà che il presidente Mattarella ora non abbia detto a se stesso la stessa cosa. La curiosità e il rispetto per il politico «selvatico e geniale», come lo ha definito Salvatore Merlo su Il Foglio, in un recente ritratto di Senatùr in un interno leghista molto cambiato dai tempi della Padania e del federalismo, è ormai una costante dei Palazzi del potere romano.
COLLOQUI CON RENZI. Iniziò Matteo Renzi, nel giorno dell’insediamento del suo governo poco più di un anno fa. Bossi intervenne, quasi a sorpresa, con quella sua voce rauca e resa claudicante dalla malattia, ma sempre efficace, per difendere il diritto dei lavoratori a tenere in azienda il Tfr. Il premier come un razzo gli spedì un biglietto: «Grazie, Senatùr, parliamone». E lui, il gran «Capo» padano, umilmente si recò al banco del governo per conferire con il giovane presidente.

Il discorso d'insediamento di Mattarella? «Piatto come una tavola da stiro»

Una foto d'archivio di Bossi.

Ora che anche Mattarella, il cui discorso di insediamento il presidente e fondatore della Lega Nord definì in privato «piatto come una tavola da stiro», lo abbia voluto conoscere è certamente una notizia.
Bossi a Lettera43.it, attenendosi al rigido protocollo quirinalizio, non svela il colloquio, ma dice che è stato lui a «voler conoscere il modo di pensare» di quel capo dello Stato che non aveva mai incontrato a tu per tu in via sua. E che secondo i suoi vecchi canoni sarebbe «un democristianone».
«BUONA IMPRESSIONE». Si limita, infatti, a dire: «Il colloquio è stato buono. Il presidente mi ha fatto un ottima impressione». È, però, un fatto che l’incontro sia avvenuto esattamente il giorno dopo la sparata di Salvini contro i campi rom che vanno «rasi al suolo» con «sei mesi di preavviso». Bossi all’agenzia Askanews ha garbatamente dissentito con il leader del Carroccio dicendo: «Ma gli zingari (definizione usata dal numero uno leghista, ndr) poi nessuno li prende in casa in affitto, quindi dovrebbero andare sotto i ponti». Stoccata finale: «Salvini è giovane». Sottinteso: e non è quel Bossi che ha sempre retto la Lega sull’eterna altalena del partito di lotta e di governo, che urlava minacciando il rischio dei «300 mila bergamaschi armati», e quindi la secessione, ma per evitare ciò proponeva come soluzione il federalismo.
FERREA RESISTENZA. Colpito nel fisico dalla malattia, che però ne ha fatto un’icona, scalfito tre anni fa dalla notte delle scope sfoderate dai «barbari sognanti» di Roberto Maroni, Bossi alla fine ha resistito. E ha come sferrato un pugno, uno dei suoi potentissimi dati con la mano destra sulla quale ha riversato tutta la forza di quella sinistra offesa, per uscire da quel suo manifesto che il giovane leader leghista tiene in camera insieme con quello del campione milanista Franco Baresi. Il difensore si è ritirato, Bossi no. Dispensa saggi consigli soprattutto nei momenti più difficili. Consigli non sempre ascoltati. Proprio lui che ne ha espulsi a bizzeffe dalla Lega, ma sempre gente forte - tipo la presidente della Camera, Irene Pivetti - a Salvini ha inutilmente detto su Tosi: «Non si caccia mai la gente in campagna elettorale». Per Bossi andava buttato fuori prima e non a ridosso delle elezioni regionali.
NO SOSTEGNO A TOSI. Ora che Alessandra Moretti, la candidata del Partito democratico, è, secondo i sondaggi, incollata al governatore ricandidato, il radicatissimo Luca Zaia, fioriscono anche quelle per il Senatùr sono leggende metropolitane e cioè che lui starebbe aiutando Tosi.
Bossi con Lettera43.it smentisce decisamente: «Cavolate, roba che mette in giro Tosi, io sarò in Veneto a fare campagna elettorale al fianco di Zaia». E Salvini avrà gran bisogno della saggezza del vecchio Senatùr per vincere quella per lui è un po’ la partita della vita.
LEADERSHIP A RISCHIO. Se perde in Veneto, il giorno dopo in Via Bellerio sarà rimessa in discussione la sua leadership. Quel giorno gli ex barbari sognanti di un Maroni, da tempo silente sulle vicende leghiste, impegnato solo nel suo ruolo di governatore, lo schivo e potente Giancarlo Giorgetti, una sorta di Gianni Letta padano, e naturalmente, lui il gran «Capo» padano ricevuto dal capo dello Stato, diranno la loro. E nella Lega di solito giusto o sbagliato, non ci si perde mai più di tanto in chiacchiere. Lo stesso Bossi lo sa bene.

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