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RIVALITÀ 10 Aprile Apr 2015 1025 10 aprile 2015

Ue, si inasprisce lo scontro tra Merkel e Juncker

Prima l'idillio, ora il braccio di ferro: dagli eurobond ai poteri della Commissione. Jean-Claude e Angela alla resa dei conti sulla Grecia. Che può stravolgere l'Ue.

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da Berlino

Angela Merkel e Alexis Tsipras.

Il grande gioco europeo corre sulla tratta Bruxelles-Berlino. Anche la gestione contingente della crisi greca, il modo in cui rapportarsi con il nuovo governo di Alexis Tsipras, è finito nel calderone dello scontro, ormai neppure troppo sotterraneo, fra le due capitali.
Meglio, fra l'uomo e la donna che queste due capitali incarnano dal punto di vista politico: Jean-Claude Juncker e Angela Merkel.
Sono i poteri forti del cristianesimo-democratico europeo, colonna portante del popolarismo continentale, anche se ne interpretano due visioni differenti, anche dal punto di vista generazionale. Più tradizionale e solidaristica quella di Juncker, che fu a lungo premier del Lussemburgo e poi capo dell'Eurogruppo durante la fase più acuta della crisi dell'euro, più meritocratica e autonomista quella di Merkel, che anche per motivi storico-geografici non ha vissuto l'educazione sentimentale europeista dei tedeschi dell'Ovest.
QUANDO JUNCKER DIFENDEVA MERKEL. L'uomo su cui misurare l'inconciliabilità dell'idea Europa dei due attori contemporanei è l'ex cancelliere tedesco Helmut Kohl con la sua visione imprescindibile di una Germania europea, più che di un'Europa tedesca. Per Juncker è ancora oggi un mito e un punto di riferimento, dal quale invece Merkel si è progressivamente distaccata, tanto da ricevere negli ultimi anni le critiche più feroci proprio dal suo vecchio mentore.
Eppure c'è stato un tempo in cui i due andavano d'accordo. Erano gli anni a cavallo fra il 2006 e 2007, la cancelliera appena fresca di mandato doveva fronteggiare l'irruenza anti-tedesca dei vicini gemelli polacchi Kaczynski e Juncker scese in sua difesa con una lunga intervista al quotidiano berlinese Tagesspiegel, dichiarando ormai fuoriluogo i vecchi stereotipi e che «i tedeschi erano diventati i vicini migliori che uno potesse sperare di avere».
LE PRIME CREPE SUGLI AIUTI AD ATENE. Tempi lontani. Le prime crepe arrivarono proprio durante la gestione della prima fase della crisi finanziaria europea, quando la Germania indugiò e ritardò gli interventi di aiuto alla Grecia, permettendo che il focolaio esplodesse e minacciasse le altre economie in affanno del Sud Europa. Juncker iniziò a criticare la cocciutaggine di Berlino, poi la mancanza di solidarietà, mentre nei vertici europei le divergenze con i tedeschi sfociavano spesso in scontri.
Fu anche per questo motivo che la sua candidatura alla guida delle liste del Ppe alle elezioni europee del 2014 fu osteggiata fino all'ultimo dalla cancelliera. Durante la campagna elettorale, in Germania i suoi manifesti elettorali vennero appesi con il contagocce, surclassati da quelli del suo avversario socialdemocratico, il tedesco Martin Schulz.

La madre di tutte le battaglie: i poteri della Commissione

Il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker.

A chi glielo faceva notare, rispondeva con il suo tedesco arrotondato dalle gentilezze lussemburghesi: «Credo che la mia faccia sia ben conosciuta in Germania, mi occupo di contenuti non di manifesti». E i contenuti erano musica diversa rispetto a quella che si ascoltava in Germania: «Riconnettere il Nord e il Sud dell'Europa, non lesinare sulle politiche sociali che non sono un'esclusiva dei socialisti».
Anche sugli eurobond il futuro presidente della Commissione europea era meno rigido: «In tempi brevi non sono immaginabili, ma rappresentano uno strumento finanziario ideale per un'Europa futura, coordinata nelle politiche fiscali».
E infine il vero punto di contrasto con Berlino: «Bisogna rafforzare il ruolo e i poteri della Commissione, da cui devono giungere più impulsi e idee e che deve dotarsi degli strumenti per metterle in pratica».
Il solco con Merkel è diventato incolmabile perché, come ha poi rilevato più volte lo Spiegel nei mesi successivi, «la divisione è nelle fondamenta del progetto europeo del futuro».
BRACCIO DI FERRO ALLO SHOWDOWN. Da un lato il tentativo di Juncker di riportare il baricentro delle decisioni europee a Bruxelles, dentro il perimetro delle istituzioni europee, in un gioco più aperto e democraticamente legittimato fra parlamento e Commissione, la prima un'assemblea continentale, la seconda un vero e proprio governo europeo. Dall'altro l'idea di Europa della cancelliera, novella de Gaulle, un'Europa delle nazioni dove sono i governi a tenere il filo delle scelte e i cordoni della borsa.
I segnali che il braccio di ferro stia arrivando allo showdown sono numerosi. Vanno dalle scelte degli uomini chiave nominati per gestire i dossier più scottanti alle manifestazioni plateali negli incontri pubblici. E la Grecia è sempre nel mezzo, il terreno eletto del confronto. A Berlino non è passata inosservata la nomina qualche tempo fa del greco Margaritis Schinas, giurista di Salonicco, come portavoce della Commissione, così come gli ampi sorrisi e le generose pacche sulle spalle che Juncker ha riservato al nuovo premier Tsipras davanti alle telecamere.
BERLINO VUOLE EVITARE L'ISOLAMENTO. E poi c'è il gioco di sponda con gli altri vertici di Bruxelles, dal presidente del parlamento Schulz (che in quanto tedesco deve diplomaticamente mantenere gli equilibri con Berlino) al presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, alleato di ferro della Merkel quando era capo del governo polacco e ora sempre più insofferente alle sue pressioni.
E per evitare l'isolamento in cui il governo tedesco rischia di rinchiudersi, Merkel stringe le file dei suoi alleati, quelli di sempre (olandesi e finlandesi) e quelli di nuovo conio, i Paesi dell'Est che, dopo i sacrifici fatti per entrare nella moneta unica, non ne vogliono sapere di pagare i debiti di Atene.
In ballo il destino dell'Europa sull'onda della crisi: un passo in avanti verso una vera unione politica o la definitiva consacrazione del metodo intergovernativo.

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