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DOCUMENTO 15 Aprile Apr 2015 0917 15 aprile 2015

Ue senza difese: le lobby spadroneggiano

Solo sette Paesi hanno norme ad hoc. Cipro e Ungheria i peggiori. Poi c'è l'Italia. Transparency International: «Quadro preoccupante, così dilaga la corruzione».

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da Bruxelles

Un'attività di lobbying trasparente è alla base della democrazia, ma quella opaca costituisce uno dei principali rischi di corruzione.
A dirlo è Transparency International, organizzazione non governativa che dal 1993 ha fatto della lotta a questo fenomeno la sua missione principale. E quando nel 2013 il suo Barometro globale di percezione della corruzione ha rivelato che oltre la metà dei cittadini europei pensava che il governo del proprio Paese fosse in gran parte o interamente gestito da pochi interessi particolari, ha deciso di verificare la notizia. «Per capire quanto questa sensazione fosse reale, da marzo ad agosto 2014 abbiamo fatto una ricerca intervistando politici, lobbisti ed esperti», spiega a Lettera43.it Daniel Freund, responsabile europeo dell'ufficio politico di Transparency international.
RISULTATI PREOCCUPANTI. I risultati sono stati presentati in anteprima il 15 aprile a Bruxelles (leggi il documento), la capitale dell'Unione europea e anche delle lobby. Nel rapporto dal titolo «Lobbying in Europe: Hidden Influence, Privileged Access» viene per la prima volta analizzato e comparato il sistema delle lobby in 19 Paesi dell’Ue.
E quello che è emerso «è preoccupante», dicono i ricercatori di Transparency International, soprattutto perché i tentativi fatti finora per promuovere una maggiore trasparenza e standard etici di lobbying sono stati frammentari e inefficaci. La maggior parte dell'influenza esercitata sulla politica rimane infatti nascosta e informale; ci sono gravi conflitti di interessi in gioco; e alcuni gruppi godono di un accesso privilegiato verso chi sta nella stanza dei bottoni.

Trasparenza Ue: Slovenia prima della lista, Italia terzultima

L'Italia attende da tempo una legge sulle lobby.

Se si fa un confronto con gli standard internazionali e le migliori pratiche di lobbying, l'Europa non fa certo una bella figura: i 19 Paesi e le tre istituzioni dell'Ue (Commissione, Parlamento e Consiglio) prese in esame raggiungono un punteggio complessivo di appena il 31% per quanto riguarda la capacità di promozione della trasparenza, l'integrità e la parità di accesso all'attività di lobbying.
La stragrande maggioranza dei Paesi europei non hanno una regolazione completa per questa attività né un sistema per registrare sistematicamente i contatti tra lobbisti e politici.
Dei 19 Stati esaminati, solo sette hanno leggi o regolamenti specifici sulle attività di regolazione di lobbying: Austria, Francia, Irlanda, Lituania, Polonia, Slovenia e Regno Unito.
Molte delle norme che esistono in Europa sono però «difettose o non idonee allo scopo».
BENE ANCHE LA LITUANIA. Solo la Slovenia ha un punteggio superiore al 50% per quanto riguarda la gestione trasparente, grazie a un regolamento dedicato e a norme precise che impongono ai funzionari pubblici di riferire i contatti avuti con i lobbisti. «Così tra i Paesi Ue è la prima della lista: un risultato che non ci aspettavamo», spiega Freund, «dovuto al fatto che la Slovenia, come anche la Lituania, hanno cercato di porre rimedio agli scandali di corruzione registrati negli ultimi nei loro governi».
Tuttavia, anche il sistema sloveno non è perfetto, visto che solo i lobbisti professionisti sono tenuti a registrarsi e questo permette a una vasta gamma di attori che cercano di influenzare le politiche pubbliche di agire nell'anonimato.
I PEGGIORI? CIPRO E UNGHERIA. Ma sono comunque pochi rispetto a quelli che invece operano indisturbati nei grandi Paesi Ue: in Francia, Germania, Italia e Spagna, e in misura minore anche nel Regno Unito, la regolamentazione è infatti «insufficiente».
I peggiori della lista sono Cipro e Ungheria, racconta Freund. A Nicosia un dibattito sul fenomeno è praticamente inesistente. I due Paesi sono in fondo alla classifica con appena il 14% di punteggio che è ancora più basso quando si tratta di trasparenza e di accesso alle informazioni. «E al terzultimo posto c'è l'Italia». Tutti Paesi accomunati da un fattore: la crisi. Dal rapporto emerge infatti che la maggioranza dei Paesi al centro della recessione - Cipro, Spagna, Italia e Portogallo - hanno, insieme con l'Ungheria, il livello più basso di trasparenza.
Per quanto poi il Regno Unito abbia cercato di migliorare la sua situazione, il Lobbying Act 2014, è stato descritto come «vistosamente inadeguato» e «volutamente evasivo». L'associazione dei consulenti politici professionisti Uk ha stimato che il registro cattura solo circa l'1% di coloro che si impegnano in attività di lobbying.
POCHI DICONO DI FARE LOBBY. Il Regno Unito, la Polonia e anche l'Irlanda nei loro regolamenti non richiedono inoltre alcuna informazione finanziaria dei lobbisti. Nel 2013, solo 25 attori sono stati registrati per aver fatto lobby nel parlamento polacco: 20 imprenditori, quattro individui e un'organizzazione non governativa. Niente a che vedere con l'accuratezza delle informazioni richieste dalla Slovenia, dove però uno dei principali ostacoli all'uso pubblico dei dati è che sono rilasciati su un foglio Excel su base mensile, «e le informazioni fornite solo in formato pdf sono di scarsa utilità per coloro che desiderano analizzare i dati», osservano i ricercatori dell'Ong.
Ad avere un codice etico per i lobbisti è solo l'Austria, ma quello obbligatorio l'ha di recente adottato l'Irlanda: il Lobbying Act (2015). Gli altri Paesi hanno solo una serie di linee guida facoltative, limitate a particolari associazioni di categoria.

Dall'Estonia alla Francia: le proposte restano sulla carta

Il presidente della Francia, François Hollande.

Ma non sono solo i lobbisti che cercano di incontrare il singolo politico a dover essere monitorati.
I gruppi di esperti, advisory group che spesso svolgono un'attività di consulenza all'interno del settore pubblico, agiscono spesso senza alcun controllo.
«Solo il Portogallo ha creato un requisito legale per cercare di ottenere una composizione equilibrata di questi gruppi, che nella maggior parte dei Paesi svolgono operazioni poco trasparenti al mondo esterno», si legge nel rapporto.
Ma per fortuna, osservano gli analisti, un numero crescente di Paesi, tra cui Estonia, Francia, Italia e Lituania, stanno segnalando la volontà di affrontare il problema, attraverso la formulazione di diverse proposte. Che per ora però sono ancora solo sulla carta.
INCONTRI A PARTITE DI CALCIO. A essere sul campo sono invece i lobbisti, di cui Transparency International ha cercato di disegnare un profilo, a partire da cosa fanno, come si muovono, come si avvicinano ai politici.
In Ungheria per esempio sono numerose le aziende a caccia di opportunità per incontrare i membri del governo. Tra le tattiche raccontate durante le interviste c'è quella di «partecipare a viaggi di affari fatti dai membri del governo», oltre che a «partite di calcio, pur non avendo il lobbista alcun interesse sportivo».
In Irlanda, le Camere del parlamento sono il luogo centrale per fare lobbying. Diversi gruppi di interesse intervistati hanno detto che abitualmente si posizionano in vari luoghi in giro per la Leinster House, compreso il bancone del bar Dáil, al fine avvicinare i politici che vanno a bere il caffè.
E IN AEROPORTO. In Italia, invece, è il salone di attesa del club esclusivo di Alitalia all'aeroporto di Linate a Milano uno dei punti dove i lobbisti fanno network. Il momento di attesa per il volo Milano-Roma è noto per essere un momento strategico nel quale i lobbisti si incontrano con i politici.
Ma queste sono solo piccole note di colore, che possono servire al massimo a farsi un'idea. A causa della mancanza di meccanismi di segnalazione obbligatoria a livello Ue e nella maggior parte degli Stati membri, «è impossibile conoscere la reale portata delle attività di lobbying e soprattutto la quantità di denaro speso per metterla in atto».
Settori come quello farmaceutico, finanza, telecomunicazioni ed energia sono dominanti. Nel primo, stando ai dati 'ufficiali', vengo spesi 40 milioni di euro per attività di lobbying, mentre altre stime più realistiche indicano 91 milioni.
NETWORK DI FAMIGLIA. Molta dell'attività di lobbying in Europa è comunque difficilmente monitorabile perché avviene al di fuori canali formali ed è invisibile agli occhi del pubblico.
In alcuni Stati come l'Irlanda, il Portogallo o l'Ungheria, questa influenza è profondamente intrecciata a livello familiare, o è legata a interessi di classe o aziendali, che «danno vita a una cultura di patronato e di élite insulari». E quindi ancora più difficile da riconoscere.
Soprattutto nei Paesi medio piccoli, il modello di lobbying è legato alle reti familiari, sociali e di classe. «Elite che in tali contesti sono inevitabilmente affiatate e questo permette di creare una cultura di patronato e di influenza informale».
I contesti sono sviariati: ricevimenti, campi da golf, aeroporti, bar, parlamenti, stadi di calcio e corse di cavalli. Luoghi descritti come «l'anticamera del lobbying», perché gli incontri in questi posti, anche se brevi e poco intensi, permettono di instaurare una prima comunicazione, che spesso poi si traduce in un'influenza.

Il canale primario per fare lobbying? Gli studi legali

L'esterno del Palazzo Berlaymont, sede della Commissione Ue.

E chi si ascolta di più se non il proprio avvocato? In Paesi come come il Portogallo e l'Estonia, questa professione è il canale primario per fare lobbying.
Negli ultimi anni, la presenza a Bruxelles di grandi studi legali europei e statunitensi - che svolgono attività di lobbying presso le istituzioni europee per conto di clienti aziendali - è stata notata e denunciata da tutti i watchdog. Anche perchè, per quanto numerosi, gli avvocati sono la categoria più riluttante a definirsi lobbista e sostengono che i requisiti di trasparenza non dovrebbero applicarsi a loro a causa del diritto alla riservatezza del cliente. Impossibile quindi identificarli.
Delle circa 7 mila organizzazioni iscritte nel Registro per la trasparenza volontaria dell'Ue, solo 88 sono studi legali. Che spesso rappresentano società finanziarie. È infatti quella dei lobbisti finanziari a essere considerata tra le più potenti in Europa.
Un recente rapporto di Corporate Europe Observatory (Ceo) ha stimato che il settore finanziario spende 120 milioni di euro all'anno in attività di lobbying a Bruxelles e impiega più di 1.700 persone.
PORTOGALLO: FINANZA AL POTERE. In Portogallo, degli ultimi 19 ministri delle Finanze, 14 avevano precedentemente lavorato in banche o istituti finanziari.
I banchieri sono anche la categoria professionale più rappresentata nel gabinetto, hanno occupato il 54% delle posizioni di governo a partire dalla creazione dello Stato democratico. Inoltre 230 membri del parlamento hanno occupato 382 posizioni in istituzioni finanziarie prima o dopo aver svolto un ruolo di governo.
Un fenomeno quello delle revolving doors, il passaggio da un ruolo politico a quello di lobbista, che ancora deve essere regolamentato in molti Paesi. «Un grande problema in Europa», racconta Freund, «si tratta di un modello indiretto di corruzione, perché anche se spesso non c'è un immediato scambio di denaro, magari avviene dopo. e comunque al politico che va a lavorare per la lobby anche solo l'offerta di un lavoro, di una posizione, e non solo di denaro può rappresentare un pericolo di corruttela».
Dal 1986, tutti i capi della Banca centrale portoghese sono andati a lavorare nel settore finanziario, la cui influenza sulle decisioni politiche è percepita come ampia e comune, scrivono nel rapporto gli analisti.
LA POLEMICA IN SPAGNA. Anche in Spagna gravi preoccupazioni sono state sollevate sul fenomeno delle revolving doors, e il Gruppo di Stati contro la Corruzione (Greco) del Consiglio d'Europa ha parlato di «una grave minaccia per la credibilità delle istituzioni della nazione». Tra gli esempi citati nel rapporto c'è l'ex presidente Felipe González, che è diventato un membro del Consiglio di Gas Natural Fenosa; José María Aznar, assunto come consulente esterno di Endesa (la più grande società di servizi in Spagna) e membro del Consiglio di amministrazione di altre cinque multinazionali, nonchè consulente del vice presidente della Kpmg e presidente della stessa in Spagna.
Anche nei Paesi Bassi, la porta girevole oscilla liberamente. Un esempio è quello di Jack de Vries, ex segretario del ministero della Difesa, ai tempi sostenitore dell'acquisto dell'aereo Joint Strike Fighter (Jsf), severamente contestato a causa dei costi elevati. De Vries si è dimesso dal suo servizio pubblico nel 2010, ma nel 2011 è entrato a far parte della Hill e Knowlton, agenzia di comunicazione e di consulenza, che ha rappresentato anche il settore aereo olandese e sostenuto l'acquisto Jsf.

Bruxelles, seconda solo a Washington per numero di lobbisti

Il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker.

Un fenomeno ben noto a Bruxelles, dove sono numerosi i politici e funzionari della Commissione che dopo aver lasciato l'esecutivo europeo sono andati a lavorare per società di consulenza e lobby direttamente collegate agli interessi dell'istituzione. Così come anche gli europalramentari. Dopo Washington, infatti, Bruxelles ha la più alta densità dei lobbisti di tutto il mondo. E le tre principali istituzioni dell'Ue sono i principali obiettivi di lobbying.
Nella valutazione del sistema di regolamentazione capace di garantire la trasparenza, l'integrità e la parità di accesso, il punteggio medio è appena del 36%. La Commissione da sola fa meglio con il 53%, mentre il Parlamento ha ottenuto il 37% e il Consiglio un magro 19%.
Dal 2011, c'è il Registro europeo per la trasparenza, ma è volontario e vi hanno aderito solo Commissione e Parlamento. Il monitoraggio del registro inoltre è considerato «debole» e le sanzioni per abuso «dovrebbero essere più efficaci».
CAMPAGNE PERSONALI DEI DEPUTATI. A Bruxelles, un numero crescente di deputati stanno conducendo una campagna personale sulla trasparenza pubblicando diari sugli incontri fatti con i lobbisti. Tra questi il rapporto cita Michèle Rivasi, Reinhard Buetikofer, Heidi Hautala e Richard Corbett.
Degna di nota è la recente prassi dell'europarlamentare Julia Reda, relatore per la revisione della direttiva 2001 Ue del Copyright, che ha pubblicato una relazione di responsabilità con un elenco dettagliato e l'analisi di tutte le riunioni di lobbying richieste e fatte durante il suo lavoro da europarlamentare.
Un tentativo per far sentire i cittadini più informati e vicini alle istituzioni europee, «perché solo cercando di essere più trasparenti si potrà finalmente smettere di parlare di Bruxelles come di una Eurobubble», dice Freund.
Con questa logica, la nuova Commissione Juncker ha indicato che proporrà nel 2015 un accordo inter-istituzionale con il Parlamento e il Consiglio per creare un registro per i lobbisti che copra tutte e tre le istituzioni. Ma per arrivare ad averne uno obbligatorio ci vorrebbe una proposta legislativa.
BEST PRACTICE FUORI DALL'EUROPA. Insomma per raggiungere il livello di trasparenza e controllo di Canada e Stati Uniti, che hanno un registro obbligatorio, bisogna ancora fare tanta strada.
Per ora a cercare di dare l'esempio è proprio l'esecutivo europeo: a partire dal primo dicembre 2014 commissari, membri dei loro gabinetti e direttori generali devono pubblicare le informazioni sui loro incontri con i lobbisti indicando date, luoghi, nomi delle organizzazioni, dei lavoratori autonomi incontrati e gli argomenti di discussione.

Twitter: @antodem

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