Blocco Navale 150420213838
PROPOSTA 21 Aprile Apr 2015 0600 21 aprile 2015

Blocco navale, cosa significa e perché è solo demagogia

Inibire le attività in mare nelle acque di un altro Stato? Come dichiarare guerra. Il ministero della Difesa e gli esperti militari: «L'idea di Salvini è infattibile».

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Il sottosegretario alla Difesa Domenico Rossi.

Da quando il leader della Lega Nord Matteo Salvini lo ha invocato - con i corpi dell'ultima strage ancora da recuperare in mare - l'idea di un blocco navale sembra diventata una delle opzioni possibili per fermare l'emergenza della tratta di esseri umani in partenza dalla Libia.
DA MELONI A CASINI. La posizione del numero uno del Carroccio è stata ripetuta da tutti gli esponenti leghisti, sostenuta dalla leader di Fratelli di Italia Giorgia Meloni e riproposta anche da membri di partiti di governo come Roberto Formigoni e dal presidente della Commissione Esteri, Pier Ferdinando Casini.
Ma cosa vuol dire davvero? E è una scelta percorribile?
SOVRANITÀ VIOLATA. Il blocco navale è l'inibizione di ogni attività sul mare nelle acque territoriali di un altro Stato.
Quello che i suoi sostenitori non dicono è che nei fatti si tratta di una violazione di sovranità, dell'occupazione delle acque ed eventualmente dei porti libici.
«SI DICHIARA GUERRA». «È una dichiarazione di guerra a uno Stato sovrano», spiega a Lettera43.it il sottosegretario alla Difesa, generale Domenico Rossi, che a domanda diretta dice che chi lo propone fa «demagogia».
«È infattibile», aggiunge Carlo Jean, già consigliere militare di Francesco Cossiga e presidente del Centro alti studi per la difesa, oggi docente di studi strategici: chi parla di blocco navale, commenta, «non sa, spara a zero o evidentemente non ha consiglieri militari».


OSTACOLO ALLA DIPLOMAZIA. E anche chi è possibilista come Leonardo Tricarico, ex capo di Stato maggiore dell'areonautica, numero due della missione Nato dei Balcani e oggi presidente della Fondazione Icsa (Intelligence culture and strategic analysis), la ritiene una «opzione invasiva che andrebbe a disturbare il processo negoziale in corso, un ostacolo in grado di «turbare ulteriormente la situazione libica».
PROPOSTA PARADOSSALE. E a scendere nei dettagli la proposta sembra ancora più paradossale, perché oltre a non tenere conto del delicato contesto geopolitico, potrebbe produrre effetti indesiderati per gli stessi suoi sostenitori.

Coste troppo ampie: impossibile sorvegliarle tutte

Carlo JEan

Il blocco navale secondo il diritto del mare è una misura di guerra che prevede l'impiego di una «forza aeronavale», quindi marina e areonautica, che impedisca la partenza «di qualsiasi nave dai porti di un belligerante».
Chi lo impone deve decidere quali sono i limiti del territorio sottoposto al blocco.
Nel caso della Libia, dice Jean, «ci sono 1.700 chilometri di costa, i barconi dei migranti non hanno bisogno di porti per partire e attraccare. Quindi come si può predisporre una sorveglianza così ampia?».
I MIGRANTI VANNO SOCCORSI. Il mandato dei militari - le modalità di azioni, in che casi aprire il fuoco, eccetera - dipenderebbe dai contorni della missione e quindi dalla tipologia del blocco.
Ma una cosa è certa, la misura non esenta dal rispetto della convenzione di Amburgo sul soccorso in mare.
Quindi, nel caso di naufragio di barconi nelle vicinanze del blocco navale, i migranti dovrebbero essere comunque soccorsi. O respinti.
«Se lo è chiesto anche l'ex capo di Stato Maggiore della Difesa, Luigi Binelli Mantelli: cosa facciamo, li salviamo e poi li riaccompagniamo a casa?», commenta il sottosegretario Rossi.
RITORNO AI RESPINGIMENTI? Chi parla di blocco navale pensa di tornare alla politica dei respingimenti per cui l'Italia è stata già condannata.
Oppure sta di fatto chiedendo una Mare nostrum a ridosso delle coste libiche. E nel caso di Salvini, lo sta facendo evidentemente a sua insaputa.
In ognuno dei casi, il dibattito rischia di essere paradossale per mancanza di competenze.

MANCA UN INTERLOCUTORE. Secondo l'onorevole Meloni per non trasformare il blocco navale in un atto di guerra basta mettersi d'accordo con le autorità libiche: «In Libia», ha detto la presidente di Fratelli di Italia, «esiste un governo legittimo riconosciuto dalla comunità internazionale».
E però non è proprio così. Il governo legittimo, ricorda il generale Tricarico, è stato deligittimato dalla corte suprema libica che ha riconosciuto quello di Tripoli: «Quindi la situazione è di tutt'altra natura».
LIBIA, STABILITÀ RISCHIO. Casini chiede di fare avvallare la misura da una delibera Onu.
In sostanza significa coinvolgere il Consiglio di sicurezza: «Risulta complicato», commenta con Lettera43.it l'ex capo di stato dell'Areonautica, «e una tale iniziativa può essere vista come impositiva verso un Paese che sta faticosamente tentando di raggiungere l'unità».
Insomma, una scelta così netta rischia di buttare all'aria i tentativi di conciliazione fatti finora. E di destabilizzare ancora di più uno dei Paesi più strategici per l'Italia, magari dando nuovi alibi al terrorismo.

L'Italia chiede il rafforzamento dell'operazione Frontex Triton

Il generale Leonardo Tricarico, ex capo di stato maggiore dell'Areonautica.

Il governo si muove in tutt'altra direzione. E prevede il rafforzamento dell'attività diplomatica, dell'operazione Frontex Triton e dell'azione di polizia dei Paesi Ue contro i trafficanti di esseri umani.
CENTRI DI RICHIESTA ASILO. L'esecutivo punta anche alla revisione delle regole di asilo europee - per evitare che i Paesi di approdo siano obbligati ad accogliere tutti i profughi - e alla creazione di centri di richiesta asilo nei Paesi di partenza.
Inoltre, la bozza del piano Ue approvata il 20 aprile in Lussemburgo ipotizza anche una missione antipirateria internazionale. «Le forze che il nostro Paese potrebbe eventualmente mettere a disposizione», spiega a Lettera43.it il sottosegretario Rossi, «dipenderanno dall'architettura della missione e dal numero e dall'entità della partecipazione di altri partner».
ASSE CON L'ESERCITO LIBICO. Difficile capire quali Paesi potranno intervenire oltre ai membri dell'Unione. «Il vicino Egitto», fa notare Jean, «è tra i primi da coinvolgere». Per il generale Tricarico, però, la via più credibile è proseguire gli sforzi già messi in campo dall'Italia per la collaborazione con le forze di polizia libiche e in aggiunta l'impiego di droni e di intelligence: «Finmeccanica», ricorda il generale, «aveva firmato un memorandum su questo punto. Non possono dire di no al Paese che più di ogni altro ha contribuito alla liberazione della Libia».


UTILI I DRONI AMERICANI. L'ex capo di Stato maggiore invita il governo Renzi anche a chiedere agli Stati Uniti di fornirci kit di armamento per i droni.
Gli italiani infatti possiedono velivoli da ricognizione ma senza tecnologia offensiva.
Con l'equipaggiamento americano, dice il generale, «sarebbe sufficiente avviare una attività ininterrotta di ricognizione armata delle coste e distruggere prima che prendano il mare, quando sono ancora vuoti». Negli ultimi anni gli americani hanno sempre rimandato al mittente le ripetute richieste dell'areonautica italiana, ma ora, spiega Tricarico, le resistenze sono cadute.
«SITUAZIONE INSOSTENIBILE». Renzi deve aver parlato anche di questo durante la sua visita a Washington. E se durante la conferenza stampa congiunta Barack Obama aveva chiuso all'impiego dei velivoli: «Non risolveremo il problema con qualche attacco di droni o poche operazioni militari», il 20 aprile il portavoce della Casa Bianca ha sottolineato come la situazione in Libia «sia chiaramente sempre più insostenibile».

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