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DIPLOMATICAMENTE 23 Aprile Apr 2015 1333 23 aprile 2015

Migranti, la risposta dell'Ue? Troppo superficiale

Le velleità militaristiche sono pericolose. Il problema va risolto alla radice. A partire dal caos in Libia. E da una politica di accoglienza e partenariato euro-mediterraneo inesistente.

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Senglea (Malta): alcuni dei migranti sopravvissuti al naufragio (20 aprile 2015).

L’immane tragedia di domenica 19 aprile sta facendo smuovere l’Unione europea. Lunedì 21 con la riunione dei ministri degli Esteri e dell’Interno e giovedì 23 col vertice straordinario dei capi di Sato e di governo.
Si è rotto un imbarazzante immobilismo, prendiamone atto. Nello stesso tempo riconosciamo che si è lavorato troppo in fretta per recuperare la miope e cinica trascuratezza di anni e inventare una strategia complessiva dove le esigenze della sicurezza, pur importanti, siano solo il corroborante di una politica di accoglienza, di co-sviluppo e di partenariato euro-mediterraneo degna di questo nome e che si proietti alla rimozione delle cause profonde - guerre, fame, tirannie - che sono all’origine della deriva che si sta consumando.
MANCA IL CORAGGIO DELLA SOLIDARIETÀ. È vero, c’è qualche denaro in più, poco, qualche strumento operativo in più, peraltro embrionale e tutto da verificare, qualche opzione di intervento in più, ma inquinata da pericolose velleità militaristiche. Del resto, basta scorrere i punti del programma, dal contrasto agli scafisti al salvataggio in mare, dalla prima accoglienza all’esame delle richieste di asilo, dal lavoro di intelligence al filtro in loco dei richiedenti asilo.
Vi manca il coraggio della solidarietà in un momento di estrema necessità e urgenza. Vi manca la disponibilità a cambiare il mondo, come sottolinea Francesca Comencini chiudere la bocca «a chi ci ha fatto credere che non era così... perché... si sbagliava di grosso, perché ora, mentre scrivo, in fondo al mare quei bambini, quelle donne e quegli uomini se li stanno mangiando gli squali, e se anche noi ci crediamo assolti, siamo lo stesso coinvolti».
LA DIVISIONE ESASPERATA TRA 'NOI' E 'LORO'. No, il vertice non farà tornare limpido quel mare che continuiamo a chiamare Nostrum ma che da troppo tempo è tornato a essere uno spazio che divide e uccide sempre di più; dove è sempre più vero che da una parte ci siamo “noi” e dall’altra ci solo loro, gli “altri”, quelli che per un numero crescente di “noi” devono essere tenuti a distanza e comunque setacciati in funzione di improbabili criteri di legittimità e/o di una nostra capacità di accoglienza che ha dell’imbarazzante; ovvero debbono essere aiutati ma a casa loro.
Non rileva il fatto che la piccola Tunisia ospiti oltre 1 milione di sfollati dalla Libia e diversi milioni Paesi come la Giordania e il Libano; che il nostro Paese riceva un numero di rifugiati in forte crescita ma pur sempre a un livello inferiore a quello della media europea e che per la stragrande maggioranza di questi disperati l’Italia sia solo una terra di transito; che la consistenza della popolazione straniera nel nostro Paese sia ancora attestata su una soglia inferiore a quella dei principali Stati membri.

Dalla Bossi-Fini al Trattato di Dublino: le denunce mancate

Il premier Matteo Renzi.

Ha ragione la Comencini a lasciare al suo dolore di donna e di madre allo sconcio spettacolo offerto da una dirigenza politica che, complice la campagna elettorale, esalta il suo Dna xenofobo per guadagnare voti o difende il minimo sindacale dell’accoglienza per non perderne. Nessuno o quasi osa dichiararsi per una risposta politico-sociale all’altezza della maligna straordinarietà del momento, magari ricordando la nostra passata sofferenza di Paese di emigrazione.
Sembra che la fame e la guerra da cui questi sfortunati fuggono non costituiscano motivo sufficiente per far scattare un richiamo collettivo alla solidarietà e non accreditare l’idea che chi la esercita in mare e in terra sia una persona straordinaria, quasi un eroe.
L'ITALIA POTEVA FARE DI PIÙ. Certo che non possiamo accogliere tutti, ma nessuno ci chiede questo, tanto meno gli stessi migranti. Certo che l’Europa deve fare di più, e soprattutto di meglio, e non solo per evitare altre catastrofi umane. Ma anche noi avremmo potuto fare di più e di meglio: intanto per la prima accoglienza, organizzando ad esempio la distribuzione degli arrivi sul territorio nazionale con criteri meno squilibrati di quelli attuali.
Avremmo anche potuto sbarazzarci della funesta Bossi-Fini, riprendere quell’embrione di politica migratoria che stavamo sviluppando prima in un ben più appropriato equilibrio tra cooperazione e sicurezza; farci traino di un crescente contributo allo sviluppo delle aree di origine dei flussi migratori e dunque aiutarli a casa loro, come ipocritamente si invoca oggi; e farci proponenti di una strategia di partenariato euro-mediterraneo degna di questo nome sul cui patrimonio legittimare adesso, in questa fase eccezionale, quell’apporto europeo di cui abbiamo tanto lamentato l’esiguità/assenza.
IL PUNTO CENTRALE? IL CAOS IN LIBIA. Avremmo potuto denunciare il Trattato di Dublino del ’90, che pure abbiamo sottoscritto nel momento in cui ne abbiamo ravvisato la presunta iniquità, ma non rispettando appieno, temevamo la ritorsione degli altri membri.
Tante omissioni dunque, compresa la mancata sollecitazione di riunioni di emergenza a livello europeo per le stragi precedenti. Ci voleva quest’ultima perché (sulla spinta di Parigi) si convocassero il Consiglio dei ministri e il vertice straordinario.
Qualcosa si è finalmente mosso, ho detto. Ma troppo poco e non solo per i limiti intrinseci al programma varato, quanto al fatto che appare quasi irrilevante rispetto al nodo da sciogliere per riuscire a cambiare verso alla deriva attuale: la “stabilizzazione“ della Libia.

La minaccia dell'Isis non basta ad aprire un negoziato serio

Tripoli: soldati libici in azione vicino a Bir al Ghanam (19 marzo 2015).

I due più grandi agglomerati politico-militari del Paese (Tobruk e Tripoli) continuano a combattersi e non sembra che l'avanzata dell’Isis sia ragione sufficiente a indurli a coalizzarsi in qualche modo per liquidarla, ciò che tra l’altro indurrebbe a ridimensionare la portata di questa minaccia.
Prevale ai loro occhi l’opzione militare su quella politica, anche se continua il rito del negoziato portato avanti dal Rappresentante in loco dell’Onu, che tutti dichiarano di sostenere.
POCHE PREMESSE PER ESSERE OTTIMISTI. Qualcuno tra gli sponsor dei due agglomerati bara, evidentemente, e fino a quando non si riuscirà a porli attorno a un tavolo - Cairo, Ankara, Doha, Mosca, Washington – o finché la minaccia Isis non risulterà troppo pericolosa, sarà difficile che si apra uno spiraglio di soluzione politica.
Può l’Italia, che aspira a un ruolo di primo piano, svolgere una parte in questa prospettiva? Il suo peso specifico è relativo ed è ex potenza coloniale.
Può l’Europa? La sua debolezza nello scacchiere mediorientale, la priorità di secondo livello strutturalmente assegnata alla dimensione euro-mediterranea e la responsabilità dell’attuale caos libico, non incoraggiano a crederci. Con buona pace della pur volonterosa Federica Mogherini.
INIZIAMO DALLA LOTTA AI TRAFFICANTI. Questo è lo zoccolo duro da cui partire per leggere quanto sta avvenendo sotto il peso del severo giudizio politico e morale sollecitato dalla crescente gravità delle sequenze di morte in mare e l’afasia imposta a chi richiama le ragioni di una convivenza che sta solo a noi decidere di accettare e co-gestire o di subire in un clima di rischioso confronto.
Intanto l’Italia si faccia capofila di una lotta senza quartiere ai padroni del traffico della disperazione umana.

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