RIFORMA 21 Aprile Apr 2015 1000 21 aprile 2015

Italicum, i 6 punti del braccio di ferro tra Renzi e il Pd

Verso l'Aventino in commissione. Il rischio Vietnam. L'asse Bersani-Brunetta. Renzi è atteso da una battaglia sulla legge elettorale. Con l'incognita Mattarella.

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Pier Luigi Bersani e Matteo Renzi.

Matteo Renzi si prepara alla madre di tutte le battaglie da quando è a Palazzo Chigi.
Quella per salvare la sua riforma elettorale - l'Italicum - dall'assalto delle opposizioni, interne e non, e farla diventare legge dello Stato.
Il premier non è mai stato così vicino al risultato come in quest'occasione, ma proprio all'ultimo chilometro si trova davanti gli ostacoli più difficili da superare.
SPAURACCHIO AVENTINO. Vengono soprattutto dal suo partito, il Pd, la cui minoranza è pronta alle barricate, o addirittura all'Aventino (l'astensione delle opposizioni dai lavori parlamentari) anche in commissione, pur di bloccare il rottamatore.
Anche a costo di far saltare la legislatura, come minaccia l'ex sfidante alle primarie 2013 Gianni Cuperlo.
Lettera43.it ha provato a riassumere i punti della contesa. Un braccio di ferro che può sbloccare o paralizzare definitivamente le istituzioni.

1. Lo strappo finale: via i dissidenti dalle commissioni chiave

Tra lunedì 20 e martedì 21 aprile è pronto a consumarsi lo strappo definitivo con la parte più consistente della Ditta, quella che avrebbe voluto cancellare Renzi dalle cartine geografiche.
Ora invece se lo ritrova non solo segretario nazionale, ma addirittura presidente del Consiglio dei ministri.
ORFANI DI SPERANZA. L'ufficio di presidenza del gruppo a Montecitorio, rimasto “orfano” del capogruppo dimissionario Roberto Speranza, ha deciso di sostituire i membri della commissione Affari costituzionali palesemente contrari al testo.
E tra questi sono a rischio anche nomi di peso: Pier Luigi Bersani, Gianni Cuperlo, Rosy Bindi, Alfredo D'Attorre, Roberta Agostini. Praticamente l'impalcatura della vecchia dirigenza dem.

2. Il piano della minoranza: scatenare un Vietnam parlamentare

L'aula della Camera.

Ma questa è solo la prima mossa renziana per riportare a miti consigli gli oppositori.
Perché d'alemiani, bersaniani e una parte di lettiani vanno battuti soprattutto nelle aule parlamentari.
Il premier ha provato anche a dialogarci, accettando anche diverse richieste provenienti dalla sua minoranza interna, ma quando ha capito che le modifiche servivano solo a rallentare l'iter dell'Italicum, piuttosto che a migliorarlo, ha ritirato la mano tesa trasformandola in un pugno duro: ora basta chiacchiere, è tempo di decidere.
TESTO SENZA MODIFICHE. E la decisione di Renzi è quella di far passare la legge elettorale esattamente com'è: premio alla lista e non alla coalizione, soglie più basse, candidature di collegio e preferenze a partire dal secondo posto.
Ma tutto questo non basta alle minoranze Pd: bisogna far saltare il banco per mettere sotto schiaffo il premier.
E dare un segnale di quale Vietnam lo aspetta d'ora in poi, anche se alla fine dovesse spuntarla sulla legge elettorale.

3. La suggestione: un contropatto del Nazareno Bersani-Brunetta

Renato Brunetta.

Un altro brutto incubo per Renzi è quello di un possibile accordo tra i suoi oppositori interni e quelli esterni.
TUTTI PER AFFOSSARLO. In poche parole che Bersani finisca a coalizzarsi con Brunetta, Meloni e Salvini pur di affossare l'Italicum. Una sorta di contropatto del Nazareno a sfavore dell'ex sindaco di Firenze.
Dopo la sostituzione dei dissidenti del Pd, Brunetta ha attaccato Renzi: «Di fronte a questo atteggiamento noi lasceremo al Pd tutta la responsabilità di approvarsi in commissione l'Italicum blindato, a disonore del Partito democratico stesso».

4. L'incognita Mattarella: a quale pressione cederà?

Roma: il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella e Matteo Renzi all'Altare della patria dopo la cerimonia di giuramento (3 febbraio 2015).

Sull'esito della trattativa politica pesa come un macigno l'atteggiamento del nuovo capo dello Stato, Sergio Mattarella, che è oggetto da settimane di fortissime pressioni sia dal Pd sia dagli altri partiti (Lega e Fratelli d'Italia esclusi, ovviamente).
ANIMO DI GIURISTA. I dem favorevoli contano sull'appoggio del Colle per portare a casa la legge elettorale, quelli contrari sperano di aver fatto breccia nel suo animo di giurista per non far passare quelle che considerano «sciocchezze incostituzionali».
Speranza condivisa anche da una parte di Forza Italia, da sempre contraria a un accordo tra Renzi e Berlusconi, ma che appare ininfluente dopo la definitiva spaccatura del partito del Cav.

5. Riforma del Senato: si rischia un nuovo pantano

Maria Elena Boschi stringe la mano a Rosy Bindi.

Gli sarà costato carissimo, ma Renzi l'apertura alle modifiche per la riforma del Senato l'ha fatta davvero.
Il premier si sarebbe voluto mordere la lingua un secondo dopo aver detto sì ai suoi pontieri che gli chiedevano «spazio di manovra» sull'elettività dei prossimi membri di Palazzo Madama.
Però il dado era ormai tratto e indietro non poteva tornare.
RENZI RESTA GUARDINGO. Non solo per non rischiare di perdere la faccia, ma soprattutto per non perdere la battaglia, che con la mossa sul Senato era stata decisamente riaperta.
Il leader democrat resta comunque guardingo: anche questa potrebbe essere una scusa per ripiombare le riforme nel pantano di una discussione infinita, e dalle parti di Palazzo Madama i voti a sostegno della maggioranza sono ridotti al lumicino. Anzi, ben al di sotto dei livelli di guardia.

6. Ribelli divisi: non tutti seguiranno Bersani

Pier Luigi Bersani, ex segretario democratico.

Tra tanti aspetti negativi, ne spunta però uno estremamente positivo per Renzi, e che potrebbe sbloccare l'impasse a favore del capo del governo.
La frammentazione delle opposizioni interne al Pd, infatti, è un punto dirimente del braccio di ferro.
AREA RIFORMISTA DIVISA. Perché se Civati e i suoi sono (quasi) inamovibili nelle loro decisioni di votare no, nella pattuglia di Area riformista, la corrente guidata da Bersani e Speranza, c'è una fortissima contraddizione tra chi non apprezza l'operato del leader ma non vuole far saltare in aria la legislatura, e chi invece è pronto a sposare la tesi del 'muoia Sansone con tutti i filistei' pur di mettere ko l'avversario Renzi.
In questo caos fanno infatti scalpore le prese di posizione di storici esponenti della sinistra dem, come quella dell'ex segretario cittadino di Roma, Marco Miccoli, molto vicino a Bersani, che in un post Facebook ha annunciato il suo voto favorevole alla legge elettorale.
Oppure le dichiarazioni del collega Giuseppe Lauricella, pronto a seguire le indicazioni del gruppo, anche se in dissenso con quelle della corrente di appartenenza.
IN POCHI ALLO SCOPERTO. Ma di casi simili ce ne sono molti altri, anche se in pochi hanno deciso di uscire allo scoperto, magari per non rompere i rapporti con compagni e amici con cui condividono militanza e battaglie da anni, ma soprattutto per non finire nella black list di quelli che hanno #cambiatoverso per convenienza personale.
Per Renzi, invece, queste sono tutte prove che gli insegnamenti del più importante dei personaggi del suo Pantheon, Giorgio La Pira, sono ancora validi e attuali.
L'illustre predecessore a Palazzo Vecchio diceva che «quando tutto sembra crollare, tutto è ancora magnificamente valido». Esattamente quello che pensa (e spera) il premier per l'Italicum.

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