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EDITORIALE 23 Aprile Apr 2015 1247 23 aprile 2015

È primavera, Enrico Letta si sveglia dal letargo

Dopo tanto silenzio torna a parlare. E spara su Renzi. Ma le sue riforme chi le ha viste?

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Enrico Letta, dopo un anno di letargo e giusto con l'arrivo della primavera, si è svegliato facendo sentire la sua voce.
È andato da Fabio Fazio a presentare il suo libro dal titolo molto on the road, Andare insieme, andare lontano. Poi ha detto che si trasferirà a Parigi, chiamato a dirigere la prestigiosa scuola di affari internazionali di Sciences Po.
Infine, e qui stava la notizia ghiotta, che si sarebbe dimesso da parlamentare per vivere del suo lavoro e non, come tanti suoi colleghi, dei privilegi che la politica riserva a coloro che l'hanno fatta ma ne sono da tempo lontani.
SI PROCLAMA LEADER DELLA RESISTENZA RENZIANA. Insomma, Letta si chiamava nobilmente fuori dalla mischia, dopo la bruciante trombata patita per mano di Matteo Renzi. Il quale, mentre lo invitava con tanto di hashtag a #staresereno, segava il ramo di Palazzo Chigi dove il buon Enrico stava seduto.
Il suo proponimento, però, ha avuto vita breve. Appena un giorno. Sin dall'indomani, magari complice anche il po' di promozione che si deve a un proprio libro, Letta si è sfilato il guanto di velluto per brandire la spada contro il suo successore. «Renzi», ha detto, «racconta una Paese che non c'è, è come metadone».
Qualcuno di non sospettabili simpatia renziane su Twitter gli ha risposto che c'è chi abusa di metadone e chi di valium. L'ex premier non deve aver colto il riferimento se è vero che, in una successiva intervista a Radio24, si è praticamente autoproclamato come leader della resistenza democratica al dittatore fiorentino.
VA A PARIGI CON LA TESTA FISSA A ROMA. Ma non doveva andare a Parigi, che se vale una messa tanto più vale un calcio ai rancori del passato e l'inizio di una nuova vita?
Sì, ma nella capitale francese Letta andrà con lo sguardo strabico: da una parte l'insegnamento ai giovani rampolli che frequenteranno le aule della costosa facoltà, e apprenderanno da lui l'arte della politica fatta con cacciavite e non col piccone. Dall'altra guarderà alla platea di scontenti che prolifereranno al di qua delle Alpi in attesa dell'occasione buona per uscire dall'emarginazione in cui l'ex sindaco di Firenze li ha relegati.
Letta non lo dice, ma gli esegeti del suo pensiero fanno capire che potrebbe addirittura correre alle primarie del Pd nella primavera del 2017, quando ci sarà da decidere sul nuovo segretario anche se l'attuale, che poi coincide con il presidente del Consiglio, non pare aver intenzione di lasciare la sedia.
Ora, l'ex premier è sicuramente una bravissima persona, un eterno giovane a modo cresciuto alla scuola democristiana di cui ne sussume vizi, vezzi e virtù.
LE SUE RIFORMA ELETTORALE? MAI VISTA. Nel suo anno a Palazzo Chigi, fortemente voluto da Napolitano una volta naufragato il tentativo di Bersani di formare un governo, ha dato coerente prova della sua formazione annunciando molti provvedimenti e realizzandone pochi.
Uno, epocale, riguardava la riforma elettorale che Letta aveva improrogabilmente stabilito di realizzare entro il 31 ottobre del 2013. Una data che è volata via sul calendario senza che alcuna legge abbia solo intravisto la luce.
Il giovane Enrico oggi recrimina sul fatto che con Renzi la percezione delle cose valga più della realtà, esattamente come, lui regnante, la percezione di una nuova legge elettorale valeva di più della sua mancata realizzazione.
Perché con Letta si andava insieme, si andava lontano. Ma si andava anche molto, troppo piano.

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