Premier Iracheno Haider 140908235920
DIPLOMATICAMENTE 15 Aprile Apr 2015 1704 15 aprile 2015

Isis, al Abadi da Obama: un test pure verso l'Iran

L'America vuole che l'azione anti-Califfato sia diretta attraverso l'Iraq, non da Teheran.

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Il premier iracheno Haider al Abadi.

Molta acqua è passata sotto i ponti dalla visita del Segretario di Stato John Kerry a Baghdad nel settembre del 2014.
Allora nasceva la grande coalizione internazionale guidata da Washington sulla scia dei primi 150 attacchi portati contro l’Isis nel Nord iracheno.
Allora Haider al Abadi, succeduto al nefasto al Maliki, inaugurava il suo governo che si auspicava, anzi si voleva (almeno da parte americana) segnasse una decisa svolta in termini di effettiva inclusività della componente sunnita e di normalizzazione dei rapporti con quella curda.
C'ERANO SOLO I PESHMERGA. Le forze del Califfato spadroneggiavano e seminavano il terrore. Solo i peshmerga sembravano in grado di contrapporvisi mentre si manifestava in tutta la sua debolezza l’apparato militare iracheno, settariamente frammentato, disarticolato e reso del tutto inefficiente principalmente a causa di una devastante corruzione.
E ciò malgrado i miliardi di dollari investiti in addestramento e armamento da parte americana fino a quattro anni prima.
Da allora a oggi il panorama iracheno è decisamente peggiorato in termini umanitari e materiali.
TERRENO RICONQUISTATO ALL'ISIS. È per contro migliorato in chiave militare secondo il Pentagono che proprio in questi giorni ha valutato in un 25/30% il terreno riconquistato all’Isis.
Migliorato ma non di molto: intanto perché si tratta di un dato che non trova un riscontro indiscutibile e che lo stesso Pentagono definisce ancora lontano dal determinare un deciso punto di svolta nell’andamento della controffensiva della coalizione internazionale.
Poi perché in quest’azione si sono pesantemente inserite le milizie sciite sostenute da parte iraniana e invise dalle tribù sunnite tanto e forse di più delle forze del Califfato.

Preoccupante conferma nella “riconquista” di Tikrit

Iraq: miliziani jihadisti a Tikrit, città natale di Saddam Hussein.

Se ne è avuta clamorosa e preoccupante conferma nella “riconquista” di Tikrit, la più importante di questi ultimi mesi, nella quale quelle milizie hanno avuto non solo un ruolo determinate, ma hanno anzi agito in apparente autonomia dal governo di Baghdad forse nella presunzione che si sarebbe comunque ripetuto quel collateralismo piuttosto opaco con l’azione dell’aviazione americana.
Collateralismo che Haider al Abadi non aveva affatto disdegnato e nel quale confidava, in nome del forte vincolo che lo lega a Teheran e nella contestuale consapevolezza della indispensabilità dell’appoggio della coalizione internazionale.
In particolare di quello americano, vistosamente accresciuto sia in termini di armamenti sia di truppe (oltre 3 mila unità) formalmente destinate all’addestramento che di intelligence.
ISIS ALL'ANGOLO? MACCHÉ. Ma l’Isis sembra tutt’altro che all’angolo vista la nuova e articolata offensiva condotta su più fronti iracheni e, in particolare, sul perimetro della raffineria di Baiji, la più importante del Paese e nella provincia di Anbar. Per non parlare della sua avanzata in Siria.
Da allora a oggi ben magri sono stati inoltre i risultati ottenuti da Haider Abadi sul versante di quell’inclusività che da parte americana era stata ed è giudicata, giustamente, una delle chiavi di volta per il superamento della frattura settaria del Paese, ma che è stato reso ancora più impervio dall’intervento delle milizie sciite.
Tutto ciò nel contesto di un’inquietante condizione finanziaria: con un bilancio in deficit di oltre 20 miliardi, un'imponente necessità di ricostruzione, un’assoluta emergenza umanitaria e verosimilmente un impellente bisogno di armamenti.
ATTESO UN AIUTO AMERICANO. Non stupisce che l’annuncio della prima visita ufficiale di Haider al Abbadi a Washington sia stata accompagnata da parte irachena, e non solo, dall’aspettativa di una generosa risposta americana all’immane fabbisogno di Baghdad.
In termini politici naturalmente, ma anche economici e militari. E il sapere che Obama lo avrebbe ricevuto nella sala ovale aveva alimentato tale aspettativa.
Anche Teheran manifestava un forte interesse in proposito: ne vedeva i riflessi in chiave di convergenza anti-Califfato e di sostanziale avallo della sua influenza sul governo di quel Paese.

Un test anche verso Teheran

Il presidente iraniano Hassan Rohani nel sito nucleare di Bushehr.

Insomma un test per misurare indirettamente la temperatura dell’atteggiamento di Washington verso Teheran dopo la ruvida lettura dell’intesa di Losanna sul nucleare iraniano data dall’Ayatollah Kamenei e dallo stesso Rohani.
Chi queste aspettative sono andate deluse.
Obama infatti non è andato oltre l’offerta, comunque generosa, di 200 milioni di dollari di aiuti umanitari, significando come l’accresciuto sforzo americano stia producendo crescenti risultati positivi in termini di equipaggiamento e di addestramento, quasi a sottolineare come non si ravvisasse la necessità di incrementarlo ulteriormente.
Tanto più alla luce del già ricordato 25/30% di terreno riconquistato all’Isis secondo le valutazioni del Pentagono, puntualmente riprese dal presidente americano.
FRUSTRAZIONE IRACHENA. Ufficialmente al Abadi non avrebbe avanzato specifiche richieste, ma dalla sua delegazione è risultata decisamente percettibile la frustrazione per la mancata disponibilità americana ad allargare i cordoni della borsa in termini sia di contributi finanziari sia di fornitura di armamenti (droni, elicotteri, munizioni) per continuare a combattere il Califfato.
E se da un lato al Abadi ha esternato apprezzamento per il sostegno ricevuto a tale scopo, è significativo dall’altro, il suo «vogliamo vedere di più», evidentemente riferito non solo ai risultati dell’offensiva anti-Isis, ma anche alle condizioni di sostegno reputate necessarie per ottenerli. Ma Obama non ci ha voluto sentire.
IMBARAZZO AMERICANO. Il crescente ruolo delle milizie sciite, e dunque anche di Teheran, in Iraq che al Abadi non sembra intenzionato o in grado di contenere, lo hanno messo in una posizione di imbarazzo tanto più marcata in quanto venutasi a creare alla vigilia dell’incontro di Camp David voluto da Obama per tranquillizzare le monarchie del Golfo in merito ai seguiti dell’intesa di Losanna sul nucleare iraniano. E dopo le ricordate dichiarazioni iraniane.
Il richiamo del presidente americano all’importanza che le azioni anti-Califfato siano dirette e comunque coordinate «attraverso l’Iraq» - e non eterodirette da Teheran - è stata una chiara indicazione di rotta per al Abadi, sollecitato del resto anche a fare di più e di meglio sia in chiave militare che in termini politici e di rapporto con le tribù sunnite.
Al Abadi ha certo compreso il monito, ma non gli sarà facile adeguarvisi. Ci vorrà tutta la sua abilità manovriera per barcamenarsi tra Teheran e Washington.
E a breve con Mosca, dove andrà in visita ufficiale. Gli sarà certo più facile il confronto con i vertici del Fmi e della Banca mondiale previsti a chiusura della sua visita in terra americana.

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