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FOCUS 16 Aprile Apr 2015 1900 16 aprile 2015

Agid, tutti i guai intorno all'Agenzia per l'Italia digitale

Poca trasparenza. Governance complicata. E 189 candidature per la direzione. L'impasse della struttura che doveva far progredire l'Italia. E così Renzi fa da sé.

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Il portale di Agid.

L'agenzia che doveva cambiare l'Italia rischia di essere affossata da mali molto italiani.
Sono 189 i nomi arrivati al ministero della Funzione pubblica per il posto di direttore dell'Agenzia per l'Italia digitale (Agid).
La sera del 14 aprile il dicastero di Marianna Madia ha diffuso l'elenco dei circa 130 che hanno acconsentito a vedere pubblicato il proprio nome.
TRASPARENZA LONTANA. Una procedura di selezione trasparente, con curricula pubblici, come hanno chiesto a gran voce i parlamentari Antonio Palmieri (Forza Italia) e Mariella Liuzzi (Movimento 5 stelle) e Radio radicale, per ora è lontana.
Ma intanto nella lista non si trova un grande manager internazionale, come aveva auspicato Paolo Barberis, consigliere all'innovazione di Matteo Renzi, e come vorrebbe lo stesso premier, né un politico che conosca la Pubblica amministrazione per riuscire dove Alessandra Poggiani ha fallito: vincere le resistenze dei ministeri.
STRUTTURA COMPLICATA. Poggiani, il terzo direttore a lasciare anticipatamente l'incarico, ha fatto un passo indietro ufficialmente per andare a contendersi un posto al Consiglio regionale del Veneto al seguito della democratica Alessandra Moretti.
Ma ufficiosamente - come è trapelato dalle dichiarazioni rilasciate al momento della sua dipartita - anche per liberarsi di una struttura difficile da governare.
MADIA: «NON PARTIAMO DA ZERO». Madia, che sull'Agid ha un ruolo di controllo, ha già annunciato che si proseguirà seguendo la strada tracciata dai direttori precedenti: «Non partiamo da zero, continueremo il percorso su quanto avviato da Poggiani, ma anche da Francesco Caio, mantenendo le tre priorità: fatturazione elettronica, anagrafe tributaria e identità digitale».
DESTINATI AL FALLIMENTO? E però, dice Guelfo Tagliavini di Federmanager - uno dei candidati in lizza - «se non viene cambiata la governance anche il prossimo direttore è destinato al fallimento».

Ministeri, società, Comuni e Regioni: il potere a tutti tranne che ad Agid

Il premier Matteo Renzi e il ministro della Pubblica amministrazione Marianna Madia.

L'Agid, nata nel 2013 sulle ceneri di Digit Pa, non è una authority, ma un dipartimento della presidenza del Consiglio che ha il compito di trovare soluzioni operative per la transizione digitale del Paese.
Cioè rimediare a un ritardo sempre più difficile da colmare: secondo i dati pubblicati il 24 febbraio dalla Commissione Ue, l'Italia è 25esima su 28 Paesi per l'attuazione dell'agenda digitale.
Mentre l'ultimo report del World economic forum (Wef), pubblicato il 15 aprile, ci piazza 55esimi al mondo, dietro a Ungheria e Polonia.
DIVERSO POTERE POLITICO. Nella sua attività quotidiana l'Agenzia deve dialogare con cinque ministeri con potere politico ben più pesante e con le aziende che dai ministeri dipendono.
Innanzitutto, lo Sviluppo economico dove c'è un sottosegretario Antonello Giacomelli con la delega alle telecomunicazioni, ma che secondo Tagliavini «non si sta concentrando sul digitale».
RAPPORTI CON DUE SOCIETÀ. Poi la Sogei e la Infratel, rispettivamente la società pubblica di information technology e quella che si occupa dello sviluppo del piano banda larga che dallo Sviluppo economico dipendono.
E ancora, la Pubblica amministrazione dove Marianna Madia sta avendo non pochi problemi a condurre in porto la riforma della Pa.
E la Consip, la società in house del ministero dell'Economia che è però la centrale di acquisti dell'intera pubblica amministrazione italiana.
VIMINALE COME INTERLOCUTORE. L'interlocutore per la digitalizzazione di documenti e anagrafe è ovviamente il Viminale.
Ma bisogna aggiungere anche il Miur e il ministero della Sanità che devono intervenire per i progetti di digitalizzazione dell'istruzione e del sistema medico ospedaliero.
E non è finita, perché per ogni progetto da lanciare sul piano nazionale, dalla fatturazione elettronica al piano Crescita digitale, hanno voce in capitolo anche le Regioni e i Comuni.
DELRIO: «GOVERNANCE DA MATTI». Lo stesso Graziano Delrio, allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio e quindi vicino almeno per competenza agli ambienti dell'agenzia, a ottobre 2014 aveva ammesso che l'Agid ha una governance da «manicomio», un sistema «che non paga e non fa bene a nessuno».
POGGIANI: «TUTTO È IMPOSSIBILE». «La situazione oggettiva rende tutto complicatissimo, anche le cose più banali», aveva commentato Poggiani.
«Prendiamo l’anagrafe digitale: bisogna misurarsi con i comuni, il ministero dell’Interno, la Sogei, la Consip, e alla fine ti rendi conto che la stratificazione di norme e competenze è tale che tutto diventa impossibile».

Organico da rifare e ricorso alle consulenze esterne: che babele

Andrea Guerra, amministratore delegato di Luxottica.

Se il direttore generale di Agid ha avuto problemi con le amministrazioni esterne, non è andata meglio con lo staff interno.
«Assumere nella Pubblica amministrazione è impossibile... Avrei voluto almeno riorganizzare, ma anche lì avevo sottovalutato i sindacati del pubblico impiego. Impossibile dare obiettivi ai dipendenti. Quando sono arrivata c’erano 120 contenziosi su 80 persone», aveva lamentato Poggiani.
«NÉ RISORSE NÉ PERSONALE». La situazione dell'organico di Agid era stata descritta bene in un comunicato del 21 marzo 2014 dei segretari nazionale della Cisl Fp, Daniela Volpato, e della Fp Cgil, Salvatore Chiaramonte,: «L'Agenzia per l'Italia digitale», spiegavano i due sindacalisti in un appello al primo ministro Renzi, «dovrebbe essere la testa d'ariete di una rivoluzione tecnologica, mentre è priva di risorse e personale».
«Dei 130 posti previsti in organico», spiegavano, «40 sono vacanti, appena 35 sono ricoperti da funzionari di ruolo, 4 da dirigenti, mentre 60 sono i comandati, ovvero dipendenti di altre amministrazioni dislocati nell'Agenzia e da anni in attesa dell'inserimento in ruolo. A fronte di questo ci sono ben 5 consulenti che ricoprono continuativamente veri e propri ruoli manageriali».
CONSULENZE O COMPETENZE? I nodi del personale non sono stati risolti.
E anche durante la gestione Poggiani l'agenzia è ricorsa a consulenze esterne oggi finite nel mirino del Movimento 5 stelle.
In un file pubblicato dalla stessa Agid risulta un «incarico per 9.979,20 euro per la redazione di '[...] studio e ricerca giuridica per svolgere l'esamina della disciplina relativa al trattamento economico e retributivo spettante al personale attualmente in servizio presso l'Ente in posizione di comando».
In sostanza per capire quanto devono essere pagati i propri dipendenti.
Il M5s lamenta anche le spese per software non open source da parte di un'agenzia che l'open source doveva promuovere. Nel mirino sono finiti anche i 9 mila euro, un costo effettivamente fuori scala, pagati per l'acquisto dei domini www.pagopa.it e www.pagopa.com.
CONTESTATI PURE 36 MILA EURO. E anche una consulenza di 36 mila euro «in materia di dematerializzazione, agenda digitale, open data e open government» affidata allo studio legale E-Lex Belisario Scorza Riccio & Partners, di cui è socio Ernesto Belisario, avvocato esperto in diritto delle nuove tecnologie e membro del tavolo permanente sull'innovazione e l'agenda digitale, il team di esperti presieduto dal deputato Paolo Coppola che ha il compito di fornire a titolo gratuito supporto ad Agid.
MANCANZA DI UN BANDO. «La mancanza di un bando ma soprattutto l'incapacità di trovare risorse interne per tale attività devono far riflettere», dicono i grillini.
Ma Belisario, contattato da Lettera43.it, rivendica la trasparenza dei dati e spiega che «l'Agid è sotto organico rispetto alle sua attività. E in ogni caso è l'agenzia che fa le valutazioni sulle sue competenze interne e richiede consulenze esterne come tutte le pubbliche amministrazioni».

Renzi fa da sé: cabina di regia con Guerra e Barberis

Il sito del consigliere all'innovazione del premier, Paolo Barberis.

Che sia un problema di gestione dei dipendenti o meno, sembra chiaro che Agid non funzioni.
Il premier accarezza da tempo l'idea di trasformare l'agenzia in una struttura alla diretta dipendenza della presidenza del Consiglio e nelle mani di un manager internazionale.
La governance di Agid deve essere cambiata, commenta Tagliavini, «siamo in una situazione di emergenza, perdiamo 3-4 punti di profitto l'anno per il ritardo nel digitale. Avevamo un ministro per le comunicazioni quando esisteva solo il telefono. E ora non abbiamo neanche un sottosegretario».
Ma visto la procedura di selezione in corso, è difficile che l'agenzia venga archiviata. Secondo Belisario, la realtà è che bisognerà semplicemente dare «continuità alle condizioni di partenza», non usare come alibi la governance e «fare sistema sulla persona».
UN MOSAICO CON TROPPI PEZZI. A giudicare dalle parole di Poggiani - «Non mi sono sentita sostenuta», ha detto intervistata da la Repubblica - fare sistema attorno alla persona non è semplice.
Al mosaico di competenze che ruota attorno all'Agid, il governo Renzi ha aggiunto altri pezzi, attaverso la nomina di consulenti diretti a cui sono stati appaltati parti non secondarie di quella rivoluzione digitale che l'agenzia doveva guidare.
Guerra si sta occupando del piano della banda larga e della parte infrastrutturale della digitalizzazione.
E poi c'è Paolo Barberis, giovane imprenditore e consigliere per l'innovazione del primo ministro che sta lanciando ItaliaLogin, il servizio destinato nelle intenzioni dello stesso Barberis a «ridisegnare l’architettura digitale dello Stato», permettendo ai cittadini con un solo codice di accedere a tutti i servizi della pubblica amministrazione.
RIAPPARSO ANCHE CAIO. Infine è rispuntato anche Francesco Caio, passato dall'agenzia digitale al ruolo di amministratore delegato e direttore generale di Poste italiane, società per cui ora il governo starebbe pensando a un nuovo ruolo sullo scacchiere dell'innovazione.
La strategia di Renzi è forse un modo per ovviare all'impotenza dell'agenzia e sottrarre i dossier alle paludi dei ministeri. Finora, però, non sembra aver aiutato. E l'uomo della provvidenza digitale tanto atteso non s'è ancora visto.

  • La mappa dell'innovazione secondo il World Economic Forum.

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